conflitti

Siamo lieti di segnalarvi l’uscita del nuovo numero della Rivista Italiana di ricerca
e formazione psicopedagogica 
Conflitti,  dal titolo

I barbari e il libro  

del quale trovate un assaggio qui di seguito. Buona lettura!!

 

CONFLITTI   Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica
n°3 anno 2010

 

Affrontando in questo numero il tema del libro e dei libri, ci è venuta la voglia di verificare se le classiche letture che hanno contraddistinto la carriera scolastica di molte generazioni sono ancora in auge o se sono state definitivamente abbandonate. Nel dossier contenuto in questo numero abbiamo potuto notare quanto le scelte dei bambini e delle bambine in materia di lettura si spostino sulle novità, la fa da padrona Harry Potter e altro eroe incontrastato risulta essere il topino Geronimo Stilton. Ci siamo chiesti pertanto che fine hanno fatto le grandi letture del passato?

 

Intervista ad Antonio Monaco
il libro: uno strumento per imparare a stare con se stessi

Inchiesta
La lettura e i bambini d’oggi. In che misura i bambini si organizzano tra Pinocchio, TV e PC.

 

NON SEI ANCORA ABBONATO? COSA ASPETTI?

“Conflitti – Rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica” è uno strumento rivolto al mondo dell’educazione, per affrontare le nuove tematiche educative e per dare strumenti utili a gestirle.

Sono previsti 4 numeri all’anno, a cadenza trimestrale. Il costo dell’abbonamento è di € 22,00 all’anno da versare sul c/c postale

Abbonamento estero : €26,00

n.34135764 intestato a: Centro Psicopedagogico per la Pace, via Campagna 83 – 29121 Piacenza.

 

 Tieniti aggiornato!! Visita il nostro calendario corsi al link: http://www.cppp.it/elenco_corsi.html

 

Ufficio Stampa

Centro Psicopedagogico per la pace
e la gestione dei conflitti
Via Campagna 83
29121 Piacenza
tel. e fax 0523.498.594
www.cppp.it

L’Islam in carcere. L’esperienza religiosa dei giovani musulmani nelle prigioni italiane

 

Prezzo di copertina: € 28,00

I contenuti

La sociologia delle istituzioni totali e quella dedicata al fenomeno religioso non si sono frequentemente incrociate sul tema della religione in carcere. In particolare, relativamente limitata e recente è la produzione scientifica riguardante la dimensione soggettiva, esperienziale ed interiore della religione nella vita dei carcerati. L’indagine contenuta nel presente volume, ha scelto come proprio specifico obiettivo l’esperienza religiosa dei musulmani nelle prigioni italiane. Nel carcere i musulmani sembrano incontrare la replica esasperata del loro essere in quanto immigrati costretti in uno spazio caratterizzato da regole e da logiche estranee alla loro cultura di provenienza e spesso non facilmente mediabili con la spontaneità del loro comportamento. La religione quindi si presenta al musulmano, che vive una condizione di avvilimento, di sconfitta esistenziale e di mortificazione nell’istituzione totale, come una possibilità di ricostituzione di un’autostima, e come accesso ad una ritrovata esperienza d’ordine nell’organizzazione della vita, oltre che ovviamente ma anche problematicamente come affermazione identitaria. E un percorso difficile e complesso nel quale è possibile riconoscere situazioni che danno dell’immagine del musulmano in Europa una versione irriducibile a quelle proposte dalla secolarizzazione o dalle aggressive semplificazioni dei fondamentalismi.


Altri dati

Formato: Libro
Pagine: 256
Lingua: Italiano
Editore: Franco Angeli
Anno di pubblicazione 2010
Codice EAN: 9788856823158

ciao

Kenya, rapporto Amnesty: la paura di essere aggredite rende le donne prigioniere nelle loro case

[Stampa] Kenya, rapporto Amnesty: la paura di essere aggredite rende le donne prigioniere nelle loro case

Mercoledì 7 luglio 2010, 10:46

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stampa@amnesty-ml.amnesty.it

COMUNICATO STAMPA   
CS65-2010

RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SUL KENYA: LA PAURA DI ESSERE AGGREDITE
RENDE LE DONNE PRIGIONIERE NELLE LORO CASE

Le donne e le ragazze degli insediamenti abitativi precari di Nairobi, la
capitale del Kenya, vivono nella costante minaccia di subire violenza
sessuale e per questo rinunciano spesso a uscire dalle loro case per usare
i servizi igienici e i bagni pubblici. E’ quanto denunciato oggi da
Amnesty International, in un nuovo rapporto intitolato ‘Sicurezza e
dignita’ negate: la vita delle donne negli insediamenti abitativi precari
di Nairobi’.

Il rapporto spiega come il mancato inserimento di queste aree nei progetti
e nei finanziamenti di sviluppo urbano abbia significato un accesso
inadeguato ai servizi igienici, cosa che colpisce in modo particolarmente
duro le donne che vi risiedono.

‘Queste donne diventano prigioniere nelle loro case durante la notte e
talvolta anche prima del tramonto. Poiche’ necessitano di maggiore
riservatezza rispetto agli uomini per andare in bagno o fare una doccia,
l’inaccessibilita’ di questi servizi le pone a rischio di stupro e le
costringe a restare intrappolate in casa’ – ha dichiarato Godfrey Odongo,
ricercatore di Amnesty International sull’Africa orientale. ‘Il fatto che
non siano in grado neanche di accedere ai pochi servizi pubblici igienici
esistenti le espone al rischio di malattie’.

La situazione e’ aggravata dall’assenza di forze di polizia negli
insediamenti abitativi precari. Quando le donne subiscono violenza, e’
improbabile che riescano a ottenere giustizia. A Kibera, l’insediamento
piu’ grande di Nairobi con un milione di abitanti, non c’e’ un posto di
polizia.

‘Avevo sempre sottovalutato la minaccia della violenza. Andavo
abitualmente alle latrine, salvo quando si era fatto troppo tardi. Questo
fino a due mesi fa quando ho rischiato di essere stuprata’ – ha dichiarato
Amina, 19 anni, dell’insediamento abitativo precario di Mathare.

Alle 7 di sera, Amina e’ stata circondata da quattro uomini, che l’hanno
picchiata e spogliata. Solo le sue grida, che hanno richiamato
l’attenzione dei vicini, hanno scongiurato lo stupro. Sebbene conoscesse
uno degli uomini, Amina non lo ha denunciato per timore di ritorsioni.

Nell’impossibilita’ di lasciare le loro case di una sola stanza dopo il
tramonto, molte abitanti degli insediamenti informali ricorrono alle
‘toilette volanti’, buste di plastica che vengono poi lanciate fuori per
disfarsi del contenuto. Le precarie condizioni igieniche in cui vivono,
dovute anche alla grande quantita’ di escrementi umani depositati
all’aperto a causa dell’inadeguato accesso ai servizi igienici,
contribuiscono direttamente all’insorgere di malattie e agli elevati costi
delle spese mediche.

Altre donne hanno raccontato ad Amnesty International quanto sia umiliante
lavarsi di fronte ai parenti e ai bambini.

Anche alla luce del giorno, i bagni pubblici sono scarsi e molto lontani.
Secondo fonti ufficiali, solo il 24 per cento degli abitanti degli
insediamenti informali di Nairobi ha accesso a servizi igienici in casa.

Nonostante alcuni elementi positivi, le politiche adottate del Kenya
riguardo ai risultati prefissati dagli Obiettivi di sviluppo del millennio
non tengono conto delle specifiche necessita’ delle donne che vanno
incontro alla violenza a causa della mancanza di servizi igienici adeguati
e non affrontano la mancata applicazione delle direttive che impongono ai
proprietari delle case e dei terreni di fornire questi servizi.

‘C’e’ una differenza profonda tra quello che il governo dice di voler fare
e quello che succede ogni giorno negli insediamenti abitativi precari’ –
ha sottolineato Odongo. ‘Le politiche nazionali del Kenya riconoscono il
diritto ai servizi igienici, attraverso leggi e regolamenti in vigore.
Tuttavia, a causa di decenni di mancato riconoscimento ufficiale degli
insediamenti, in queste aree quelle leggi e quei regolamenti non vengono
applicati, permettendo ai proprietari delle case e dei terreni di evitare
ogni sanzione per non aver messo a disposizione bagni e docce’.

Nonostante le politiche nazionali sulla terra, l’incertezza sui titoli
legali costituisce a sua volta un problema perdurante per gli abitanti e
fa si’ che i proprietari delle case e dei terreni non abbiano alcun
incentivo a fornire servizi igienici adeguati e a incrementare le misure
di sicurezza.

Amnesty International chiede al governo del Kenya di rendere piu’
vincolanti le norme che impongono ai proprietari di costruire servizi
igienici e bagni negli insediamenti, anche attraverso contributi economici
ai proprietari non in grado di sostenerne i costi.

Il governo deve inoltre adottare misure immediate per migliorare la
sicurezza, l’illuminazione e le attivita’ di polizia e garantire che le
autorita’ competenti agiscano in modo coordinato per migliorare la
fornitura di acqua e di servizi igienici negli insediamenti.

Ulteriori informazioni

Il rapporto ‘Sicurezza e dignita’ negate: la vita delle donne negli slum
di Nairobi’ e’ disponibile in inglese all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/Kenya-donne-prigioniere-nelle-loro-case

Il precedente rapporto sullo stesso tema, ‘La maggioranza invisibile: i
due milioni di abitanti degli insediamenti abitativi precari di Nairobi’,
e’ disponibile in inglese al seguente indirizzo:
http://www.amnesty.it/Kenya-due-milioni-negli-insediamenti-abitativi-precari

Entrambi i rapporti fanno parte della campagna globale ‘Io pretendo
dignita’’, che intende porre fine alle violazioni dei diritti umani che
creano e acuiscono la poverta’. Nell’ambito di questa campagna, Amnesty
International chiede a tutti i governi di porre fine agli sgomberi
forzati, garantire eguale accesso ai servizi pubblici per le persone che
vivono negli insediamenti abitativi precari e assicurarne la
partecipazione attiva alle decisioni riguardanti le loro vite.

La campagna ‘Io pretendo dignita’’ e’ online al seguente indirizzo:
http://www.amnesty.it/io-pretendo-dignita.html

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 7 luglio 2010

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

Leggi tutti gli altri comunicati stampa all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/archivio-tutte-news-comunicati.html

GRAZIE

Il Razzismo dei terroni

7 luglio 2010 DA Mimmo Guarino

Strani silenzi

Tempo fa andai a Milano per partecipare ad una manifestazione contro il razzismo. Visto che ero lì ne approfittai per fare visita a dei miei parenti, napoletani, che da tempo vivono proprio nella città Meneghina. L’accoglienza che mi riservarono fu veramente calorosa. Nonostante in questi anni ci siamo visti solo in poche occasioni abbiamo comunque conservato uno splendido rapporto. A cena parlammo di tante cose: della felice memoria dei nonni, di quando i miei cugini erano bambini (adesso sono dei baldi giovanotti), delle bellezze della nostra Napoli: il lungomare, le chiese, i vicoli, etc… Non ricordo bene poi come fu ma ad un certo punto della serata cominciammo a discutere di lavoro e della “crisi economica”. E mi dissero che anche lì da loro la situazione si era fatta critica: tre di quei baldi giovanotti erano senza un lavoro da mesi. Una situazione che non si era mai verificata prima.

6febbraio2010

Stranamente però, quella sera, nessuno di loro mi chiese nulla circa il motivo principale di quella mia visita a Milano: la manifestazione contro il razzismo. Non che volessi un premio ma mi sembrò strano che non fossero neanche un po’ curiosi di quell’evento che, in fondo, si era tenuto proprio a “casa loro”. Sapevo che non avevano mai preso parte ad una manifestazione e che probabilmente mai lo avrebbero fatto e che mai avrebbero nemmeno saputo di quell’ evento se non fosse stato per il mio arrivo. Però avevo fatto centinaia chilometri in treno per prenderne parte e questo mi sembrava già sufficiente per stimolare in loro qualche curiosità. Nessuno invece, almeno in apparenza, diede importanza alla cosa.

Il razzismo della paura

In realtà i fatti non stavano proprio così. Me ne resi conto il giorno dopo quando una delle mie zie mi disse, con tono sprezzante, che quelli (gli stranieri) avrebbero fatto bene a tornarsene tutti nei loro paesi di origine; altro che manifestazione contro il razzismo. Perché, mi disse, i tempi non erano più quelli di una volta, il lavoro era scarso e quel poco rimasto era giusto e legittimo riservarlo solo agli Italiani. Anzi, se c’era quella maledetta crisi era anche per causa loro.

napoletaniamilano

Il mio dispiacere per quelle parole fu grande, ovviamente; non tanto per la posizione razzista in se quanto per il fatto che mi veniva portata da una persona che alle spalle aveva proprio quel tipo di storia. Una storia di terroni, per dirla in breve. Quella stessa storia comune a tanti altri Italiani del sud che per migliorare le proprie condizioni di vita hanno dovuto lasciare città natale, affetti e radici; come del resto pure gli extracomunitari. Il mio dispiacere per quelle parole fu grande perché capii che venivano dalla disperazione, dalla paura di perdere quel poco faticosamente conquistato.

Più vado avanti e più mi convinco, infondo, che le argomentazioni degli uomini non sono quasi mai frutto di un vero ragionamento basato su dei principi ma solo un paravento usato per nascondere le proprie paure ed i propri egoismi; un modo per portare l’acqua sempre al solito mulino, il proprio.

Perché certo può anche darsi che quel ragionamento fosse corretto, che quella mia zia avesse ragione nel trovare giusto e legittimo cacciare tutti gli stranieri dall’Italia per salvare il posto di lavoro agli Italiani. Ma ho qualche dubbio nel credere che quella stessa mia zia avrebbe trovato altrettanto giusto e legittimo, per salvare il posto di lavoro ai Milanesi, cacciare anche tutti i Napoletani da Milano.

ECOSIA, MOTORE DI RICERCA ECOLOGICO

http://blog.atrapalo.it/ecosia-il-motore-di-ricerca-ecologico.html

Ecosia è un’organizzazione privata indipendente, sostenuta dai grandi motori Yahoo e Bing e dalla più grande organizzazione per la salvaguardia della natura, il WWF.

Come funziona Ecosia?

In un modo semplice ed efficace. Yahoo e Bing offrono i link sponsorizzati nelle ricerche degli internauti e i guadagni ottenuti da quest’ultimi vengono investiti in un programma di salvaguardia della foresta pluviale gestito direttamente dal WWF  all’interno del Juruena National Park in Amazzonia.

GRAZIE

IL DOVERE DI RICORDARE

…Anche il Professor Roberto Moro, ideatore e direttore del portale editoriale e multimediale www.storiaestorici.it ,
promuove l’ultimo libro di Laura Tussi dal titolo “Il Dovere di Ricordare. Dalla Shoah all’attualità dell’intercultura”
e sostiene il Progetto “Per Non Dimenticare”…
 
 
GRAZIE

IMPARIAMO LA COSTITUZIONE: ARTICOLO 11

Articolo 11

Paolo Agnelli | luglio 4, 2010 at 1:02 pm | Tag: articolo 11, controversie, guerra | Categories: La Costituzione | URL: http://wp.me/pPtEt-2R

L’articolo 11 è una dimostrazione illuminata dello spirito costituente, ovvero della capacità dei nostri Padri costituenti di essere al contempo moderni e visionari.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali […] ’

Il principio della rinuncia alla guerra come forma di imperialismo esprime la ferma opposizione alla violenza militare come strumento di conquista e di offesa alla libertà dei popoli. Nella semantica della parola ‘ripudia’ – che ha sostituito nel corso dei lavori in Assemblea costituente la parola ‘rinuncia’ – si coagula tutta la ripugnanza morale verso gli orrori della guerra e della violenza che hanno profondamente ferito lo spirito democratico durante la seconda guerra mondiale. Con questo primo lapidario inciso, la Costituzione repubblicana dimostra tutta la sua modernità: l’Italia decide di rompere per sempre il cerchio del nazionalismo e dell’imperialismo, cristallizzando in un dovere categorico l’obbligo morale (prima ancora che giuridico) di vietare il ricorso alla guerra come strumento di conquista e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Ciò non significa che l’Italia sia un paese neutrale, ovvero che non si possa in nessun caso ricorrere alle forze armate; pur ammettendo che il ricorso alla guerra debba essere concepito come extrema ratio, la partecipazione dello Stato italiano alle azioni militari è consentita come strumento di difesa della libertà e dei diritti degli altri popoli, nel rispetto dei vincoli stabiliti dalla Comunità internazionale ed in particolare nel rispetto degli obblighi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite.

L’Italia ‘ […] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.’

Nella seconda parte dell’articolo 11 si coglie tutta la visionarietà della nostra Costituzione. La solidarietà e la giustizia tra i popoli sono individuati come strumenti privilegiati di risoluzione delle controversie. Attraverso questo passaggio, al ripudio della legge della forza si combina l’aspirazione di creare vincoli tra i popoli per imporre la forza della legge come strumento di pacificazione: voltata per sempre la dolorosa pagina del nazionalismo, la nostra Costituzione si riallaccia alla tradizione del costituzionalismo democratico e liberale fondato sul rispetto dei valori internazionali della pace e del rispetto della dignità umana.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo in questo dettato costituzionale: la clausola relativa alla possibilità di consentire alle limitazioni della sovranità, a condizioni di reciprocità ed uguaglianza con gli altri Stati, segna la preminenza dell’interesse per la pace e la giustizia tra i popoli rispetto alla sovranità stessa. Attraverso tale auto-limitazione, la Repubblica consente la cessione di ‘pezzi’ della propria sovranità in favore di istituzioni sovranazionali che si pongono lo scopo di creare un’integrazione sempre più stretta tra i popoli. Così, una fattispecie formulata e pensata per l’ingresso dell’Italia nell’organizzazione delle Nazioni unite si è dimostrata sufficientemente elastica per consentire all’Italia di partecipare al processo di integrazione europea.

Sul consenso degli Stati membri si è celebrato il matrimonio degli interessi statali per la creazione della famiglia europea che ha dato vita prima alle Comunità europee ed oggi, a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, all’Unione europea che abroga e sostituisce le Comunità. L’ordinamento dell’UE è ancora oggi un ‘ordinamento di nuovo genere’ a favore del quale gli Stati hanno rinunciato ai loro poteri sovrani, nei limiti delle competenze attribuite alle istituzioni dell’Unione europea, per garantire lo Stato di diritto, la democrazia, l’eguaglianza, la protezione dei diritti fondamentali. Un ordinamento del tutto peculiare nel contesto delle organizzazioni internazionali in quanto sono riconosciuti come soggetti non soltanto gli Stati membri (attualmente 27 Stati), ma anche i loro cittadini, attribuendo loro diritti soggettivi che possono invocare anche contro gli Stati membri cui appartengono. Il processo di integrazione europea è stato attraversato nel corso di oltre 50 anni da due direttrici fondamentali: l’approfondimento e l’allargamento. Da un lato, l’approfondimento che segna l’espansone materiale del raggio di azione delle istituzioni europee con un continuo trasferimento delle competenze dal livello statale al livello sovranazionale e, dall’altro, l’allargamento che mette in evidenza la progressiva estensione del campo di applicazione del diritto dell’Unione europea attraverso la continua adesione di nuovi Stati all’ordinamento europeo, hanno consentito l’avanzamento dell’ integrazione europea che ha proceduto talvolta con fughe in avanti mal digerite dai governi nazionali ed in alcuni casi con battute d’arresto, come dimostra da ultimo il recente fallimento del trattato-costituzionale. Se oggi il ‘sogno europeo’ vive una fase di stagnazione questo è dovuto dall’impasse dell’Europa come progetto politico e dalla crisi dell’Europa che vive ancora nel limbo di un’identità irrisolta. Nell’incapacità delle classi politiche nazionali di ritornare alla modernità ed alla visionarietà presenti nello spirito costituente, il processo di integrazione europea continua ad andare avanti grazie all’opera dei giudici. Il dialogo continuo tra le Corti Costituzionali e la Corte di Giustizia dell’Unione europea consente infatti un confronto permanente tra le varie tradizioni giuridiche degli Stati membri e garantisce la tutela di standard minimi di protezione di tutta una serie di diritti e libertà fondamentali che oggi costituiscono un patrimonio di valori condivisi tra i popoli europei.

SAVIANO IN PIAZZA NAVONA

Sereno Dolci 03 luglio alle ore 9.24 Rispondi
IL DIRITTO DI RACCONTARE

Repubblica — 02 luglio 2010 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA

IO SEMPLICEMENTE volevo essere qui per partecipare, non sono bravo a parlare in piazza. Tutti questi vostri applausi mi tagliano il fiato, però volevo esserci, ma innanzitutto raccontare quello che sta accadendo. Diventa sempre più difficile e sempre più necessario. Come ho cercato anche di scrivere, c’ è un grande fraintendimento in questa vicenda. Ci viene raccontato che questa legge difenderà la privacy. La privacy è sacra, è un elemento fondamentale della democrazia, rendere fragile, compromettere la privacy significa in qualche modo compromettere tutto il resto, tutta la struttura che ha una democrazia. Ma questa legge non difende affatto la privacy. Su questo bisogna essere chiari, semplici, diretti nel raccontare, nel far capire questo. Non è vero che questa legge difende, come è stato detto, le telefonate tra fidanzati. Questa legge ha un unico scopo: impedire che i giornalisti, e non soltanto loro, possano farci conoscere quello che sta accadendo; impedire che il potere possa essere raccontato. Quindi la privacy che loro vogliono difendere è la privacy degli affari, anzi dei malaffari. Questo è fondamentale capirlo, è fondamentale capire anche un’ altra cosa che forse è nel profondo di tutti i visi che sto vedendo, di tutte le persone che sono qui questo pomeriggio, in questa serata infrasettimanale nonostante il lavoro, nonostante il caldo. Ciò che stiamo facendo, ciò state facendo, supera i confini italiani, perché compromettere la libertà di stampa, il racconto, compromette anche la possibilità di indagare in Europa. Ecco, difendere la democrazia qui significa non permettere che possa essere compromessa in Europa. Quello che stiamo facendo lo stiamo facendo anche e soprattutto in nome di regole universali. Che permettono altrove di raccontare, di essere liberi. Tutt’ altro che diffamare il paese, tutt’ altro che compromettere l’ immagine dell’ Italia nel mondo. Insomma, io sono anche convinto che questa battaglia sia trasversale, è una battaglia che non riguarda neanche più le parti politiche. Sono convinto che, in qualche modo, in Italia stia accadendo qualcosa di molto pericoloso e complicato, cioè che si stia iniziando a dividere il paese in persone perbene, indipendentemente dalle idee, e banditi, indipendentemente dalle idee. Mi hanno ferito ieri le parole di Marcello Dell’ Utri che per l’ ennesima volta ha definito Mangano un eroe. Semplicemente non possiamo far passare queste cose come naturali, come una boutade politica, come una semplice provocazione. È gravissimo, non è pensabile. L’ utilizzo delle intercettazioni, per esempio, ha permesso a molti di raccontare gli affari che riguardano l’ imprenditoria criminale che aveva coinvolto Nicola Cosentino, il sottosegretario allo Sviluppo. Se ci fosse stata questa legge-bavaglio non avremmo mai potuto saperlo. Ecco, quello che voglio ribadireè che in qualche modo ci stanno spingendo a dire: «Tanto è tutto uno schifo,è tutto una chiavica», come si dice al mio paese. E questo non bisogna pensarlo, perché è esattamente quello che vogliono. Resistere è una parola complicata, forse spesso un po’ abusata, quasi come la parola amore che se la ripeti troppo spesso, se la spendi troppo insomma, si lercia. In qualche modo resistere oggi significa permettere di raccontare, voi lo racconterete a qualcun altro e qualcun altro ancora a qualcun altro e soprattutto senza avere paura di confrontarsi con gli altri, senza pensare male o criminalizzare chi ha votato in maniera differente, chi la pensa in maniera diversa. Credo che ci sia uno spazio in questo momento per parlare al cuore delle persone. Ieri eroa Viterbo, una città feudo del Pdl eppure c’ erano migliaia di persone ad ascoltare delle storie che qualcuno non ha condiviso e qualcun altro sì. Secondo me questo è il momento per parlare al cuore di molte persone e sognare un paese diverso. Danilo Dolci, che era un grande filosofo che visse in Sicilia nonostante fosse settentrionale, diceva che possiamo crescere solo se sappiamo sognare di crescere. Allora io credo che l’ Italia potrà crescere solo se iniziamo a sognarla. (Questa è la trascrizione dell’ intervento che l’ autore ha fatto ieri pomeriggio in piazza Navona) –

ROBERTO SAVIANO

http://www.youtube.com/watch?v=-8K9pvIeXIc&feature=related

PUOI CONDIVIDERE A TUTTI I NOSTRI DEL FRONTE DELLA PACE? ¤SERENO¤

nuovi testi di pedagogia

segnalato da Paolo Ferrario | 29 giugno 2010 at 13:03 | URL: http://wp.me/peMEr-2o8

siamo lieti di segnalare le ultime novità del settore:

  • Pedagogia dell’adolescenza di Pierangelo Barone;
  • Pedagogia sociale. Nuova edizione di Sergio Tramma;
  • Processi affettivi e dinamiche della conoscenza di Valeria Blasi.

 

 

 

PEDAGOGIA DELL’ADOLESCENZA

di Pierangelo Barone

 

 

 

 

 

L’adolescenza rappresenta senza dubbio un’età suggestiva e indecifrabile. Oggi si assiste ad un ritorno di interesse significativo verso di essa, dal punto di vista sociale e culturale, dopo circa venti anni dal grande protagonismo giovanile degli anni Sessanta e Settanta. Si tratta però di un interesse viziato da uno storico pregiudizio occidentale: l’adolescenza come età della sregolatezza, della turbolenza, della pericolosità.

In questo manuale si è scelto di mettere in evidenza l’arbitrarietà di talune “verità” scientifiche costruite attorno all’adolescenza, per proporne una lettura fertile e concreta. L’adolescenza assume il valore di un periodo decisivo per la definizione di una progettualità esistenziale che chiama in gioco la centralità dei processi educativi. Fare una pedagogia dell’adolescenza significa ridefinire il campo di ricerca al fine di comprendere questa fase della vita nel contesto attuale dell’Occidente.

Questo manuale si rivolge a tutti i soggetti adulti che a vario titolo sono interessati ad approfondire le questioni educative emergenti, rispetto alla realtà adolescenziale contemporanea.

 

 

Pierangelo Barone è docente di Pedagogia dell’adolescenza nel corso di laurea in Scienze dell’educazione e di Pedagogia della devianza e della marginalità nel corso di laurea magistrale in Scienze pedagogiche presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Per le nostre edizioni ha pubblicato: Pedagogia della marginalità e della devianza(2001) e Traiettorie impercettibili. Rappresentazioni dell’adolescenza e itinerari di prevenzione(2005).

 

PEDAGOGIA SOCIALE

Nuova edizione

di Sergio Tramma

 

 

 

 

 

La pedagogia sociale è un’area di riflessione dedicata alla scoperta e all’analisi di quella molteplicità di esperienze educative informali, diffuse, non intenzionali, extra-istituzionali che concorrono alla formazione dei soggetti individuali e collettivi lungo tutto il corso della loro esistenza. È un luogo teorico che si propone di produrre orientamenti generali e operativi per il “lavoro educativo territoriale”, con particolare attenzione all’aumento di complessità e problematicità degli ambienti educativi e all’ampliamento del campo di azione dell’educatore professionale.

Nel testo si traccia l’identità della pedagogia sociale, s’individuano e analizzano le aree di origine, sono forniti strumenti metodologici per l’analisi del territorio e della progettazione educativa.

 

 

Sergio Tramma è professore associato di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università degli studi di Milano Bicocca.

Tra le sue ultime opere: Pedagogia della comunità. Problematicità e prospettive educative, (Milano 2009), Che cos’è educazione informale, (Roma 2009), L’educatore imperfetto. Senso e complessità del lavoro educativo. Nuova edizione, (Roma 2008). Per le nostre edizioni è autore diEducazione degli adulti (2000) e curatore di Pace e guerra. Questioni culturali e dimensioni educative (2007).

 

 

 

 

 

PROCESSI AFFETTIVI E DINAMICHE DELLA CONOSCENZA

Dal funzionalismo alla fenomenologia sperimentale, all’orientamento psicodinamico integrato

di Valeria Blasi

 

 

 

 

 

Questo volume combina riflessioni fenomenologiche e psicodinamiche con verifiche sperimentali condotte in laboratorio o tramite osservazioni sistematiche “sul campo”. Ampio spazio viene dato alla descrizione delle ricerche condotte dai rappresentanti del movimento funzionalista riguardo alle relazioni tra emozioni, motivazioni, schemi mentali, processi di attribuzione di significato, effetti percettivi. Si sottolinea il ruolo del contributo psicoanalitico per la conoscenza dei meccanismi di difesa, dei livelli di coscienza e delle dinamiche del conflitto psichico. Viene rintracciata l’eredità della psicologia della Gestalt e della fenomenologia sperimentale nell’analisi della realtà psicologica e si offre infine al lettore una sintesi dei recenti esperimenti condotti in laboratorio per la misurazione delle dinamiche affettive e cognitive, secondo l’orientamento psicodinamico integrato.

Nell’insieme il volume contribuisce a delineare una rinnovata prospettiva storico-critica attraverso la documentazione dello sviluppo delle linee di ricerca sulle interazioni fra processi affettivi e cognitivi.

 

Valeria Biasi è Professore associato per la Psicologia generale e la Psicologia della personalità, Università degli Studi “Roma Tre”. È membro dell’International Association of Empirical Aesthetics e dell’Associazione Italiana di Psicologia, Sezione di Psicologia Sperimentale. Per le nostre edizioni ha curato Essere insegnanti in classi di adolescenti (2004, con M. Amann Gainotti).