ASILO PER SOLI CRISTIANI A GOITO (MN)

COMUNICATO STAMPA

A Mantova asilo per soli bimbi cristiani, la reazione di Criseo

Il responsabile per la Lombardia dell’Italia dei Diritti: “In una scuola pubblica tutti i bambini, indipendentemente dal proprio credo religioso, devono essere bene accetti”

Milano, 26 febbraio 2010 – “Attraverso questo regolamento, la scuola materna di Goito, comune guidato da una giunta di centrodestra, va a proporre un disegno educativo e di sviluppo della personalità secondo una visione cristiana creando una serie di problemi di tipo religioso e politico di cui francamente si può fare a meno. Non creiamo un problema proprio lì dove non dovrebbe esserci”.

Così Giuseppe Criseo, responsabile per la Lombardia dell’Italia dei Diritti, reagisce alla provocazione lanciata dal consiglio comunale di Goito, paese del Mantovano, che ha varato un regolamento che ammette le iscrizioni alla scuola materna Angeli Custodi solo di bambini provenienti da famiglie che accettano l’ispirazione cristiana della vita.

“In una scuola privata si potrebbe fare di tutto e di più, ma in una scuola pubblica occorre un trattamento paritario e laico – dichiara l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – anche se la maggioranza degli italiani professa una fede cattolica non dobbiamo imporre agli altri il nostro credo religioso”.

Ufficio Stampa Italia dei Diritti
Addetti Stampa
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Capo Ufficio Stampa
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Via Virginia Agnelli, 89 – 00151 Roma
Tel. 06-97606564; cell. 347-7463784
e-mail: italiadeidiritti@yahoo.it

 

CIAO

ComEdu – network sull’uso educativo e sociale dei nuovi media

network sull’uso educativo e sociale dei nuovi media
francesco arl…
Guarda il post del blog ‘Dal BarCamp al FlashMob: oltre il virtuale, costruire comunità professionali online con effetti reali’

Post aggiunro da francesco arleo:

In questi ultimi dieci anni abbiamo imparato (ma i vecchi media non ce lo diranno mai) che il web non ha molto a che fare con le leziosità…

Link post:

Dal BarCamp al FlashMob: oltre il virtuale, costruire comunità professionali online con effetti reali

 

grazie

QUANDO LA ‘NDRANGHETA VA A BRACCETTO CON IL PDL

QUANDO LA ‘NDRANGHETA VA A BRACCETTO CON IL PDL – LE INCHIESTE. Da Fondi a Trezzano sul Naviglio. Con cuore a Milano.      

24/02/2010 15:37 | POLITICAITALIA

News imagedi Davide Milosa (il Manifesto)
«La Piana è cosa nostra, facci capisciri». Aldo Micichè, faccendiere con residenza a Caracas, parla chiaro. Lui, ex democristiano non ha dubbi. Prosegue: «Ricordati che la politica si deve saper fare e quindi fagli capire che in Calabria dove si muove ha bisogno di noi. E quando dico noi intendo Gioacchino e Antonio». Breve glossario: Antonio e Gioacchno Piromalli sono i giovani eredi di una delle cosche più potenti della ‘ndrangheta. L’interlocutore di Micichè, invece, è un tale Arcidiaco, tuttofare dei boss. Mentre il destinatario del messaggio è il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri.
Siamo nel dicembre 2007. Si parla delle prossime politiche. «E certo non per caso -scrivono i magistrati- all’onorevole Dell’Utri, Arcidiaco avrebbe dovuto dire: “Ho avuto autorizzazione di dire che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”». Insomma, voti in cambio di favori. Nello specifico: «il maledetto 41 bis». Fatti e parole sono contenuti nell’inchiesta Cent’anni di storia, conclusa dalla procura di Reggio Calabria nel luglio 2008.
E ‘solo un esempio di come le relazioni pericolose tra i politici del Popolo della libertà ed emissari delle ‘ndrine negli ultimi anni si siano fatte più strette. Un dato che trova conferma, ad esempio, nella vicenda del comune di Fondi in provincia di Latina, travolto, nel luglio scorso, da un’inchiesta antimafia che ha portato in carcere, oltre ai fratelli Tripodo legati alla ‘ndrangheta, anche un ex assessore di Forza Italia, nonché alcuni dirigenti e funzionari pubblici.
Ancor più inquietante la vicenda del comitato politico-mafioso scoperta due giorni fa dalla procura di Milano nel comune di Trezzano sul Naviglio. Un intreccio decisamente complicato che, attraverso un vorticoso giro di mazzette, mette insieme gli affari della cosca Papalia, gli interessi di un intraprendente immobiliarista come Alfredo Iorio e un sottobosco di uomini pUbblici che dal consigliere locale del Pdl Michele Iannuzzi, passava per un ex sindaco Pd, fino a sfiorare la poltrona dell’assessore regionale Pdl Stefano Maullu. In sostanza, Iorio otteneva a suon di tangenti appalti per la sua Kreiamo spa, società definita dai pm il braccio finanziario della ‘ndrangheta.
Scenari, quelli milanesi, che hanno il cattivo odore di una nuova tangentopoli, ma questa volta aggravata dall’ombra della ‘ndrangheta. E ciò è tanto vero se si pensa che a differenza di Roma e del lazio, in lombardia sono diverse le indagini che coinvolgono uomini politici del Comune, della Provincia e della Regione. Si tratta insomma di una permeabilità diffusa che parte dall’hinterland, dove il sospetto, scrive il giudice, è quello di una «pianificazione urbanistica metodicamente collegata a dazioni di denaro». Ipotesi che prende spunto dalle stesse parole di Iorio, per il quale «nella zona di Vimodrone c’è Nuccio con tutto il suo; qua c’è Michele nella parte di Trezzano; qua, a Corsico c’è Tonino; a Gaggiano c’è Enrico Baj, a Cusago il sindaco».
Iorio non cita Buccinasco. Poco male, perché in questo paese ad alta densità mafiosa, attualmente governato dal sindaco Pdl Loris Cereda, almeno due appalti pubblici sarebbero andati a un’impresa i cui titolari sono ritenuti organici alla cosca Barbaro-Papalia.
Ma la ‘ndrangheta si sta muovendo anche nel Consiglio comunale di Milano, anche qui sempre sul fronte Pdl e con l’obiettivo di ottenere cambi di destinazione a terreni che entreranno nel nuovo Piano di governo del territorio. Mentre in Regione da mesi gli occhi sono puntati sull’assessore Pdl Massimo Ponzoni, già sfiorato dall’inchiesta su Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche lombarde accusato di aver creato fondi neri per oltre 300 milioni di euro. Su Ponzoni ora, però, peserebbero alcune intercettazioni telefoniche con un imprenditore vicino alla ‘ndrangheta arrestato per un traffico illecito di rifiuti. Dopodiché c’è sempre quell’Alessandro Colucci, attuale vice coordinatore provinciale del Pdl, candidato alle prossime regionali come già nel 2005 quando, poco prima del voto, fu filmato a una cena milanese con il boss della ‘ndrangheta Salvatore Morabito. Allora Colucci fu eletto e i boss commentarono così la vittoria: «Abbiamo un amico in Regione!».

 

da www.controlacrisi.org

 

ciao

 

allunaggio di un immigrato innamorato – mihai mircea butcovan

vi rinfresco la memoria- vedi anche il blog e il sito dell’amico mihai (http://osservatoreromeno.myblog.it/)

recensione di Raffaele Taddeo (da El Ghibli)

Allunaggio di un immigrato innamorato – Mihai Mircea Butcovan
Besa – 2006
pp. 109, 10 €

Gli scrittori di origine straniera che vivono in Italia e scrivono in lingua italiano si stanno cimentando in questi ultimi tempi in una sorta di produzione dal carattere ironico, più o meno sottile.

Sembrerebbe che –   pur nella diversa provenienza geografica – abbiano scoperto nell’ironia la possibilità di dare espressione più significativa alla loro   scrittura.

E’ il caso di Laila Wadia, ma anche di Ingy Mubiayi, in qualche caso di Christiana de Brito o   di Angel Garcia,   di Adrian Bravi, di Igiaba Scego

Si potrebbe fare un’analisi più approfondita e distinguere fra comicità,  ironia ed umorismo; perché se l’umorismo alla fin fine guarda alla realtà con compartecipazione, in quanto ciascuno in ogni   azione o gesto,    può sentirsi   oggetto o soggetto di umorismo e se la comicità è il tentativo di far ridere, l’ironia in sé porta anche l’idea di un distacco di un distanziamento dal fatto e dalla persona su cui la si esercita  esprimendo  implicitamente un giudizio che può anche essere forte ed intenso.

Con tutta probabilità   scritti di questo genere, ad opera degli stranieri, vogliono significare il passaggio  dalla denuncia del disagio causato dalla discriminazione e dai soprusi subiti   ad una relativa assuefazione, ad un giudizio che può essere sarcastico, ma anche bonario, quando si riconosce che in parte i vizi e i difetti riscontrati potrebbero anche essere simili ai nostri.

Allunaggio di un immigrato è prima di tutto una storia ove le vicende, le situazioni sono viste e trattate con insistente ironia. Ironia ( ovvero  autoironia),  nei confronti del personaggio principale, ironia nei confronti dell’ambiente, ironia verso i modi di dire, e le forme della scrittura.

Tutto può essere trattato in modo scanzonato. Non esiste più alcuna  situazione tragica, dalla mancanza di lavoro, alla fine di un amore, fino alla perdita del proprio genitore.   “Non capivo perché, perché la mia mamma non doveva esserci più, perché non poteva esserci più? Non l’ho capito ancora ma ho accettato la realtà perché, dicevano, ‘così è la vita’. Nessuno però ha mai spiegato com’è la morte.”  La realtà è fatta di evidente sofferenza che non merita, però, di essere sottolineata; è l’unica cosa che uno realmente sposa.  

L’ironia che percorre il testo è penetrante e riguarda ogni cosa, anche le forme. Così in una pagina il narratore usa una sorta di monologo interiore, ma lo contestualizza in una lettera la cui autrice denuncia forse anche inconsapevolmente la propria  ambiguità, i propri tradimenti. La diversa connotazione fa sì che la stessa  struttura comunicativa, che nella tradizione narrativa  assume valore elevato, qui si denota come stile basso e intriso di ironia.

L’organizzazione del romanzo è quella di un diario.  Ma  anche questa struttura viene dissacrata.

Molte pagine, infatti,  sono segnalate con un “manca la data”, che è come sconfessare la serietà del diario o assegnare al tempo memorizzato  nessuna importante  valenza significativa. Al contrario di quello che invece assumerebbe la forma diaristica.

Si desacralizzano istituzioni, riti, situazioni   generalmente  ansiogene, come prove d’esame o  colloqui di assunzione. “ce l’avevano insegnato: il primo passo verso la democrazia è capire chi comanda…Di tutti i regimi che ho conosciuto, quello indicatomi dal medico per la convalescenza è stato il migliore”

Non c’è angolo di testo in cui l’ironia non la faccia da padrone. Anche l’innamoramento subisce la stessa sorte: “L’ho audiovista!…Con i luoghi comuni la si chiamerebbe un angelo. Ma io non li ho mai visti, gli angeli, e potrei fare un torto a questa ragazza.”

Qua e là il narratore fa uso del dialetto, un dialetto brianzolo  specialmente nel riferire espressioni di persone dell’ambiente in cui il personaggio vive e lavora; la sua  caratteristica ironica, rivela però come Buctovan sia stato capace di comprendere e assimilare la cultura profonda della comunità nella quale vive, perché le citazioni dialettali sono sempre pertinenti e sagaci. Così quando il principale che gli sta dando lavoro comprende che si sta innamorando dice: “Oggi te se rimbambii” e poco più oltre “Ti non te vai più all’università. Non te ciapi più la laurea”.

La storia con Daisy, la leghista, figlia di leghisti padani, con fratelli, zii, nonni, ecc tutti padani, non sortisce buon esito e si chiude ancora con questo atto ironico, formale e sostanziale” Che cosa mancava alla nostra storia? Più di una data. E questo diario è meno volgare della vita che tocca a più di un migrante. Toglimi un’ultima curiosità. Mi serve per l’Osservatore romeno. Qual è il tuo nome padano, Daisy?”.

La vita che tocca a più di un migrante è volgare e questa è la vera tragedia.

3/3 Lingue e confini: la guerra infinita?

Data:
mercoledì 3 marzo 2010
Ora:
21.00 – 23.30
Luogo:
Sesto San Giovanni (MI), Via Dante 6, SPAZIO CONTEMPORANEO “C. Talamucci”, Villa Visconti d’Aragona

Descrizione

Serata sulla questione linguistica serbocroata.
Intervengono:
– Giovanni Bianchi, presidente CESPI
– Ljiljana Banjanin, ricercatrice di Lingua e Letteratura serbocroata
– Valentina Sileo, esperta di linguaggi giovanili dell’area dei Balc
ani

promossa da:
CESPI – Centro Studi Problemi Internazionali
Biblioteca Civica “Pietro L. Cadioli”
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus
Città di Sesto San Giovanni


Sia durante il Regno di Jugoslavia sia durante la Repubblica Federale (SFRJ) la lingua comune dell’area serbo-croata (attuali Serbia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro) era indicata ufficialmente come serbocroato. La variante “centrale” adottata corrisponde alla parlata bosniaco-erzegovese, rispetto alla quale le altre varianti si possono considerare dialetti. Tale definizione era frutto di un lungo processo, segnato dalle storiche discussioni tra linguisti, letterati, intellettuali – basti pensare a figure come Dositej Obradović, Ljudevit Gaj, Vuk Karadzić – e dall’accordo di Vienna nel 1850. Il percorso non era stato troppo dissimile da quello seguito per la lingua italiana (si pensi al Manzoni ed alla scelta della variante toscana).

Ma se il serbo-croato sia una sola, o siano due, o più lingue, è rimasta questione fino ad oggi controversa.
“La lingua può considerarsi come sistema o come standard. Nel primo caso, è ovvio per i linguisti, che il il bosniaco, il croato, il serbo e il montenegrino, sono parte di una stessa lingua, perchè sono identiche dal punto di vista linguistico, genetico e strutturale; per ogni persona di normale buon senso il fatto stesso che la intercomprensione sia completa, fa sì che la lingua sia la stessa. Tuttavia la lingua è anche standard, e questo, come si sa da molti anni, presuppone un accordo sociale sulle regole, le norme linguistiche per una determinata società: si tratta ovviamente di un’idea socio-politica della lingua, e infatti è noto a tutti che il passaggio dal considerare una parlata lingua o dialetto è un fatto principalmente politico” (Banjanin 2008).

In seguito alla frammentazione dello spazio politico jugoslavo, oltre alle lingue “serba” e “croata” si fa talvolta riferimento persino alle ipotetiche lingue “bosniaca” e “montenegrina”. La tendenza, tutta politica, è quella di pervenire ad una artificiale separazione tra le varianti, forzando lo sviluppo di “neo-lingue”. “L’ideale unitario dei popoli slavi del Sud, la Jugoslavia, poggia sul presupposto che la lingua dei serbi e dei croati sia una sola. Per conseguenza, il compito primario d’ogni nazionalismo separatista era, ed è, provare che si tratta di due lingue diversissime. (…) A guardare bene, più che di un processo di nation-building o rebuilding tramite la creazione del linguaggio, si trattò di una semplice eliminazione di un grande numero di sinonimi e dunque di un impoverimento del linguaggio” (Bogdanić 2003).

Talvolta, “se gli si chiede in quale lingua comunichino, con un po’ di imbarazzo, forse perché coscienti dell’assurdità della loro situazione, [serbi e croati] rispondono: našim jezikom (nella nostra lingua) senza specificare meglio qual è questa «nostra lingua» – la lingua della comprensione reciproca” (Bogdanić 2003). In Bosnia e in Montenegro, in questi anni è capitato che fosse pubblicamente avanzata la proposta, piuttosto surreale, di ri-denominare in questo modo (“lingua nostra”) la lingua comune di tutte le comunità “etniche”.

“Sia la linguistica che la sociolinguistica dimostrano che il serbocroato oggi come prima è una lingua standardizzata di tipo policentrico. Tutti e tre […] i criteri […], – comprensione reciproca, compatibilità del sistema linguistico, la base dialettale comune (lo štokavo) della lingua standard – indicano che si tratta della stessa lingua policentrica” (Kordić 2006).

Tale questione politico-linguistica non può essere trascurata nemmeno al di fuori dei Balcani. Ad esempio, essa impone una presa di posizione nelle Università europee. Immediatamente dopo le prime secessioni (1991) alcune Università tedesche imposero la ri-denominazione dei corsi di serbocroato e la riformulazione dei programmi di insegnamento. In Italia pressioni politiche hanno mirato a sdoppiare tali corsi, ma senza altrettanto successo spec. a causa della carenza di fondi per eventuali moltiplicazioni delle cattedre. Le pressioni però permangono: ad esempio rispetto alla classificazione bibliotecaria (MIUR 2008).

“In molte università italiane e internazionali i cambiamentti nella lingua sono già stati codificati, però la separazione di questi due rami [serbo e croato] della Slavistica ci pone davanti a molti interrogativi: il primo tra tutti la validità scientifica delle nuove lingue e letterature, che forse continueranno a moltiplicarsi, e così fra breve assisteremo alla nascita anche del šumadinese, del belgradese-moravo, vojvodinese, erzegovese, ecc., ecc., ecc. (senza parlare delle lingue derivate dal kajkavo e dal čakavo [altre varianti dialettali] !)” (Banjanin 2008).

“Il problema a nostro avviso più importante per la lingua serbocroata, è il pericolo di perdita della indubbia ricchezza della lingua: l’impoverimento sarebbe dannoso dal punto di vista del livello culturale dei cittadini territori jugoslavi, sia dal punto di vista letterario e scientifico, sia dal punto di vista degli studenti e degli slavisti stranieri” (Banjanin 2008).
Parallelamente alla separazione linguistica, ragioni politiche hanno imposto una separazione dei programmi scolastici e un disconoscimento del comune patrimonio letterario e della sua storia. Il danno culturale è enorme, e destinato a durare per generazioni intere.
Con questa iniziativa pubblica si vogliono illustrare tali problematiche, provando aprire un dibattito anche rispetto all’atteggiamento da tenere rispetto alla lingua e letteratura serbocroate nel panorama culturale italiano, da parte cioè delle nostre Università, delle case editrici, di slavisti e giornalisti, degli intellettuali interessati o coinvolti nelle cose balcaniche.

bibliografia e riferimenti:

BANJANIN Ljiljana: ALCUNE NOTE SULLA NECESSITA’ DI MANTENERE LO STANDARD SERBOCROATO.
Documento per il Comitato Scientifico di CNJ-onlus (2008) – http://www.cnj.it/CULTURA/jezik.htm#standard08

BOGDANIĆ Luka: SERBO, CROATO O SERBO-CROATO? L’USO GEOPOLITICO DELLA LINGUA.
Su LIMES n.6/2003 – http://www.cnj.it/CULTURA/jezik.htm#limes03

KORDIĆ Snježana, in: La situazione linguistica attuale nell’area a standard neostokavi (ex serbo-croato), a cura di Rosanna Morabito, in “Studi Slavistica”, III, Firenze University Press, 2006, p. 325.

MIUR: Nota del 16 ottobre 2008, con la quale si gira senza commento ai bibliotecari degli Atenei una richiesta della Ambasciata della Repubblica di Croazia:
http://www.cnj.it/documentazione/AmbCroazia_a_ConfRettori.pdf

GRAZIE

ROM E SINTI IN ITALIA – LIBRO DI GIULIO SORAVIA

recensione di Raffaele taddeo

Rom e Sinti in Italia – Giulio Soravia
Pacini – 2009
pp. 200, 10 €

La bibliografia sugli “zingari”, termine che Giulio Soravia ci invita a usare senza remore, si è arricchito di questo nuovo opuscolo. Il sottotitolo “breve storia della lingua e delle tradizioni” è esplicativo del contenuto e delle intenzioni dell’autore: dare dignità ed identità ad un popolo fra i più emarginati, disprezzati e banditi.

La tesi che l’autore del libro propone e che sviluppa è che la lingua nella sua struttura, nella sua terminologia sia determinante nel riconoscimento di un popolo, della sua cultura e della sua storia desumibile specialmente dagli imprestiti in essa contenuti. Contemporaneamente egli polemizza con chi fa gerarchie di lingue a partire dalla presenza o meno di una letteratura scritta, confutando il fatto che possa essere considerata una lingua meno sviluppata di altre perché non può vantare una tradizione letteraria scritta.

Le idee di una certa consistenza presenti in questo volumetto non sono poche e insignificanti.

L’analisi del perché il popolo zingaro non è una nazione. E’ l’unico popolo per il quale manca un legame fra lingua e territorio e proprio per questo fra lingua e nazione. La nazione infatti si stabilisce a partire dal territorio. Il popolo zingaresco manca di un territorio su cui far riferimento e questo è uno spaesamento per le nostre sicurezze che non riescono a concepire identità senza territorio.

Altro elemento significativo che Giulio Soravia mette a fuoco è la duttilità e versatilità della lingua usata dagli zingari, diversificata anche all’interno dei vari gruppi, dovuto al fatto che l’economicità comunicativa imponeva aggiustamenti e imprestiti.

Un tema che viene affrontato con lucidità è quello dell’oralità nella comunicazione letteraria. Se gli zingari non si sono espressi, salvo negli ultimi decenni, in forme letterarie scritte, hanno però sviluppata una letteratura orale significativa e di cui nel testo qui esaminato vengono proposti esempi e indicazioni. Intanto è importante  sottolineare l’analisi che lo studioso   dei “Rom” e “Sinti” fa della cultura orale. Egli citando Jane Dick Zatta osserva che “le caratteristiche stilistiche della narrativa sono al servizio della funzione didattica. Esse svolgono tre compiti essenziali: coadiuvare la memoria;  sollecitare l’identificazione fra l’ascoltatore e il fatto narrato; trasmettere la ‘morale’ o la ‘lezione’ del racconto”. Poi viene affrontato il problema della trasmissione di un testo orale, del fatto che il narratore necessariamente nel tempo lo modifichi, e della impossibilità di definirne un autore, perché ogni narratore è un autore.

L’opuscolo  nella prima parte si sofferma anche nel dare un breve spaccato della storia del popolo zingaresco, degli insediamenti avvenuti in Italia e in quali regioni; ma confuta anche  alcuni luoghi comuni sugli zingari, e cioè che sarebbero ladri,  che vivono essenzialmente di espedienti.

Nell’ultima parte ci si interroga quale possa essere uno sbocco futuro per “Rom” e “Sinti” o per zingari in generale.

Pur in alcune parti necessariamente specialistico, il testo è scorrevole e fluido.

articolo tratto da http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=108

grazie

 

ASSOSALUTE E COMITATO CITTADINI PER I DIRITTI UMANI (IN TRENTINO)

Paolo Roat 22 febbraio alle ore 12.27
Apertura di due nuovi uffici per la tutela dei diritti dei cittadini in campo sanitario

Trento.

ASSOSALUTE e il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani inaugureranno i loro nuovi uffici di Pergine Valsugana il giorno lunedì 8 marzo 2010 alle ore 11.00 in via Chimelli, 12. Le nostre associazioni si prefiggono di tutelare i cittadini e denunciare gli abusi al fine di eliminarli e migliorare l’assistenza sanitaria. Questi nuovi uffici ci consentiranno di offrire un servizio migliore alla cittadinanza.
Gli episodi di malasanità e malapsichiatria sono purtroppo all’ordine del giorno. È di poco tempo fa la notizia della signora deceduta per un’incredibile serie di errori medici tra cui la mancata spedizione di un referto per mancanza di un francobollo. Ma forse pochi ricorderanno la storia del ragazzo ricoverato, imbottito di psicofarmaci e legato al letto perché scriveva sui muri o del ragazzo ricoverato contro la sua volontà per un dolore all’orecchio. Questi episodi di malasanità raggiungono l’onore delle cronache solo quando si verificano dei fatti estremi, ma purtroppo la nostra vita è disseminata di piccoli e grandi abusi.
Assosalute è la prima Associazione indipendente apartitica e apolitica, senza scopo di lucro, regionale che si occupa della tutela dei diritti del malato e di tutti coloro che hanno subito qualche abuso o violazione dei propri diritti costituzionalmente garantiti. La salute è un bene prezioso, che trova il proprio riconoscimento a livello Costituzionale nell’art. 32. Assosalute nasce dall’esperienza di persone che da decenni operano nel settore del volontariato e in particolare nel settore sanitario. È grazie alla forza dei volontari che Assosalute ha potuto nascere, crescere, facendosi conoscere e apprezzare per il proprio impegno in campo sociale. Ma Assosalute si avvale anche della collaborazione di esperti legali e giuristi dalla decennale esperienza nel settore sanitario. L’associazione Assosalute ha bisogno della collaborazione di tutti, perché la salute è un bene prezioso che tutti dobbiamo tutelare, col massimo impegno e, soprattutto, denunciando abusi e casi di malasanità, perché ciò che è capitato di male non debba succedere più. Siete pertanto tutti invitati a passare in sede, per conoscere le finalità della associazione e per prestare il vostro contributo, piccolo o grande che sia. Anche una semplice segnalazione può risultare estremamente preziosa; sconfiggere l’indifferenza nasce anche da un piccolo gesto di denuncia!
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani si occupa di abusi molto più subdoli e nascosti a causa della mancanza di scientificità della psichiatria. Mentre un ortopedico può verificare la presenza di una gamba rotta con un esame ai raggi X, non esistono esami che possano confermare le diagnosi psichiatriche. Questa è un’arma a doppio taglio dato che uno psichiatra, soprattutto se, come spesso succede, è arrogante e non ammette i limiti intrinseci della propria disciplina, può diagnosticare una malattia grave e rovinare la vita di una persona (soprattutto se è debole, povera e poco informata) somministrandole potenti psicofarmaci senza alcun consenso informato. Questi sono gli abusi più comuni che ci sono stati segnalati qui in Trentino:
• Screening psicopatologici e abusi di psicofarmaci sui bambini. Nonostante una legge provinciale volta a tutelare i nostri bambini, è in atto una campagna nascosta volta a medicalizzare le scuole e trasformarle in cliniche, e non più in luoghi di istruzione.
• Mancanza di consenso informato e somministrazione forzata di psicofarmaci. “La psichiatra mi ha anche detto di non leggere le controindicazioni degli psicofarmaci e di prenderli e basta.” – “…Ho rifiutato i farmaci e lì sputavo e mi hanno obbligato a prenderli con la forza. Mi facevano aprire la bocca per controllare.” Secondo le risposte alle interrogazioni provinciali n. 119 del 10 febbraio 2009 e n. 607 del 3 luglio 2009, in Trentino ci sono ben 621 persone sottoposte a somministrazione controllata di psicofarmaci.
• Diagnosi sbrigative. Parecchie persone ci hanno raccontato di diagnosi (anche gravi) emesse dopo solo pochi minuti di colloquio e di una disinvolta e quasi automatica somministrazione di psicofarmaci.
Il CCDU non demorderà finche questi abusi e tutte le pratiche coercitive e non rispettose dei diritti umani non saranno state eliminate.
Tutta la cittadinanza è invitata. Ci auguriamo che grazie ai nuovi uffici saremo in grado di tutelare meglio i vostri diritti e costruire una società più civile e democratica.

ASSOSALUTE e CCDU Onlus
www.assosalute.it
www.ccdutrento.orgwww.ccdu.org


GRAZE

UN PARTIGIANO COME PRESIDENTE. SANDRO PERTINI E LA RESISTENZA.

promosso dal Museo della Liberazione con ANPPIA Roma e Lazio
Tipo:
Data:
domenica 28 febbraio 2010
Ora:
10.30 – 12.30
Luogo:
Museo della Liberazione – Via Tasso 145

Descrizione

A vent’anni dalla scomparsa di Sandro Pertini un ricordo del suo contributo alla nascita di un’Italia democratica e antifascista.
Incontro con Gianni Bisiach per vedere i suoi documentari intervista e parlare del suo libro sul “compagno Pertini”.
Testimonianza di:
Vincenzo Colella (compagno di prigionia di Sandro Pertini)
Interventi di:
Giulio Spallone (prigioniero politico, presidente emerito ANPPIA nazionale)
Antonio Parisella (Presidente Museo della Liberazione)
Guido Albertelli (Presidente ANPPIA nazionale)
Augusto Pompeo (archivista, collaboratore Museo Storico della Liberazione)
Coordina:
Maria Grazia Lancellotti (Presidente ANPPIA Roma e Lazio)
ciao