29/4 solidale con via padova e col popolo rom

Nota: l’inizio della manifestazione in via Padova  è anticipato alle 18 mentre la serata coi Rom è spostata alle 21 (per consentire a tutti la partecipazione ad entrambi gli eventi).

 

EVIDENZA

 

 

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Rom Cultura Aperta, dall’ 8 al 13 Giugno 2010

Rom Cultura Aperta, dall’ 8 al 13 Giugno 2010
Descrizione:
Una settimana di musica, danza, fotografia, cinema, antropologia
dall’ 8 al 13 Giugno 2010
Nei locali di S.Chiara, Via Cacciatore delle Alpi, Cuneo

Informazioni di contatto

 

Notizie recenti

 

Notizie:
Martedi 8 Giugno

ore 18.30 Presentazione della Mostra fotografica “Te dikav” a cura di Andrea Fantino
Rinfresco e intrattenimento musicale di Florin “Stufulica” Tanase e Florin “Cucurigu” Ursu
ore 21 Presentazione del libro “Me bashavao ande Italia” “Io (Rom) suono in Italia” di Marco Ghezzo
Proiezione del documentario di viaggio “I Gagè ascoltano Csavas”

Mercoledi 9 Giugno

ore 21 Sonorizzazione dal vivo del cortometraggio “The adventures of Dollie” di Griffith a cura di Bruskoi Triu
ore 21.30 Proiezione di “Io, la mia famiglia Rom e Woody Allen” di Laura Halilovic e tavola rotonda con l’autrice

Giovedi 10 Giugno

ore 21.30 presso “Jazz Club” di Cuneo Concerto Nadara duo + Bruskoi e Jam Session finale

Venerdi 11 Giugno

ore 21.30 Concerto del gruppo Bruskoi Prala e Nadara
ore 23.00 Live set a cura di Dj Grissino e Caravan Etnique

Sabato 12 Giugno

Dalle 18 rinfresco ed esibizioni dei laboratori di danza, canto e musica

PRATICARE LA CULTURA

Laboratori di danza, canto e musica
Da Venerdi 11 a Domenica 13 Giugno 2010

Danza: Insegnanti Benki Iambor e Alexandra Beaujard

Approccio ai diversi stili di danza Rom transilvana che nei secoli hanno attinto alla tradizione romena e ungherese rielaborandole
Adatto a tutti i livelli e le età.

Canto: Insegnante Alexandra Beaujard

Il canto, momento di aggregazione transculturale, diventa un avvicinamento alla musica rom anche per non musicisti

Musica: Insegnante Ferenc “Tocila” Iambor

Adatto a tutti gli strumenti, particolarmente indicato ai violinisti, il corso introduce il musicista allo stile virtuoso dei Rom attraverso la pratica d’insieme.

Quota di iscrizione: 20 euro al giorno oppure 50 euro per tre giorni

 

pubblicazoni di aldo bonomi

Aldo Bonomi, Pubblicazioni, Consorzio A.A.STER

segnalato da Paolo Ferrario | 8 aprile 2010 at 18:21 | Categories: ZZZ-attesa categoria | URL: http://wp.me/peMEr-2ak

1996-Aldo Bonomi, Il trionfo della moltitudine, Forme e conflitti della società che viene, Bollati Boringhieri, Torino
Questa prima opera muove dalla crisi della politica, dalla caduta delle forme di convivenza, dal declino delle appartenenze di classe e di popolo, per approdare all’apparire dei processi di spaesamento e di sradicamento prodotti nella società competitiva dalla mondializzazione dell’economia. Se globale e locale appaiono come i soli spazi fondanti per l’essere impaurito di fronte ad un futuro incerto, è invece nel glocale, cioè in un locale attraversato dalla globalità, che va cercata una dimensione del conflitto e del mutamento diversa dall’accettazione del presente. Il libro comincia con l’individuare, alla fine del Novecento, una dimensione del tempo sociale caratterizzata dal non più e dal non ancora, e pone il problema: c’è un percorso che permetta di andare oltre la disperazione del guardarsi indietro e la seduzione dell’immergersi nel presente? Sarà la società di mezzo, intesa sia come composizione sociale sia come luogo intermedio della rappresentanza, il soggetto in mutamento nella transizione dal fordismo al postfordismo, transizione caratterizzata dall’emergere della moltitudine indistinta (altra cosa rispetto alla folla e alla massa delle analisi tradizionali), Ma, contro l’apologia della smaterializzazione del lavoro o addirittura della sua fine, Aldo Bonomi riconosce il conflitto che si fonda sull’emergere, tra il locale e il globale, di luoghi di non identificazione in cui è visibile il tentativo estremo di sottrarsi al divenire moltitudine.

1997-Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare, La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi, Torino
L’ipotesi di lavoro contenuta in questo breve saggio è che sia possibile scrivere il racconto della transizione sociale, politica ed economica che stiamo vivendo assumendo un punto di vista parziale, guardando e scavando una parte del territorio, uno spazio locale che sta nel globale, quale è la società che si delinea nel Nord del nostro paese. Capitalismo molecolare vuol dire Nord Italia: 67,9 imprese per ogni 1000 abitanti, con una media di 4,9 addetti, di cui solo il 18,5% è costituito da imprese manifatturiere. Il libro illustra come grande fabbrica e pubblica amministrazione occupino una parte ormai ridotta del “popolo dei produttori” del Nord. E quanto questo nuovo capitalismo abbia trasformato, in stretta connessione con le dinamiche della globalizzazione, la struttura sociale di intere aree del paese: fino a ridisegnare la fisionomia e le forme stesse del lavoro. Composto da situazioni difformi, il Nord è un arcipelago di contraddizioni e conflitti fra territori e sistemi produttivi. Ci sono aree alpine e pedemontane attivamente attraversate dalla globalizzazione mentre altre si caratterizzano come “zone tristi”, escluse dalla modernizzazione. C’è il Nord padano, forte di risorse industriali e ambientali, e naturalmente l’area del sistema urbano-industriale (Milano, Torino, Genova), accomunata dal tentativo di ridefinirsi come company town o metropoli del terziario. Un sistema, quello urbano-industriale, che si avvia a essere rappresentato, più che dai suoi occupati, dai suoi pensionati, prepensionati e cassintegrati.

1998-Aldo Bonomi e Giuseppe De Rita, Manifesto per lo sviluppo locale, Dall’azione di comunità ai Patti territoriali, Bollati Boringhieri, Torino
Questo testo, scritto da Aldo Bonomi con Giuseppe De Rita, ripercorre la storia dello sviluppo locale in Italia, con particolare riferimento alla stagione dei Patti Territoriali a partire dallo stato nascente sino alla loro istituzionalizzazione. Mai come negli ultimi anni il tema dello sviluppo locale è stato oggetto di attenzione e materia di interventi da parte non solo di amministrazioni periferiche, ma anche da parte di istituzioni dello Stato centrale. Tuttavia la consapevolezza dell’importanza di questa materia ha portato alla luce molti problemi irrisolti: una cultura dello sviluppo locale storicamente deficitaria, residuale, sostanzialmente ai margini delle strategie che contano; una bassa efficienza delle istituzioni nell’approntare le risposte giuste ad una domanda di sviluppo che sale dal basso; e, prima ancora, la mancanza, da parte della politica, di un vero riconoscimento del ruolo svolto dagli attori locali e della loro domanda di protagonismo. Senza voler rivendicare alcun primato del sociale sulla politica; né, tanto meno, un primato del locale sul globale, c’è tuttavia da percorrere un cammino a tappe forzate verso il riconoscimento del ruolo insostituibile svolto dalle varietà subnazionali, dai loro protagonisti. Già nel titolo il libro svela i suoi intendimenti. Non una teoria dello sviluppo locale, né una ricerca su economie e società periferiche. Ma, per l’appunto, un “manifesto”, cioè un testo in cui si prende posizione e che, di conseguenza, invita a prendere posizione.

2000-Aldo Bonomi, Il distretto del piacere, Bollati Boringhieri, Torino
Pensiamo ai percorsi dei fine settimana che dilagano e si segmentano su una vasta rete di luoghi e nonluoghi: autostrade, parcheggi, parchi a tema, locali e discoteche… Una moltitudine percorre questo arcipelago alla ricerca dell’indimenticabile oggetto del divertimento, dell’evento unico, diventando atomi emozionali, mondi comunicativi, frammenti di vita. Come per la fabbrica fordista o per il capitalismo molecolare vi sono città e distretti produttivi dov’è stato possibile osservare le forme dei lavori e dei conflitti, così in quel territorio che va da Gardaland a Rimini e a Cattolica, includendo anche la città-regione di Bologna e Venezia, si dispiega la “fabbrica libertina” che può essere indagata e raccontata come il distretto del piacere. Qui il corpo diviene moneta vivente nel circuito produttivo della “liberazione” fisica e sessuale: fitness, body trance, massaggi, meditazione, rilassamento, danza. Qui mettono al lavoro la loro “nuda vita” le cubiste, i DJ, i PR e i tanti nuovi “attivi senz’opera” nel ciclo del “tempo libero” fatto di parchi-gioco e villaggi-vacanze. Il distretto del piacere , oltre a essere un nonluogo delle emozioni, dello spettacolo e del turismo, è anche un iperluogo della produzione dove sono al lavoro in forma precaria, saltuaria, stagionale 150.000 addetti: quanti ne aveva un tempo la FIAT nella virtuosa company town Torino. Al racconto della grande fabbrica e della società industriale, il libro di Aldo Bonomi sostituisce quello ben più urgente e inedito in cui prosperano le filiere dell’impulso, dell’emozione e del desiderio.

2002-Aldo Bonomi, La comunità maledetta, Viaggio nella coscienza di luogo, Edizioni di Comunità, Torino
Dalle periferie e non dal centro devono essere affrontate le grandi questioni della modernità, quali le dinamiche della globalizzazione, la rivoluzione postfordista, i conflitti tra flussi e luoghi, il ruolo centrale del volontariato. In questa prospettiva infatti esse mostrano il loro profilo più autentico; rivelando, proprio nei punti di maggiore attrito, i nervi scoperti dell’ipermodernità globalizzata. Questa conclusione emerge dal diario di un viaggio che Aldo Bonomi ha computo dalla Croazia fino ai confini della Macedonia e del Kosovo, attraverso la Bosnia e la Serbia, nella primavera del 2001. la descrizione di tale viaggio attraverso luoghi in cui la comunità è ormai una parola maledetta si intreccia con il racconto di un secondo percorso, questa volta intellettuale, attraverso la globalizzazione e le sue reti finanziarie. Dall’incontro nella ex Jugoslavia, a Prijedor, con le autorità locali e con i volontari, impegnati nella costruzione di un’Agenzia per la Democrazia locale nella regione, scaturisce infatti la riflessione teorica che l’autore conduce sulla delicata opera del volontario, impegnato nel tentativo di ricucire i conflitti fra “società dei flussi” e “società dei luoghi” non solo nel teatro della Serbia post-bellica, ma ai margini delle nostre società post-moderne. Figura emblematica della nostra epoca, il volontario, che non scambia e non produce merci, ma realizza valore di legame, grazie alla sua capacità di “mettersi in mezzo” fra le comunità dell’odio, rappresenta il tassello fondamentale da cui occorre ripartire per costruire tracce di comunità a contatto con il territorio.

2003-Aldo Bonomi, Per un credito locale e globale, Le geocomunità del capitalismo italiano, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano
Il volume costituisce la rielaborazione del lavoro di ricerca sul territorio realizzato dal Consorzio AASTER su committenza del Gruppo UniCredito Italiano nell’ambito del Progetto Itaca. Tra i nodi strategici da affrontare in una prospettiva di sviluppo del nostro Paese, quello del rapporto tra banca e territorio ricopre una posizione di fondamentale importanza. E’ un rapporto da costruire adattandolo ai diversi contesti e situazioni, tenendo conto cioè dei tanti modelli produttivi e di sviluppo in cui si articola il panorama nazionale. Il capitalismo italiano, infatti, non è un “unico”, uguale a se stesso nelle differenti situazioni territoriali, e nemmeno costante nel tempo all’interno della stessa area territoriale. In effetti, se con il concetto di “capitalismo molecolare” si poteva analizzare la grande articolazione del modello di piccola impresa e i rapporti di questa con il territorio, ora si tratta di fare un passo ulteriore. Si tratta cioè di allargare lo sguardo osservando l’emergere di “piattaforme” territoriali in cui il nuovo capitalismo si articola su dimensioni di area vasta: la geocomunità. Queste sono entità territoriali che, oltrepassando i confini dei tradizionali distretti industriali e dei sistemi produttivi locali, sviluppano le loro reti di relazioni in una scala più ampia grazie al concorso di una pluralità di attori locali e non. Prima e meglio che in sede di trattazione teorica, è possibile analizzare tutto questo attraverso l’osservazione diretta sul campo del nuovo capitalismo italiano nelle aree più sviluppate del Paese. Un’osservazione che, nel caso specifico di questo volume, si è basata su interviste in profondità agli attori locali e sulla partecipazione di questi a Forum territoriali di discussione dei problemi di ciascuna area territoriale.

2004-Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese, La città infinità, Bruno Mondadori, Milano
Il libro mette in scena la ricerca sociale su un mondo, la città infinita, che altro non è che la metafora dell’ipermodernità e dello spaesamento del vivere e del produrre in Lombardia. Racconta dell’andare in quel territorio ove si è tutti un po’ tutti “nomadi e prigionieri” alla ricerca di ciò che non è più, la comunità originaria, e di ciò che non è ancora, la città infinita. La Città Infinita è la mostra che celebra gli ottant’anni della Triennale di Milano e ha inaugurato il calendario del 2004

Introduzione (D. Rampello)
Pensare la città infinita
La città infinita (A. Bonomi)
L’infinito intrattenimento ovvero l’al di là della politica (A. Abruzzese)
Nomadi in prigione (M. Cacciari)
Sulle tracce della comunità (A. Bagnasco)
La città infinita: spazio e trama della modernità riflessiva (E. Rullani)
La schiuma metropolitana o il senso dell’indistinzione (U. Volli)
Identità e Noncittà (V. Codeluppi e M. Ferraresi)
La città nella città (A. Colonetti)
Il palcoscenico dell’industria (A. Morra)
Un’agenzia di cittadinanza nella città infinita (Don V. Colmegna)
L’impero provinciale (F. La Cecla e R. Lazzarino)
La civiltà di Betelgeuse ai tempi del teletrasporto (A. Caronia)
Mettere in mostra la Città Infinita
Di sotto in su (F. Origoni)
Reportage sulla mostra (U. Lucas)
I video di “La città infinita” (E. Papetti)
Guardare la Città Infinita
Lo sguardo di quattro fotografi: Gianni Berengo Gardin, Uliano Lucas, Francesco Radino, Edward Rozzo
Le mappe della Città Infinita
I numeri
Le mappe
Il racconto della Città Infinita
Tracce di comunità
I capitalisti personali
Le imprese molla
Le trame
I padroni dei flussi
Sei personaggi in cerca di rappresentazione
Dall’avventuriero di Simmel al cow-boy della città infinita
Intervista a Davide Van de Sfroos

2004-Aldo Bonomi (a cura di), Il passaparola dell’invisibile, Laterza, Bari
Con le sue 1.300 cooperative, i 75 consorzi territoriali ed i 35.000 addetti, la rete CGM rappresenta la più importante aggregazione imprenditoriale della cooperazione sociale italiana. Un ruolo che non deriva solo dalla pur stringente logica dei numeri, ma dalla funzione anticipatrice e innovativa svolta nell’elaborazione teorica e pratica di modelli d’azione, di cultura organizzativa, di istituzioni, che oggi costituiscono senso comune e denominatore condiviso di gran parte della cooperazione sociale. Concentrandosi sull’identità culturale e organizzativa della rete, la ricerca ha consentito di organizzare la riflessione attorno ai temi che hanno accompagnato il movimento cooperativo nella transizione dalla sua fase “pionieristica” ai giorni nostri. Temi che sono riassumibili in quattro concetti-chiave, ritenuti i più appropriati al fine di porre in risalto gli elementi di razionalità (e quindi, “pezzi” di strategia) che distinguono la rete, ed al suo interno, l’agenzia strategica: scarsità (di risorse materiali); casualità (dei processi di reclutamento); sentimenti (intesi come produzione di senso e di gratificazioni); comunità (intesa come modalità d’interazione tra gli attori interni al sistema) Sono concetti che in pratica riassumono la combinazione – ormai entrata in tutto il mondo della cooperazione sociale, ma che viene esaltata da CGM – tra l’adesione ideale ad un sistema di valori e l’invenzione di pratiche inerenti l’organizzazione e la gestione degli apporti individuali. I primi e le seconde devono essere tra loro coerenti, pena lo scadere a vuoto enunciato (gli uni) e pura tecnica (le altre). I problemi aperti, proprio sui nodi che interrogano l’identità delle imprese in questione, sono innumerevoli. Ma ciò che ha valenza strategica, per il futuro della rete d’imprese diffuse sul territorio, è proprio la capacità di riprodurre e diffondere i processi di organizzazione intenzionale dei significati dell’azione collettiva.

2004-Aldo Bonomi, Massimo Cacciari, Giuseppe De Rita, Che fine ha fatto la borghesia? Einaudi, Torino
Abstract del contributo di Aldo Bonomi al volume collettaneo con Giuseppe De Rita e Massimo Cacciari.
Il saggio rifiuta dichiaratamente di dare una definizione esplicita di neoborghesia. Troppi infatti sono i cambiamenti in corso e qualsiasi tentativo di definirla rischierebbe dall’oggi al domani di essere contraddetto dai fatti. D’altra parte è proprio nel mutamento sociale che al ricercatore è richiesto il suo punto di vista, il suo coraggio di mettersi e di farsi mettere in discussione. Quindi il processo di formazione di una nuova borghesia viene affrontato in maniera indiretta, per così dire. Così, trattando all’inizio i cambiamenti del lavoro e l’emergere del capitalismo personale, se pure non viene data una definizione esaustiva di neoborghesia, viene però descritto il bacino sociale entro il quale la neoborghesia ha le sue radici. Allo stesso modo, nei paragrafi successivi, parlando di geocomunità e terziarizzazione, si è preferito dar ragione del contesto ambientale in cui la nuova borghesia prende forma, non già delle sue caratteristiche generali. Così, illustrando anche con esempi concreti alcune caratteristiche dei diversi gruppi sociali in cui la neoborghesia sembra essere ormai una realtà acquisita, vengono suggerite alcune proprietà attraverso le quali la neoborghesia opera in quanto tale. Infine, sulla base di tutto questo vengono azzardate alcune ipotesi sulle affinità che si profilano tra neoborghesia e nuove élites. In sostanza, in questo saggio la neoborghesia la si deduce più di quanto non la si definisca. All’autore è sembrato questo l’atteggiamento più convincente da adottare, oltre che intellettualmente più onesto.

2005-Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Il capitalismo personale-Vite al Lavoro, Einaudi, TorinoL’espressione “capitalismo personale” mette insieme due termini contradditori, che in passato si è cercato di separare. La natura impersonale del capitale – considerata sinonimo di modernità – lo identificava strettamente con l’ambito dell’azienda, mentre la persona apparteneva allo spazio proprio della vita privata, nettamente distinto dall’ambito tecnico della produzione. Oggi però il capitale ha sempre più bisogno delle persone, che si impegnino nelle aziende utilizzando al meglio le proprie capacità e sviluppando autonomie crescenti: una grande opportunità, non indenne tuttavia da rischi e sofferenze. Sommando diverse categorie, la metà del lavoro prestato oggi in Italia e riconducibile, secondo stime del Censis, a figure di “capitalisti personali”. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, che Bonomi e Rullani documentano ricorrendo alle stesse parole dei protagonisti.

2007 – Aldo Bonomi e Davide Rampello. Famiglia SpA – Convivenza generazionale e longevità d’impresa.
In Italia il tema della successione imprenditoriale affonda le proprie radici nella matrice famigliare del nostro peculiare modello di sviluppo, nell’alveo delle economie capitalistiche. Come ha sottolineato efficacemente l’eminente studioso delle economie locali Giacomo Becattini, nel nostro Paese l’impresa non è mai stata semplicemente una “molecola del capitale”, ma ha rappresentato piuttosto un “progetto di vita”, con ciò alludendo, tra l’altro, al peso assunto dalle dimensioni sociali, comunitarie e psicologiche di cui occorre tenere conto nell’analisi del fenomeno del ricambio generazionale all’interno delle imprese. In questo quadro ci è sembrato importante guardare alle particolari modalità attraverso le quali questo delicato passaggio avviene nell’epoca della globalizzazione dispiegata, sullo sfondo di una lunga deriva storica che chiama in causa uno degli archetipi fondanti della civiltà occidentale, ovvero al complesso rapporto tra padri e figli come ambito dialettico fondamentale per la formazione della personalità dei soggetti. Così ci è parso opportuno accostare alla riflessione e al racconto sociologico relativi all’evoluzione dei milieux competitivi e territoriali nei quali si perpetua quella struttura portante del tessuto industriale italiano, costituito in gran parte dalle medie imprese leader, un ampio repertorio di suggestioni che si snoda lungo tutta la tradizione letteraria europea, da cui pure ha tratto linfa vitale la teoria psicoanalitica. La bontà di questa scelta si è ulteriormente consolidata nel corso dell’esperienza territoriale che ha riunito a conoscersi e a discutere, in ciò che, con una certa enfasi, possiamo chiamare simposio conviviale itinerante, i rappresentanti del management di un big player finanziario come UniCredit Private Banking e un’ampia schiera di protagonisti delle storie di successione, accompagnati da due animatori come noi. Ancora una volta è attraverso la paziente frequentazione del territorio che è possibile cogliere la complessità e la ricchezza umana dei tanti soggetti che, nella profondità dei meandri delle relazioni che uniscono i membri di una famiglia, contribuiscono ad elaborare una visione complessiva per il futuro del Paese.

2008-Aldo Bonomi. Milano ai tempi delle moltitudini. Bruno Mondadori
Nella transizione in uscita dall’industrialismo fordista, Milano si è frammentata. Non solo, nella sua geometria urbana, ma anche per il moltiplicarsi delle barriere interne tra le schegge della sua composizione sociale. C’è relazione tra la centrifugazione urbana di una città dai confini sempre più slabbrati, e la creazione di barriere quasi antropologiche tra i diversi frammenti del suo corpo sociale. Un’antiutopia negativa, fatta di convivenza apparente tra pezzi di città “nuda”, senza diritti e senza rappresentazione, persi, esclusi, lasciati spesso ai margini, fianco a fianco alle comunità chiuse dei ghetti volontari per ricchi, per l’élite della nuda vita. La sottile linea rossa lungo la quale questo libro scava è il racconto di queste schegge di città per non arrendersi all’idea della loro incomunicabilità. Sono cinque i cerchi, i frammenti di composizione sociale raccontati in questo libro. Il primo cerchio ci svela come sono cambiate le élites. Per usare le parole del Novecento i “padroni”. La vecchia borghesia dei Falck e dei Pirelli o non c’è più o è salpata dalla città. Oggi cresce una neoborghesia dei flussi finanziari e del capitalismo delle reti che lavora nella città ma non la vive più. Nel secondo cerchio troviamo il commercio, dalle botteghe di quartiere al nuovo commercio esperienziale. Poi il terzo cerchio in cui si racconta del cambiamento della classe operaia, trasformata dalla globalizzazione in moltitudine dei lavori servili e dequalificati. E’ anche il cerchio della città invisibile, delle aree dimesse occupate, degli insediamenti temporanei, dei campi nomadi. Il quarto cerchio mostra l’emergere dei professionisti della creatività legati alla trasformazione della città in una grande macchina dell’intrattenimento e della moda. Infine il quinto cerchio fuori le mura della città, fabbrica a cielo aperto dentro la città infinita milanese in cui si continuano a produrre le merci. Qui, dentro le mille fabbriche e fabbrichette, il lavoro si è frammentato. La classe operaia si è dispersa in mille rivoli, eppure continua a produrre e lavorare. Un racconto rigoroso e prezioso per comprendere i molti cambiamenti della città e la sua trasformazione.

2008-Aldo Bonomi, Il rancore, Feltrinelli
L’opera intende ripercorrere l’evoluzione della cosiddetta “Questione settentrionale”, così come è venuta trasformandosi da questione “locale” a questione di modernizzazione “nazionale”, a partire dall’ampia esperienza di ricerca sul territorio portata avanti da Aldo Bonomi negli ultimi 20 anni di professione. Lo sguardo con il quale si affronta l’analisi di questa trasformazione nel laboratorio del Nord è orientato ad evidenziarne l’impatto antropologico su alcune figure emblematiche di questa apocalisse culturale: la “paura” dell’operaio della fabbrica fordista di matrice metropolitana, lo “stress” del piccolo imprenditore della pedemontana lombardo-veneta schiacciato dall’apertura dell’economia internazionale, lo “spaesamento” dei componenti delle comunità alpine e pre-alpine di fronte allo sgretolamento dei tradizionali dispositivi di coesione sociale.
Sono queste tre figure idealtipiche del rancore locale contro le trasformazioni epocali che attraversano il territorio nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso. Su questi sentimenti, che delineano la questione settentrionale come questione pre-politica, si innesta il messaggio politico delle leghe, che occupano lo spazio lasciato vuoto dalla crisi dei grandi partiti di massa del ‘900. Sono infatti le leghe, poi confluite nella Lega Nord, a quotare le paure del Nord al mercato politico, in questa fase nascente attraverso il messaggio della secessione hard.

In questo quadro si inserisce di lì a poco il fenomeno Berlusconi, che interpreta pienamente il dispiegarsi di un individualismo competitivo di carattere essenzialmente antisociale. Un altro punto caratterizzante il berlusconismo è la personalizzazione della leadership; Berlusconi come “presidente della moltitudine”. La forza di Berlusconi, il suo messaggio, si basa sul potere del chiunque che dà identità al molteplice.
A fronte di questi fenomeni emergono sempre più evidenti le difficoltà della sinistra politica, che non riesce a cogliere la specificità del fenomeno leghista, avendo perso capacità interpretativa del cambiamento delle forze produttive e non comprendendo il mutamento della composizione sociale nel Nord del Paese, essendo perciò impossibilitata ad interpretarne politicamente la domanda.

Il secondo capitolo dell’opera è incentrato sul mutamento della questione settentrionale che, da insieme di fenomeni di resistenza di spaesati e stressati del Nord produttivo, diventa spia di una transizione economica e sociale che riguarda l’intero paese. Essa non è più interpretabile soltanto, o principalmente, come frutto di una resistenza del locale schiacciato dall’avanzare del globale. Accanto alle tre figure degli spaesati, degli stressati o dei naufraghi del fordismo, egemoni in origine, gli anni novanta vedono l’emersione, lenta e a tratti difficile, di nuovi ceti e nuove élites portatrici di una volontà di modernizzazione economica e culturale, oltre che di una richiesta di protezione dai suoi impatti negativi. Il profilarsi di una linea di divisione di questo tipo segmenta la società settentrionale non soltanto dal punto di vista della sua composizione sociale e di classe, ma anche per quanto riguarda il rapporto con la sfera della rappresentanza politica e sociale.

Nel passaggio tra anni ’80 e ’90 l’accumulo di grandi sfide internazionali e interne mina alla radice questa capacità. Dentro una crisi verticale di legittimità ed efficacia decisionale della politica, le pulsioni modernizzanti e quelle difensive tornano a divaricarsi e, orfane di una mediazione unitaria, tendono contemporaneamente a corporativizzarsi, a restringere il loro orizzonte. Oppure, sempre più spesso, a tramutarsi in una sorta di guerra civile molecolare tra chi chiede alla politica di accompagnare il proprio desiderio di partecipare alla nuova dimensione globale e chi invece le chiede di (ri)perimetrare il territorio per puntellare una comunità locale che si sente sotto scacco. Dentro questo cambiamento il dinamismo dei soggetti finisce per incrociare una politica che appare sempre più come una foresta pietrificata. Un oracolo muto, spesso incapace di fornire risposte ad una società che, faticosamente, passo dopo passo, stava allora apprendendo la grammatica del globale.

Ma non è soltanto la politica “tradizionale” e “romana” a dimostrarsi in difficoltà nel riconoscere ed accompagnare il mutamento. Anche l’ipotesi della “secessione hard” fallisce nel dare una risposta all’altezza delle spinte modernizzatici. Troppo distanti appaiono le mitologie del “dio Po” da una classe imprenditoriale che, pur mantenendo i piedi nel locale, in quegli anni agiva già come una rete globale che aveva la testa nel mondo. E’ dentro questo doppia incapacità nell’accompagnare e ascoltare la domanda di modernizzazione che la questione settentrionale inizia a rifluire dai furori bossiani per tradursi in tutela individualista delle piccole e fredde virtù economiche. Dentro una transizione, durissima, la questione settentrionale muta. Si stempera in una sindrome da “secessione dolce” rispetto alla dimensione delle istituzioni e della rappresentanza fatta più di disincanto e di indifferenza che di rancore. Come a dire che se le istituzioni non accompagnano ora si preferisce proseguire da soli più che organizzare il malcontento per cambiare le cose.

Nel terzo capitolo si delineano le modalità attraverso le quali il racconto il lavoro di ricerca sul territorio fa emergere alcune istanze di governance territoriale dentro la dinamica flussi-luoghi. La necessità di uscire dai localismi economici e di dare nuovo slancio alle funzioni metropolitane si traduce nella formazione delle piattaforme produttive come prima istanza “lobal”, ovvero come dispositivo territoriale attraverso il quale i soggetti locali cominciano ad elaborare strategie di accettazione della sfida globale. Si delineano così nuove forme di governance territoriali di carattere sistemico (geocomunità) che scaturiscono dall’intreccio tra capitalismo di territorio, e capitalismo delle reti. Nel modello del capitalismo di territorio, organizzato in piattaforme produttive guidate da reti d’imprese medie a capo di gruppi, appare quindi sempre più evidente la rilevanza strategica, e la funzione di leadership, di quello che si definisce capitalismo delle reti. Un sistema di attori, vale a dire, che definisce il proprio ruolo economico intorno alla gestione delle “macchine a vapore” del postfordismo: le fabbriche del capitale umano e della conoscenza, come le Università e le altre istituzioni formative; i servizi collettivi, compresi quelli pubblici (dalle CCIAA alle ASL alla burocrazia pubblica locale); le reti della creatività, del linguaggio, della comunicazione al servizio dell’impresa; la finanza e l’intermediazione di denaro;i brand che danno identità e personalità ai prodotti locali; le funzioni intelligenti di gestione del ciclo (all’interno e fuori “dalle mura” delle fabbriche – si pensi al ruoli dei logistic provider; le utilities (energia, acqua, sistemi di trasporto, gas, ecc.); le Fiere dove si rappresentano i territori e le loro qualità produttive; le reti digitali e satellitari; le infrastrutture per i trasporti, intesi sia come assi (autostrade, strade, ferrovie, ecc.) e nodi/terminali d’interconnessione (porti, aeroporti, interporti, ecc.).

L’evoluzione dei diversi ambiti economici e istituzionali nei diversi contesti locali analizzati, evidenziano, nel migliore dei casi, una polifonia emergente, ma non ancora una governance poliarchica. Come a dire: sta emergendo, con diverse sfumature locali, una neoborghesia in grado di contribuire in modo significativo al governo delle trasformazioni che interessano organizzazioni e settori nel senso di una connessione virtuosa tra flussi e vocazioni locali, mentre stentano a delinearsi figure che sappiano raccordare i diversi percorsi evolutivi.
Oggi ciò che si chiede alla politica, che è più che mai necessaria al contrario di ciò che qualcuno potrebbe pensare, è di mettersi in mezzo fra i flussi e i luoghi, prendere i luoghi, accompagnarli ad agganciarsi ai flussi e tornare indietro. E per questo non basta la visione delle reti per la competizione, occorre estendere la logica al nuovo welfare e alla coesione sociale. E non è una prospettiva politica poi tanto astratta, poiché se si considerano i grandi punti critici, questi rimandano tutti a conflitti tra flussi e luoghi (TAV, base americana di Vicenza, tensioni diffuse con i Rom).

Sulla necessità di accompagnare i luoghi nella globalizzazione, operando sulle reti per la competizione e sulla coesione sociale, sono chiamate a delineare una prospettiva politica le due forze della sinistra che vengono avanti: Partito Democratico e Sinistra Arcobaleno.

Consorzio A.A.STER

ciao

incontri i.c.e.i.

Care amiche e cari amici,  
    vi segnaliamo che potete trovare:
1) i sunti dell’incontro su  GLI SPECULATORI FINANZIARI INTERNAZIONALI, che si terrà giovedì 29 aprile ore 21 a Vimercate presso la Biblioteca civica, piazza Unità d’Italia 2/G.
al seguente indirizzo web
relativo all’incontro

2) il programma dell’incontro su COME COSTRUIRE LA CITTA’ BELLA, che si terrà martedì 4 maggio ore 21 a Meda presso la Sala Ugo Elli, Vicolo Comunale/Piazza del Municipio
al seguente indirizzo web
relativo all’incontro

3) il programma dell’incontro su FINANZA ETICA E MICROCREDITO, che si terrà giovedì 6 maggio ore 21 a Vimercate presso la Biblioteca civica, piazza Unità d’Italia 2/G.
al seguente indirizzo web relativo all’incontro

Fraterni saluti

Gian Carlo Costadoni (ICEI)
________________________
Via Cufra 29
20159, Milano (MI)
Tel.: 02 – 36582768
Cell.: 328-6452966

 

amnesty: in iraq civili nel mirino!

COMUNICATO STAMPA   
CS41-2010

IRAQ, RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL: CIVILI NEL MIRINO, NECESSARIO
MIGLIORARE URGENTEMENTE LA PROTEZIONE

In un nuovo rapporto diffuso oggi, dal titolo ‘Iraq: civili nel mirino’,
Amnesty International ha chiesto alle autorita’ irachene di migliorare
urgentemente la protezione nei confronti della popolazione civile, al
centro di una nuova ondata di violenza mortale.

Secondo il rapporto di Amnesty International, ogni mese vengono uccise o
ferite centinaia di persone, molte delle quali prese di mira per motivi
religiosi, a causa dell’origine etnica o dell’identita’ sessuale o perche’
hanno osato denunciare le violazioni dei diritti umani. La perdurante
incertezza sulla formazione del nuovo governo ha dato vita a una nuova
spirale di attacchi, con oltre 100 civili uccisi solamente nella prima
settimana di aprile.

‘La popolazione irachena vive ancora in un clima di paura, a sette anni
dall’invasione diretta dagli Usa. Le autorita’ di Baghdad potrebbero fare
molto di piu’ per la sua incolumita’, ma continuano a non assistere le
persone piu’ vulnerabili della societa’’ – ha dichiarato Malcolm Smart,
direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty
International.

L’organizzazione per i diritti umani sollecita le autorita’ irachene a
impegnarsi maggiormente per proteggere coloro che sono particolarmente a
rischio e portare i responsabili di reati violenti di fronte alla
giustizia, evitando il ricorso alla pena di morte.

Pur attribuendo la responsabilita’, in alcuni casi, alle forze di
sicurezza irachene, alle truppe straniere o ad attori privati come le
famiglie, Amnesty International sottolinea che la maggior parte delle
uccisioni di civili vengono compiute dai gruppi armati, compreso al-Qaeda
in Iraq, che mantiene una rilevante presenza nel paese nonostante la
recente morte di tre suoi alti dirigenti.

I difensori dei diritti umani, i giornalisti e gli attivisti politici sono
tra coloro che vengono assassinati a causa del loro lavoro. Il 13 aprile
Omar Ibrahim al-Jabouri, direttore delle relazioni esterne dell’emittente
televisiva Rasheed, ha perso le gambe nell’esplosione della sua
automobile, cui era stata fissata una bomba, mentre si stava recando al
lavoro a Baghdad.

Le minoranze etniche e religiose continuano a loro volta a essere prese di
mira. A febbraio a Mosul sono stati assassinati almeno otto cristiani. In
un caso, il 17 febbraio, i due studenti cristiani Zia Toma (22 anni) e
Ramsin Shmael (21 anni), sono stati bloccati da uomini armati a una
fermata dell’autobus e costretti a mostrare i documenti; immediatamente
dopo, gli aggressori hanno aperto il fuoco, uccidendo Toma e ferendo
Shmael.

Le donne e le ragazze sono particolarmente esposte alla violenza dei
familiari e dei gruppi armati. Il rapporto di Amnesty International
denuncia poche condanne per stupro e frequenti casi di ‘delitti d’onore’,
commessi dai parenti nei confronti di donne il cui comportamento e’
ritenuto contrario ai codici morali, come nel caso del rifiuto di sposare
un uomo scelto dalla famiglia. Anche le attiviste per i diritti umani
vengono colpite per essersi schierate dalla parte dei diritti delle donne.

Gli appartenenti alla comunita’ gay, in un paese dove l’omosessualita’ non
e’ tollerata, vivono sotto la costante minaccia di violenza. Alcuni
predicatori musulmani hanno chiesto ai loro fedeli di attaccare persone
sospettate di essere omosessuali.

Spesso, le autorita’ non svolgono indagini esaurienti e imparziali sugli
attacchi contro la popolazione civile, non arrestano i presunti
responsabili e non portano questi ultimi di fronte alla giustizia. In
alcuni casi, le stesse autorita’ sono sospettate di coinvolgimento in atti
di violenza.

Il risultato di questo clima di sicurezza e’ che centinaia di migliaia di
iracheni, tra cui un’alta percentuale di appartenenti alle minoranze, sono
stati costretti a lasciare le loro case. I profughi interni e i rifugiati
sono ancora piu’ a rischio di subire violenza e di attraversare
difficolta’ economiche.

Amnesty International chiede alle autorita’ irachene l’introduzione
immediata di misure per rafforzare la sicurezza dei civili, attraverso una
consultazione con i gruppi a rischio che porti a individuare i
provvedimenti piu’ efficaci per la loro protezione.

Nel frattempo, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, e’
necessario che le autorita’ avviino adeguate indagini sugli attacchi
contro i civili e sottopongano a processi in linea con gli standard
internazionali i presunti responsabili, di chiunque si tratti. Le milizie
dovrebbero essere immediatamente disarmate e dovrebbe essere eliminato
l’obbligo di dichiarare sulla carta d’identita’ l’appartenenza religiosa.

Amnesty International chiede altresi’ ai gruppi armati presenti in Iraq di
porre immediatamente fine agli attacchi contro i civili, ai sequestri e
alle torture.

Infine, l’organizzazione per i diritti umani sollecita la fine di tutti i
rimpatri forzati di rifugiati in Iraq fino a quando perdurera’
l’instabilita’ nel paese. Diversi governi europei stanno eseguendo
rimpatri forzati in Iraq, persino nelle zone piu’ pericolose del paese, in
chiara violazione delle linee guida emesse dall’Alto commissariato delle
Nazioni Unite per i rifugiati.

Amnesty International ha parlato con un gruppo di 35 iracheni rimpatriati
a forza dal governo olandese il 30 marzo. Tra di essi c’era un turcomanno
sciita di 22 anni originario di Tal Afar, una citta’ a nord di Mosul, dove
negli anni scorsi sono state assassinate centinaia di persone per motivi
religiosi e politici e dove la violenza regna incontrastata. Il ragazzo,
un mese dopo, era ancora a Baghdad, in cerca di un riparo.

‘La continua incertezza sulla formazione del nuovo governo potrebbe
contribuire a un ulteriore escalation di violenza, di cui farebbe le
maggiori spese la popolazione civile. La situazione rischia di andare di
male in peggio. Tanto le autorita’ irachene quanto la comunita’
internazionale devono agire subito per pervenire altre morti evitabili’ –
ha concluso Smart.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 27 aprile 2010

Il rapporto ‘Iraq: civili nel mirino’ sara’ disponibile a partire dal 27
aprile 2010 all’indirizzo www.amnesty.it/Iraq_civili_nel_mirino e presso
l’Ufficio stampa della Amnesty International Italia.

Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

Leggi tutti gli altri comunicati stampa all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/archivio-tutte-news-comunicati.html

 

grazie

28/4 a Bologna RONDINI E RONDE

rondini e ronde.jpg

«Rondini e ronde». Metti una sera tra amici a Bologna…

Data:
mercoledì 28 aprile 2010
Ora:
21.00 – 23.00
Luogo:
Libreria Modo Infoshop
Via:
Via Mascarella
Città/Paese:
Bologna, Italy

Descrizione

Continua il giro d’Italia delle nostre Rondini…

Questa volta gli autori Daniele Barbieri, Claudiléia Lemes Dias e Rosana Crispim Da Costa dialogheranno con il pubblico presso la libreria Modo Infoshop in via Mascarella, a Bologna. Vi racconteranno le loro storie di migrazioni che hanno reso così bello e apprezzato dai lettori «Rondini e ronde».

Il ricavato dei diritti d’autore di questo libro andranno a sostenere il progetto “DIRITTI X DIRITTI”. per costruire una biblioteca itinerante per il campo rom di via Germagnano a Torino.

Non mancate, Mercoledì 28 aprile alle ore 21,00.

2/5 AL CEAS : “MILLEGIOCHI & MILLEPIEDI”

 Ciao a tutti,

il CeAS è lieto di invitarvi domenica 2 maggio 2010 ad una lunga giornata di sport, animazione e solidarietà dal titolo “MILLEGIOCHI & MILLEPIEDI”, in allegato trovate la locandina, qui di seguito invece il programma in sintesi:
 
AL MATTINO Corsa non competitiva nel Parco Lambro, evento organizzato con il contributo di Fondazione Cariplo ed in partnership con Atletica Lambro, Legambiente Circolo Crescenzago e UPS. Ore 8 ritrovo ed iscrizioni nel piazzale dell’Istituto Pia Marta (via Pusiano angolo via Orbetello), ore 9 inizio corsa non competitiva, ore 10.15 inizio corsa bambini, ore 11 premiazioni. Operatori ed ospiti del CeAS collaboreranno all’organizzazione di questa manifestazione sportiva.

NEL POMERIGGIO  Dalle 14.30 alle 17.30 animazione per bambini e ragazzi e giochi di gruppo nell’area parco di fronte al CeAS (via Marotta 8), spazio libero, partecipazione gratuita. Dalle 15.30 all’interno del CeAS quadrangolare di calcetto con i musicisti romeni della Banda del Villaggio, gli amici dell’UPS e i ragazzi dell’oratorio Kolbe, alle 18.30 le premiazioni, ingresso libero.

Vi ricordiamo che da maggio la domenica e i festivi è vietato entrare in macchina nel parco, si consiglia di parcheggiare la macchina o in fondo a via Feltre o in via Carlo Cazzaniga (traversa di via Rizzoli).
Vi aspettiamo numerosi!
 

 

[Vi preghiamo come sempre di inoltrare la mail a coloro i quali pensiate possano essere interessati ai progetti educativi del CeAS inerenti lo sport; nel caso non vogliate invece piu’ ricevere informazioni sulle nostre iniziative non vi resta che segnalarcelo]

 
Francesco Casali
educatore professionale
responsabile progetti sportivi CeAS
cell. 393/9015594

per il programma dettagliato clicca su: millegiochi & millepiedi.pdf

 

 

ciao!