4/7 africa 70 a monza

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“Condividere” moltiplica il valore di un risultato e da vita a rapporti virtuosi. Da oggi abbiamo deciso di aprire le porte del nostro mondo e raccontarvi di Africa ’70
La Redazione


APERITIVO con READING / FOTOGRAFIE / AZIONE SCENICA/ INCONTRO

Africa ’70, con il contributo del Comune di Milano

presenta

Italia – Somalia: Acqua in comune
Una serata densa di saperi, spunti di riflessione e prestazioni artistiche,
dal teatro alla cucina. Protagoniste la Somalia e l’Acqua.

Domenica 4 luglio 2010 Ore 18.00
AreaOdeon – Monza
Via Arosio 14
(1° piano della Stazione FS)

 


Programma

18.00: apertura mostra fotografica “Gocce di vita”
18.30:
incontro con Bruno Petrucci, idrogeologo in missione per Africa’70 in Somalia
19.15: aperitivo con buffet africano + “Parole Somale”, reading musicato – Catering
Mesclado “Guazzabuglio”
20.15: “Sora Acqua”, azione scenica – Associazione teatrale Abracalam

Ingresso: 5 €


 

SCARICA IL COMUNICATO STAMPA e il VOLANTINO

VI ASPETTIAMO!!
 

PER INFORMAZIONI 039.2308465/  ufficio.comunicazione@africa70.org / www.africa70.org

ciao

Newsletter di ZaLab – Luglio 2010

Presentazioni internazionali

Canzone per Amine documentario coprodotto da ZaLab sulle vittime del terrorismo di Stato in Algeria, è in concorso al VII Festival Internacional de Cine y Derechos Humanos di Sucre, Bolivia (www.festivalcinebolivia.org)

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Presentazioni italiane

2 luglio: Come un uomo sulla terra il documentario che ha rotto il silenzio sugli accordi Italia Libia per il controllo dei flussi migratori dall’Africa, sarà proiettato al Cantiere di Pace, Martellago (Venezia).

5 luglio: il documentario Magari le cose cambiano sul quartiere periferico romano Ponte di Nona, si proietta fuori concorso all’VIII Ischia Film Festival.

21 Luglio: Magari le cose cambiano è in concorso al II Festival SiciliAmbiente di San Vito lo Capo (Trapani).

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Novità siti di ZaLab

Lapa TV: un progetto di ZaLab per formazione ai mestieri del cinema per le scuole elementari e medie delle Isole Eolie e attivo dal 2004. Guarda il corto di animazione realizzato dai bambini delle scuole elementari dell’isola Stromboli durante il laboratorio del 2010.

Percorsi: un laboratorio di ZaLab realizzato a Padova durante l’inverno 2009-10 con con ragazzi italiani e ragazzi di origine rumena, bosniaca, albanese, moldova: la cosidetta “seconda generazione”. Guarda i video prodotti dal laboratorio.

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Altre news

ZaLab ha recentemente partecipato alle cinque giornate di Methods-Processes of Change, promosso da LoveDifference ed Artway of Thinking presso la Fondazione Pistoletto.

www.zalab.org

www.zalab.tv

 ciao

IMMIGRAZIONE: NON POSSIAMO TACERE!

Missionari/e e immigrati

Non possiamo tacere

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Documento della Cimi (Conferenza degli istituti missionari italiani) contro lo stato di degrado e di sfruttamento dei migranti in Italia. Duro attacco non solo alla legislazione attuale, ma anche alla Turco-Napolitano. L’impegno assunto dagli istituti missionari è di mettere a disposizione delle chiese locali personale adatto e il supporto di strutture adeguate per un lavoro con gli immigrati.

«Noi riteniamo che tutta questa legislazione italiana sia il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom, e incarna una cultura xenofoba e razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e del rifiuto dell'”altro”, specie del musulmano».

È uno dei passaggi più duri che si possono leggere nel lungo documento intitolato Non possiamo tacere. I missionari/e e immigrati, redatto dalla Commissione giustizia, pace e integrità del creato della Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi). Un testo in cui si affronta lo stato di degrado civile, economico, umano in cui sono costretti a vivere oggi i migranti e i rom nel nostro paese.

Il documento analizza in profondità le ragioni delle grandi migrazioni e le legislazioni europea – e italiana, in particolare – in tema di accoglienza e di asilo politico. Molto aspro l’attacco alle leggi xenofobe del governo Berlusconi, anche se la critica dei missionari fa risalire questo crescente razzismo già alla legge del centro-sinistra, conosciuta come Turco-Napolitano (1998).

Ma il testo non è solo un lungo e analitico atto di accusa contro lo sfruttamento dei nuovi poveri. È anche un’assunzione di responsabilità da parte dei missionari, i quali dichiarano apertamente di stare dalla parte degli immigrati («la nostra è una scelta di campo: la scelta degli ultimi»), ma affermano anche che oggi è insufficiente fermarsi alla denuncia: «Come istituti missionari, inseriti nelle chiese locali, siamo chiamati ad agire mettendo a disposizione personale adatto e il supporto di strutture adeguate per un lavoro con gli immigrati, privilegiando l’impegno congiunto con la commissione “Migrantes” a livello nazionale e locale».

Inoltre, la Cimi sollecita «la Commissione episcopale italiana a redigere un documento che, oltre la denuncia della deriva culturale rispetto al tema migratorio, offra gli opportuni orientamenti alle comunità cristiane».

Questo il documento completo: Non possiamo tacere.doc

 

 

da Nigrizia – 01/07/2010
grazie

APPELLO (AL FEMMINILE) DEL GRUPPO “DI NUOVO”

– Notizie al Femminile – Comincio IO Web –

Ricevo e inoltro.

Giuliana

 

Cara amica, caro amico,


a nome del gruppo Di Nuovo ti chiedo la

tua firma al documento sotto riportato,

firma che puoi inviare mandando un’email

all’indirizzo adesionedinuovo@tiscali.it

oppure dinuovo@ymail.com


Ti invitiamo a far firmare coloro che

pensi possano condividere queste idee.

 

Di Nuovo-Documento.



Chi siamo

Siamo un gruppo di donne diverse per età, professione e opzione politica. Facciamo parte di quel vasto movimento di opinione femminile che ha reagito indignata al torbido intreccio di sesso e politica rivelato dai casi del presidente del Consiglio e del presidente della giunta del Lazio. Si tratta di un movimento composito che si è manifestato nei modi più vari (appelli, documenti, lettere, blog) esprimendo giudizi anche contrastanti sullo stato attuale dei rapporti tra i sessi in Italia.

Noi ci siamo ritrovate a condividere, innanzitutto, il disagio e lo sconcerto per l’acquiescente indifferenza con la quale gran parte del paese ha accolto fatti, rappresentazioni, discorsi fortemente lesivi della dignità delle donne. Volevamo capire come e perché nel corso degli anni si fosse venuto imponendo, nell’insieme dei mezzi di comunicazione e di intrattenimento, e senza provocare un’adeguata reazione, una immagine del femminile che, spacciata per spregiudicata e libera, offende elementari principi di rispetto e buon gusto e nasconde la crescita professionale civile e culturale delle donne italiane.

In secondo luogo gli appelli e i documenti che sono circolati ci hanno lasciate insoddisfatte o perplesse.


Non ci ha persuaso il cortocircuito presente in alcuni appelli tra la denuncia del degrado della figura femminile e l’invettiva antiberlusconiana. Non c’è dubbio che il corrompersi dell’etica pubblica e delle istituzioni che si accompagna alla mercificazione del corpo femminile ha trovato in Italia un alveo particolarmente fertile nell’anomalia incarnata dal Presidente del Consiglio, la cui visione della politica, della vita e delle donne ci ha sommersi attraverso la concentrazione, unica in Occidente,di potere economico, politico e mediatico.

Lo sforzo da compiere, a nostro avviso, è di spingere lo sguardo a ciò che nel fondo della nostra società accoglie, facilita e rinforza quella anomalia e assieme dare voce e forma alle ricchissime e variegate esperienze femminili che vi si oppongono.

Perciò neppure ci convince la tesi che l’Italia, negli ultimi anni, abbia fatto un balzo all’indietro e che le donne siano vittime di un patriarcalismo di ritorno.

Né ci pare appropriato il curioso trionfalismo di una parte del femminismo che nelle sortite di Veronica Lario e di Patrizia D’Addario scopre i segni della indelebile iscrizione della libertà femminile nella storia, le eleva ad eroine del cosiddetto post-patriarcato e nelle vicende che le riguardano scorge solo la miseria maschile.


Che cosa pensiamo

A noi la situazione appare più complicata. La difficoltà che abbiamo provato noi stesse a giudicare in modo lineare fatti, persone, comportamenti (se condanniamo non cadiamo nel moralismo, nel puritanesimo? se ci appelliamo alla libertà non dimentichiamo quanto di oppressivo c’è nello scambio sesso-denaro-potere? Di quale libertà stiamo parlando?) ci pare nascere invece dal fatto che viviamo in un mondo segnato in profondità dal femminismo. Non solo perché è definitivamente tramontata l’idea di una naturale subordinazione delle donne: le nostre società occidentali si sono ormai organizzate sul presupposto della uguaglianza dei sessi. Ma perché la coscienza che hanno di sé le giovani e meno giovani donne italiane (anche quelle che si mettono in vendita), non è più quella di vittime, deboli e indifese. Si percepiscono libere e padrone di sé. Ed è sicuramente vero.

Ma basta allargare un po’ lo sguardo per rendersi conto che questa non è tutta la storia. La mutata coscienza delle donne non è in grado di controllare né le condizioni della loro esistenza e riproduzione né i modi con cui vengono rappresentate nei media e nelle istituzioni; e neppure ci si prova seriamente. Il controllo, ovvero, per chiamare le cose con il loro nome, il potere continua a stare nelle vecchie mani maschili, logore e miserabili quanto si vuole, ma ancora ben strette attorno alle leve del comando. E in questa estenuata conservazione sta una delle chiavi più serie per intendere il declino e la marginalizzazione dell’Italia rispetto al resto d’Europa.

Un radicale cambiamento si è certamente prodotto, ma secondo il modello della “rivoluzione passiva”.

I possenti movimenti di emancipazione e liberazione femminili, che avevano espresso nel corso degli anni ‘60 e ‘70 cultura e forza politica, hanno portato alla conquista di ampi diritti di cittadinanza per le donne italiane, ma si sono bloccati nel passaggio all’esercizio pieno della decisione politica, lasciandone ancora una volta la responsabilità nelle sole mani degli uomini. Così, noi italiane siamo soggetti di una ampia gamma di diritti, ma drammaticamente incapaci di esercitare individualmente e collettivamente azione politica, tanto che gli stessi diritti riconosciuti spesso stentano a tradursi nella realtà e restano una cornice astratta. Nel campo del lavoro, del welfare, della maternità, del sistema dei media, nelle rappresentanze istituzionali si verificano scarti talmente forti tra principi e realtà che la libertà rischia di continuo di scivolare nella subalternità.

Sicuramente, sul piano strettamente personale, è veritiero il quadro, delineato da ricerche e dalle testimonianze delle donne più giovani, di una crescente inconsistenza dell’identità maschile resa più evidente dal confronto con una forza femminile sempre più consapevole. È però altrettanto vero che la forza femminile priva di una adeguata proiezione pubblica rischia di riprodurre il cliché del matriarcalismo della tradizione familiare italiana, aggravato e stravolto dalla crisi dell’istituto familiare.

Il confronto con gli altri grandi paesi europei quantifica e fissa questo scarto in cifre e ci restituisce l’immagine di un paese fragile anche perché tiene le donne ai margini dello sviluppo civile e politico.


Tre dati sono sufficienti a suggerire la contradditorietà della situazione italiana: percentuale di donne occupate in Italia in Italia nel 2009 46,8%, in Europa 58,6; percentuale di donne tra gli studenti di terzo livello (universitario) in Italia 57,2%, in Europa 55, 2%; tasso di crescita del PIL in Europa nel 2008 0.3%, in Italia -2,1. Istruite e capaci come le Europee, occupate a percentuali da paese arretrato, le donne italiane hanno pagato in prima persona la stagnazione economica e politica degli ultimi decenni. Lo spreco sociale che la loro esclusione comporta è una questione nazionale di primaria importanza.


La domanda che ci siamo, dunque, poste è come è potuto accadere che la grande forza delle donne italiane che aveva sprigionato tanta soggettività politica e culturale, si sia di fatto adattata a godere di diritti e libertà soggettivi, rinunciando di fatto a misurarsi con la sfida della responsabilità politica. Sembra rimasta inchiodata alla rivendicazione senza provare seriamente ad esercitare una qualche egemonia, quasi ‘scartando’ rispetto a questa possibilità.

Non è facile rispondere, sono in gioco tanti aspetti, noi proviamo ad indicarne alcuni, sapendo che raccontano solo una parte della storia.

Innanzitutto non si può ignorare il contesto politico e il modo in cui hanno interagito i movimenti delle donne e l’insieme dei partiti e delle istituzioni.

Guardando al resto dell’Europa si può rilevare che sia i partiti conservatori che quelli socialdemocratici hanno reagito alla crisi della rappresentanza, esplosa tra gli anni ‘70 e ‘80, aprendosi alle pressioni delle donne ed attuando un parziale ricambio delle classi dirigenti. In Italia, no. In Italia questo processo è abortito. Altrove, dai paesi scandinavi alla Francia e Germania, sono state introdotte ed attuate norme antidiscriminatorie, quote, politiche di welfare in favore delle donne, ecc. e tutto ciò ha consentito un più equilibrato rapporto tra la forza femminile e il suo peso sociale e politico. In Italia ne stiamo ancora discutendo. Perché questo divario?

Una possibile spiegazione sta nella rottura traumatica del sistema dei partiti agli inizi degli anni ‘90 che ha favorito una massiccia e pervasiva penetrazione dell’ondata neoconservatrice, di dimensione sconosciuta agli altri grandi paesi europei. La cultura che si è venuta imponendo colpiva al cuore idee e valori del femminismo. La destra italiana, tradizionalmente misogina e malthusiana, l’ha fatta propria e cavalcata, e solo recentemente, in alcune sue punte, comincia a percepire il significato “nazionale” della presenza femminile nelle istituzioni.

Le responsabilità che ricadono sugli attori politici e sindacali della sinistra italiana appaiono, a questo riguardo, grandi. È stata pagata duramente dalle donne e dall’insieme del paese la loro profonda incomprensione di cosa significhi una forte e larga presenza di donne nei centri decisionali e rappresentativi. Una politica “amica delle donne” sarebbe stata (e tuttora sarebbe, dopo l’epoca “fordista” e dopo il welfare patriarcale) un contributo eccezionale alla formazione di una nuova alleanza sociale riformatrice in grado di rivolgersi a tutti i cittadini e le forze sociali. Continuare a non affrontare e risolvere questa questione è una delle ragioni della persistente debolezza delle forze della sinistra.

Ma se ha contato la miopia delle forze della sinistra, non ci pare trascurabile la sponda offerta all’ondata neoconservatrice dalle culture politiche femministe risultate dominanti. L’anti-istituzionalismo e l’individualismo sia di stampo radicale che liberal-conservatore hanno avuto la meglio sui vari tentativi di affrontare collettivamente, come forza femminile organizzata, il tornante della rappresentanza sia nelle istituzioni politiche che negli organismi sociali (dal sindacato ai vari enti della società civile).

In Italia è stata dominante in questi ultimi decenni l’ideologia iper-liberale della forza dell’individuo, contrapposta a ogni forma di organizzazione collettiva, artatamente rappresentata come livellatrice delle eccellenze nonché fonte di debolezza. Le donne sono state al contempo oggetto e veicolo di quella ideologia. Occorre ricordare il terribile dibattito, a ridosso delle elezioni del 1993, sulle donne di destra che vincevano perché da singole non chiedevano la tutela delle “quote”, a differenza delle donne di sinistra perdenti perché abbarbicate alla dimensione collettiva? Fu così che nella opinione pubblica femminile si diffuse il convincimento che ciò che contava era la capacità di rappresentazione simbolica, ossia il coagularsi della potenza femminile intorno a figure carismatiche. E fu scartato un altro possibile percorso, irto di ostacoli, ma trasparente e democratico: quello delle donne che decidono e scelgono le loro leader, a loro volta in grado di giudicare in base a criteri non discriminatori altre donne rappresentative della forza femminile nella società, nelle professioni, nei mestieri, nelle Istituzioni. Sappiamo del resto per esperienza quanto arduo sia questo cammino per la difficoltà delle donne a gestire i rapporti di potere fra loro. Le donne in genere non sopportano di essere giudicate e scelte da donne, tanto che alcune scuole psicanalitiche attribuiscono all’identità femminile qua talis tale resistenza.

E così queste difficoltà ci hanno portato dove siamo: alla cooptazione al ribasso da parte degli uomini di poche donne, prive di legami “organici” con la società femminile e quindi di una base autonoma di consenso e di forza politica.

Gli stessi organismi e le politiche di pari opportunità si sono rivelati contenitori vuoti, buoni a dare qualche contentino più che a far crescere una classe dirigente femminile.

È in questo quadro che è andata svanendo una delle acquisizioni più importanti del patrimonio culturale del femminismo italiano e cioè l’idea dell’uguaglianza e della differenza tra i sessi. Conquistare la parità con gli uomini non significa affatto per le donne diventare come loro, fare le stesse cose. Anzi era stata coltivata la grande ambizione di costruire una società a misura dei due sessi, se è vero che essere donna non è una disgrazia né della natura né della storia ma una della manifestazione della differenza interna all’umanità che va lasciata libera di esprimere tutto il suo “genio”. Dinanzi alla mancata realizzazione di almeno alcune delle promesse (dalla conciliazione dei tempi di lavoro e di vita, a politiche in favore della maternità oltre alla marginalizzazione dei giovani, uomini e donne dalla dinamica sociale) si sono riproposti modelli puramente emancipativi della libertà femminile oppure, seguendo un’onda culturale che proveniva dagli Stati Uniti, si è pensato di eliminare alla radice il problema adottando l’ideale del transgender, ovvero di portare all’estremo la decostruzione del genere femminile e maschile, sino all’annullamento dell’identità sessuata. In nome di una libertà che si illude di poter plasmare e mutare corpi e vita a proprio piacimento si avanza sul terreno della cancellazione delle donne dall’agenda politica e culturale. Non a caso negli ultimi anni le battaglie che hanno avuto più forte impatto politico e mediatico sono quelle per i diritti degli omosessuali e non a caso nella disgraziata vicenda del referendum sulla legge 40, sulla procreazione assistita, a dare il tono alla campagna referendaria sono stati gli scienziati sino a configurarla prevalentemente come una battaglia per la libertà della ricerca.

Contemporaneamente dagli schermi televisivi, dalle copertine dei giornali e delle riviste passano immagini di donne cosiddetti vincenti la cui unica o principale prerogativa è quella di avere un corpo appetibile per il desiderio di maschi pronti a comprarselo.

C’è qualcosa che non va nello scarto che avvertiamo tra le energie, la generosità, l’impegno, il valore di milioni di donne italiane e la misogina e stantia composizione delle classi dirigenti italiane.

Sappiamo anche che ci sono questioni rimaste aperte dalla stagione del femminismo e vogliamo provare a rimetterle al centro.


Che cosa vogliamo


Vogliamo innanzitutto creare una rete, elastica ed informale, di collegamento tra le mille realtà associative, piccoli gruppi, donne singole che avvertono come noi l’insostenibilità dello stato di cose presenti e mirano a spezzare i quadri bloccati della democrazia italiana.


Vogliamo passare dalla rivendicazione di diritti per le donne alla prova dell’esercizio della responsabilità politica. Siamo al dopo femminismo.

E per questo crediamo sia necessario un pensiero, una riflessione che riguardi i due sessi, gli uomini e le donne. La miseria maschile non costituisce una maggior forza delle donne. Tutt’altro. Il rapporto tra i sessi non è a somma zero.


Vogliamo aprire un dibattito ampio, che abbia effetti concreti ad esempio sui media, su che cosa intendiamo per libertà. Se crediamo che l’aprirsi alla libertà delle donne introduca qualcosa di inedito nella storia della libertà oppure sia solo la semplice estensione delle concezioni esistenti.

Come far valere su un piano generale l’esperienza che le donne hanno del corpo anche come limite, da cui scaturisce la coscienza del limite, della non autosufficienza, della creaturalità. Una libertà intrisa di questa consapevolezza è ciò di cui avvertiamo la mancanza.


Elisabetta Addis, Milena Boccadoro, Marina Calloni, Stefanella Campana, Iaia Caputo, Anna Carabetta ,Carlotta Cerquetti, Cristina Comencini , Francesca Comencini, Licia Conte , Barbara Corrao, Elisa Davoglio, Ilenia de Bernardis ,Daniela De Pietri, Valeria Fedeli, Fabrizia Giuliani, Francesca Izzo, Francesca Leone, Anna Francesca Lieggi, Anna Maria Mori, Monica Pasquino, Fabiana Pierbattista, Ilaria Ravarino, Anna Maria Riviello, Simonetta Robiony, Elena Rosa, Maria Serena Sapegno, Lunetta Savino, Giorgia Serughetti, Sara Ventroni.

 

 

Peace Brigades International

– Basta Guerre – Un Altro Mondo Possibile – COMINCIO IO –

Ricevo e inoltro.

Giuliana

L’Associazione P.B.I. Italia – ONLUS (Peace Brigades International) è lieta di invitarvi al Training di formazione che si svolgerà a San Sebastiano da Po (Chivasso -To) nei giorni 25 e 26 settembre 2010.

Proposta di formazione

Il momento di formazione proposto è rivolto a tutti/e coloro che innanzi tutto vogliano conoscere meglio le PBI e naturalmente a chi voglia impegnarsi nell’organizzazione in Italia e/o come volontario/a in uno dei progetti di Peace Brigades International.
Il TRAINING DI FORMAZIONE è di tipo residenziale (sabato e domenica; è consigliato arrivare il venerdì sera) e condotto con il metodo del training nonviolento per permettere ai/alle partecipanti di sperimentare un percorso di conoscenza con strumenti che aiutino il gruppo a lavorare sui temi proposti (il lavoro di PBI nei progetti e in Italia: il suo ruolo, i suoi strumenti, la nonviolenza, la dinamica dei conflitti, il metodo del consenso).
Verrà rivolta particolare attenzione alle dinamiche, per lasciare spazio di espressione a tutti/e, cercando di facilitare l’analisi, la creatività e il libero scambio di idee.

Dove e quando
Il training di formazione si svolgerà nei giorni 25 e 26 settembre 2010 (inizio sabato ore 9:00, termine domenica con il pranzo intorno alle 14:30), presso Cascina Caccia, a San Sebastiano da Po, vicino a Chivasso (To), in  via Serra Alta 6 (maggiori dettagli logistici al momento dell’iscrizione).

Costi
Costo della formazione training: 60 euro.
Vitto e alloggio: 25 euro (la quota comprende il pernottamento di venerdì sera, sabato notte, pranzo e cena di sabato, colazione e pranzo di domenica).
Pasti: un gruppo di volontarie e volontari dell’Associazione Acmos e dell’Associazione PBI Italia provvederanno alla preparazione di pasti semplici e vegetariani.
Sede: Cascina Caccia è stata confiscata alla Mafia e affidata alla gestione di Libera; siamo felici che ospitino i training PBI!

I proventi del training saranno impiegati nel sostegno delle attività e dei progetti dell’Associazione PBI Italia.
La quota del vitto e dell’alloggio contribuisce al progetto di Cascina Caccia

Iscrizioni
Inviare la propria adesione ed i propri dati (nome, cognome, indirizzo, un recapito email e un recapito telefonico) a Cristina (indirizzo e-mail:
cribbi@iol.it entro e non oltre venerdì 3 settembre 2010.
Per considerare effettiva l’iscrizione vi chiediamo di versare una quota di 20 euro sul ccb della Banca Sella (codice IBAN: IT 65 C 03268 01007 053848672490 ) intestato a PBI ITALIA Onlus
Attenzione: non è più operativo il C/C postale intestato a Associazione PBI Italia

Il training prevede un numero minimo di 10 partecipanti (al di sotto del quale il training sarà annullato) ed un massimo di 25 . E’ opportuno quindi versare la caparra solo dopo aver avuto conferma del raggiungimento del numero minimo di partecipanti.

Per maggiori informazioni sul training contattare Cristina a partire dal 27 luglio (meglio se via mail cribbi@iol.it; ev. anche tel. 0444/912685) .

Vi attendiamo numerosi/e e vi preghiamo di far girare questo invito.

Saluti di pace,

Associazione PBI Italia – Onlus

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Chi sono le PBI
Le P.B.I. (Peace Brigades International – Brigate Internazionali di Pace) sono una organizzazione nonviolenta fondata nel 1981 in Canada con lo scopo di favorire la Pace e la Giustizia in zone di conflitto e di grave violazione dei Diritti Umani.

Cosa fanno
L’intervento delle PBI, che avviene solo se richiesto da un gruppo locale che lotta senza ricorso alla violenza, si attua con metodi di nonviolenza attiva mediante l’invio di équipe preparate di volontari/e che:
• assumono il ruolo di testimoni internazionali mediante la loro presenza fisica;
• offrono a persone e gruppi in pericolo per le loro attività un servizio di scorta non armata;
• raccolgono e diffondono informazione sulla situazione generale del paese;
• forniscono apporti concreti al processo di pace con percorsi di formazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Dove lavorano
Attualmente le PBI hanno progetti con équipe di volontari/e in Colombia, Messico, Guatemala, Nepal e Indonesia. Continuamente pervengono nuove richieste da altre zone di conflitto che vengono valutate in base a criteri di opportunità, efficacia e risorse disponibili.

PBI in Italia
Le PBI sono presenti in 16 paesi del mondo tra cui l’Italia, con una Onlus nata nel 1988 e che attualmente si propone i seguenti obiettivi:
• diffusione delle informazioni provenienti dalle équipe;
• formazione alla nonviolenza e addestramento dei nuovi volontari;
• mantenimento e ampliamento della Rete d’Urgenza;
• organizzazione di campagne d’appoggio ai progetti;
• mantenimento e finanziamento dell’organizzazione *;
• ampliamento delle PBI.
La gestione dell’organizzazione, affidata all’impegno volontario di chi ne condivide mezzi e fini, avviene mediante gruppi di lavoro che si occupano delle varie funzioni.

* le PBI sono indipendenti da qualsiasi istituzione politica, economica o religiosa e il loro finanziamento deriva esclusivamente da donazioni private (in gran parte dall’autofinanziamento degli stessi soci/e e volontari/e e dai contributi che derivano dall’organizzazione di momenti pubblici di informazione) oltre che da fondazioni e gruppi che lavorano sui temi della Pace e dello sviluppo.

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Per saperne di più:

sito Peace Brigades International: www.peacebrigades. org
sito Acmos: www.acmos.net –  sito Libera: http://www.libera. it

GRAZIE

Il mestiere dell’educatore

Il mestiere dell’educatore, a cura di F. Mazzucchelli, Maggioli editore

Le testimonianze
di educatori che vedono nel loro lavoro
una straordinaria qualità umana, per sé e per
le persone di cui
si prendono cura
IL MESTIERE DELL’EDUCATORE Volume di pagine 246
a cura di F. Mazzucchelli,Psicologa, specialista
in psicoterapia
Tra gli operatori sociali, l’educatore è quello che condivide la quotidianità del soggetto da tutelare e da sostenere nella crescita, tuttavia questo libro non lo considera nella sua collocazione naturale, in contesti di normalità.

L’educatore qui rappresentato si colloca professionalmente in situazioni di sofferenza e di degrado, e lotta per salvare il salvabile e/o recuperare risorse personali e ambientali per limitare i danni di un processo evolutivo compromesso: sostenuto da una vera passione e un’elevata motivazione morale, non si arrende di fronte alle situazioni di svantaggio e di ingiustizia.

Il libro fotografa situazioni di lavoro diverse dell’educatore ma tutte in campi difficili e in funzione di cura, di riabilitazione, di “recupero” delle persone anagraficamente “minori” ma anche dei soggetti adulti che richiedono sostegno per mantenere o ritrovare condizioni di vita per quanto possibile “competenti” e dignitose.

1.
Il mestiere dell’educatore.
2.
Verso un’identità professionale consapevole: le competenze dell’educatore tra apprendimento e cura.
3.
La formazione di base dell’educatore: linee storiche ed evolutive.
4.
Un punto di vista sulla formazione permanente degli educatori.
5.
Un’esperienza di qualificazione accademica per educatori in servizio.
6.
L’educatore e un progetto territoriale: prospettive e limiti.
7.
L’intervento educativo nella prevenzione del disadattamento sociale degli adolescenti.
8.
Il ruolo dell’educatore con il minore affetto da disabilità psichica.
9.
Il centro educativo Ambarabà di Lecce: un servizio per i minori e le famiglie in una realtà meridionale.
10.
Educare a “Rifornimento in volo”: la funzione educativa in un contesto di cura.
11.
Il ruolo dell’educatore nell’istituto penale per minorenni: la ricerca di un equilibrio fra controllo sociale, pena e possibilità di cambiamento.
12.
L’educatore in un Centro di pronta accoglienza per stranieri richiedenti asilo.
13.
Il talento della relazione. Un educatore per la malattia mentale.
1.
Il mestiere dell’educatore.
2.
Verso un’identità professionale consapevole: le competenze dell’educatore tra apprendimento e cura.
3.
La formazione di base dell’educatore: linee storiche ed evolutive.
4.
Un punto di vista sulla formazione permanente degli educatori.
5.
Un’esperienza di qualificazione accademica per educatori in servizio.
6.
L’educatore e un progetto territoriale: prospettive e limiti.
7.
L’intervento educativo nella prevenzione del disadattamento sociale degli adolescenti.
8.
Il ruolo dell’educatore con il minore affetto da disabilità psichica.
9.
Il centro educativo Ambarabà di Lecce: un servizio per i minori e le famiglie in una realtà meridionale.
10.
Educare a “Rifornimento in volo”: la funzione educativa in un contesto di cura.
11.
Il ruolo dell’educatore nell’istituto penale per minorenni: la ricerca di un equilibrio fra controllo sociale, pena e possibilità di cambiamento.
12.
L’educatore in un Centro di pronta accoglienza per stranieri richiedenti asilo.
13.
Il talento della relazione. Un educatore per la malattia mentale.

amnesty: RISPETTARE I DIRITTI DEI PIU’ VULNERABILI

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COMUNICATO STAMPA   
CS63-2010

IL NUOVO SEGRETARIO GENERALE DI AMNESTY INTERNATIONAL CHIEDE AI GOVERNI DI
RISPETTARE I DIRITTI DEI PIU’ VULNERABILI

Salil Shetty, insediatosi oggi come Segretario generale di Amnesty
International, ha dichiarato che fara’ il possibile per garantire che i
governi rispettino i diritti dei piu’ poveri e vulnerabili.

‘Sono profondamente onorato di avere l’opportunita’ di dirigere il
movimento nella sua lotta per porre fine alla repressione e
all’ingiustizia’ – ha detto Shetty. ‘Di fronte alle sfide tradizionali e a
quelle nuove, il bisogno di Amnesty International e della sua voce guida
contro le violazioni dei diritti umani e’ piu’ grande che mai’.

Rinomato esperto su poverta’ e diritti umani, Shetty ha sottolineato
quanto sia urgente che i governi pongano i diritti umani al centro degli
sforzi per sradicare la poverta’. I leader mondiali si riuniranno a
settembre a New York per esaminare i progressi negli Obiettivi di sviluppo
del millennio, la piu’ grande iniziativa delle Nazioni Unite sulla
poverta’.

Shetty ha elogiato la dedizione dei 2 milioni e 800.000 soci di Amnesty
International che, in ogni parte del mondo, prendono parte alle campagne
per proteggere i diritti umani.

‘Ovunque abbia viaggiato, Amnesty International e’ considerata con grande
riguardo per il suo potente attivismo di base, l’alta qualita’ della sua
ricerca e l’efficacia e l’incisivita’ delle sue campagne’ – ha spiegato
Shetty. ‘I passati decenni della storia di Amnesty International hanno
dimostrato che la solidarieta’ e l’impegno dei nostri sostenitori, unita
alla forza delle nostre analisi, producono un potente impatto per favorire
il cambiamento’.

Descrivendo le sue priorita’, Shetty ha affermato di volersi basare sui
tradizionali punti di forza dell’associazione. Ha evidenziato quanto sia
necessario proseguire le campagne per chiamare coloro che violano i
diritti umani a rispondere del loro operato e portarli di fronte alla
giustizia.

Tra gli altri ambiti d’azione, Shetty ha parlato di un rinnovato sforzo
per porre fine alle detenzioni illegali, abolire la pena di morte, far
cessare la discriminazione e proteggere i diritti dei migranti.

Il nuovo Segretario generale ha sottolineato l’indivisibilita’ di tutti i
diritti e la necessita’ di trovare nuove modalita’ per collegare piu’
sistematicamente i diritti economici, sociali e culturali con quelli
civili e politici.

Negli ultimi sei anni, Shetty e’ stato il direttore della Campagna del
Millennio delle Nazioni Unite, un’iniziativa contro la poverta’ che chiede
ai governi maggiore responsabilita’ nella lotta alla fame, alle malattie e
all’analfabetismo. Attraverso la Campagna del Millennio, Shetty ha
stimolato all’azione la societa’ civile, i mezzi d’informazione, le
persone di fede, i privati e gli enti locali per raggiungere gli Obiettivi
di sviluppo del millennio.

FINE DEL COMUNICATO 
Roma, 1 luglio 2010

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

Leggi tutti gli altri comunicati stampa all’indirizzo:
http://www.amnesty.it/archivio-tutte-news-comunicati.html

 

garzie

La Terza Depressione alle porte

Da Megachip.info

La Terza Depressione alle porte
Scritto da daw-blog.com Martedì 29 Giugno

da daw-blog.com.

Berlino 1931, i manifesti recitano: “Unsere letzte Hoffnung. Hitler” – “La nostra ultima speranza. Hitler

Il G8 e il G20 ormai sono utili quanto un semaforo spento. Nessuno ormai ci crede più. Neppure i leader delle grandi potenze del mondo che fra qualche foto di gruppo, una partita dei mondiali e tante pacche sulle spalle se la spassano a zonzo in incontri spensierati qua e là per il globo

come quattro amici che si ritrovano per un long week-end fra risate, sorrisi, strette di mano, volti di cera paralizzati degni del Madame Tussaud.

Tante parole confuse senza capo o coda e tante promesse tipo salviamo l’Africa, sconfiggiamo l’HIV e la malaria (quando ancora solo pochi hanno ganciato quanto promesso 10 anni fa), tagliamo i deficit (ma senza dire come…) e altri bei fioretti che fanno fine e non impegnano. Insomma il nulla totale. Nessuna tassa alle banche e nessuna sanzione per chi ha provocato il collasso del secolo. Nulla.

La sostanza drammatica però è che a due anni dalla più grave crisi finanziaria ed economica dal ‘29, nessuna soluzione e nessun accordo è stato adottato per evitare il baratro. L’armageddon finale. Si va avanti alla spera in Dio e ognuno pensa per sè e sorride per quanto riesce di fronte all’abisso. Anche stavolta il nulla è uscito dai “grandi” della Terra. Per fortuna che qualcuno ha osato far notare il proprio disappunto e prefigurare la realtà a questi signori incipriati che gozzovigliavano a Toronto. Dalle colonne del New York Times in un editoriale tanto schietto quanto terrificante, Paul Krugman ha fatto un quadro non solo realistico ma tragico di quello che ci attende a questo punto.

Krugman inizia ricordando le due grandi depressioni della storia economica, quella del “Panico” del 1873 e quella più nota del 1929/31 detta la “Grande Depressione“. I punti in comune sono tanti quanto terribili, soprattutto con la seconda e spiega che questa terza depressione sarà in primo luogo un fallimento della politica come dimostrato dal G8/20 dove i governi non sono giuti a nessuna soluzione. I paesi rimangono ossessionati dall’inflazione piuttosto che pensare a quello che è in atto, ovvero una terribile deflazione, predicando i tagli alla spesa e al deficit quando l’unica soluzione sarebbe aumentare la spesa. Ricordiamoci che l’ultima volta che si ridusse ferocemente la spesa fu nella stessa Germania dell’iperinflazione del 1922-23,0 attuata da Heinrich Brüning, che portò sereno alla vittoria e al potere Hitler, cavalcando lo scontento e la disperazione dei tedeschi.

We are now, I fear, in the early stages of a third depression. It will probably look more like the Long Depression than the much more severe Great Depression. But the cost — to the world economy and, above all, to the millions of lives blighted by the absence of jobs — will nonetheless be immense. And this third depression will be primarily a failure of policy. Around the world — most recently at last weekend’s deeply discouraging G-20 meeting — governments are obsessing about inflation when the real threat is deflation, preaching the need for belt-tightening when the real problem is inadequate spending.

Krugman continua facendo notare che non vi è alcuna prova che l’austerità fiscale e di spesa di breve periodo in un’economia depressa rassicuri gli investitori. Al contrario: la Grecia da quando ha deciso la via dell’austerità, piuttosto che dichiarare default, ha peggiorato il suo livello di rischio e i suoi rendimenti sul debito sono schizzati alle stelle. L’Irlanda, che ha imposto tagli selvaggi alla spesa pubblica, è stata trattata dai mercati con un livello di diffidenza peggiore della Spagna. E certo non sarà facile convincere i mercati neppure delle scelte di Francia, Germania e Italia.

It’s almost as if the financial markets understand what policy makers seemingly don’t: that while long-term fiscal responsibility is important, slashing spending in the midst of a depression, which deepens that depression and paves the way for deflation, is actually self-defeating.

Ridurre la spesa nel bel mezzo di una recessione è un suicidio che apre le porte alla deflazione e si finisce nel bel mezzo di una depressione. La terza.

In the face of this grim picture, you might have expected policy makers to realize that they haven’t yet done enough to promote recovery. But no: over the last few months there has been a stunning resurgence of hard-money and balanced-budget orthodoxy.

I politici non hanno ancora fatto nulla per recuperare il prezioso tempo perso: c’è solo stata stata la rinascita spettacolare dei tagli e dell’ortodossia ossessiva verso i budget degli stati.

Quale sarà il risultato di questa ortodossia che nulla ha a che fare con l’analisi razionale? Sicuramente il principio di base errato è che la sofferenza imposta sulle persone, sul popolo, sia il modo per dar prova di leadership in tempi difficili. Questo equivarrà ad un massacro politico ed economico che farà davvero fallire stati o potrà creare i terreni fertili per nuovi Hitler. E chi pagherà il prezzo del trionfo dell’ortodossia? Decine di milioni di lavoratori disoccupati, molti dei quali resteranno senza lavoro per anni, alcuni dei quali non potranno mai più lavorare.

Salvare la Terra dalla bancarotta ecologica

dal blog di grillo

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L’umanità sta vivendo da tempo sopra le proprie possibilità. Il prezzo da pagare per continuare su questa strada è la fine della civiltà.

Intervista a Wackernagel, Pollard, Al Mubarak e Quirola del Global Footprint Forum 2010:

Mathis Wackernagel: “Salve, sono Mathis Wackernagel del Global Footprint Network. Il nostro quartier generale è a Auckland, California, ma siamo presenti anche in Europa. Ora abbiamo il nostro Global Footprint Forum! Il forum sull’impronta ecologica 2010, in Toscana.
Il tema è molto semplice: ci rendiamo conto che il Pianeta sta diventando troppo piccolo rispetto al nostro appetito.
Attualmente stiamo utilizzando un pianeta e mezzo. Vale a dire che la Terra impiega un anno e cinque mesi circa per rigenerare le risorse che l’umanità utilizza in un solo anno.
Quando sono nato io, nel 1962, l’umanità utilizzava circa la metà delle risorse rinnovabili dalla Terra. Possiamo permetterci di sforare il budget per qualche tempo, ma prima o poi ciò porterà all’erosione del capitale ecologico e ad un ritorno forzato entro i limiti della capacità di rigenerazione del Pianeta. Possiamo scegliere tra una via comoda o una decisamente meno comoda per rientrare entro i limiti del budget ecologico.
L’impronta ecologica è uno strumento per capire a che punto si è. Proprio come il denaro: quando guadagni e quanto spendi. Certo, puoi spendere più delle tue disponibilità per qualche tempo. Lo stesso vale per le risorse naturali. Quante ne abbiamo e quante ne utilizziamo. Tutto qui, semplice!”

Continua …

Studiare il mondo prima che questo muoia
Duncan Pollard: “Sono Duncan Pollard e sono il direttore del dipartimento Conservation Practice & Policy per WWF International. Partecipo al Forum perché WWF è uno dei più attivi utilizzatori dello strumento dell’impronta ecologica come indicatore dello stato di salute del Pianeta. Utilizziamo poi un altro strumento, una serie storica, che si chiama Living Planet Index che misura lo stato di salute della biodiversità. È un trend decrescente da quando lo misuriamo, dal 1970. Nel mondo è decresciuto di circa il 30% nel totale della popolazione di animali, piante, uccelli, anfibi, rettili … Nei paesi tropicali la perdita è anche maggiore, intorno al 50%, in particolare dove si registra un rapido sviluppo economico, come nel sud-est asiatico. “

Blog: “Quali paesi stanno adottando lo strumento dell’impronta ecologica e perché sembra essere così difficile l’adozione da parte dei governi?”

Duncan Pollard: “È uno strumento nuovo e credo vedremo un numero sempre crescente di paesi che adotteranno questo approccio per disporre di una lente per osservare lo stato della biodiversità, dell’economia, dello sviluppo e della biocapacità. Sta prendendo piede lentamente, ma ci sono degli interessanti sviluppi negli Emirati Arabi Uniti e in Ecuador, e ora stiamo osservando progressi interessanti in Galles. Ci sono poi tentativi di produrre studi accurati in Giappone, Turchia, Guyana in Sud America. C’è interesse a diversi livelli. In Europa paesi come la Svizzera e i Paesi Bassi stanno cominciando ad adottare.”

Negli Emirati Arabi si pianifica il futuro
Razan Khalifa Al Mubarak: “Sono Razan Khalifa Al Mubarak, direttrice dell’associazione Emirates Wildlife Society, una organizzazione non governativa ambientalista che lavora con partner diversi, compresa il Footprint Network, il WWF e il governo degli Emirati Arabi per conoscere la nostra impronta ecologica. Questo è stato il primo obiettivo del nostro lavoro.
Qual è il percorso che abbiamo intrapreso? Abbiamo fatto noi stessi calcoli con un processo di verifica dei dati e di revisione della metodologia. Questo ci ha consentito di effettuare i calcoli per il Footprint Network negli Emirati Arabi Uniti.
È stato un lavoro enorme. L’impronta ecologica osserva seimila dati. È stato complicato, ma molto utile per accrescere il livello di comprensione della nostra impronta ecologica. L’accresciuto livello di comprensione ha generato un impulso positivo: ora che abbiamo gli strumenti per capire la nostra impronta ecologica e conosciamo i nostri stili di consumo, cosa facciamo?
Questo ha trasformato il nostro lavoro portandoci a indagare quali fossero gli interventi politici nazionali necessari per ridurre l’impronta ecologica.
La questione dell’acqua negli Emirati Arabi Uniti è sempre stata prioritaria per il semplice fatto che non abbiamo acqua. L’acqua è la fonte della vita ed è necessario ordinare le priorità e adottare un approccio strategico alla materia. Parallelamente, per noi la questione dell’acqua è direttamente collegata alla questione energetica. Dal momento che disponiamo di riserve d’acqua dolce estremamente limitate, quasi il 100% dell’acqua che consumiamo è ottenuta attraverso processi di desalinizzazione. La desalinizzazione è un processo che ha una grande impronta ecologica. L’utilizzo della tecnica dell’impronta ecologica per studiare questa questione e conoscere l’impatto ecologico dell’acqua che utilizziamo è stato estremamente utile per gli Emirati Arabi Uniti.
Abbiamo identificato l’acqua come parte del processo energetico. Al momento stiamo lavorando su modelli per capire i nostri stili di consumo dell’acqua futuri, l’impatto di questi consumi sull’impronta ecologica e le politiche che si rendono necessarie per ridurla. “

Il regalo dell’Ecuador al mondo
Dania Quirola: “Sono Dania Quirola, consulente a Sumak Kawsay i Ecuador per il ministero della Pianificazione e Sviluppo. Faccio parte dello staff tecnico che si occupa di sostenere l’iniziativa Yasunì ITT, una iniziativa per cambiare la storia.
Abbiamo scoperto che il 20% delle riserve petrolifere del Paese si trovano all’interno di un parco naturale, il parco Yasunì. Una riserva della biosfera tutelata dall’UNESCO. In questa zona abbiamo colto la possibilità di fare un regalo al pianeta: la prospettiva di una riduzione significativa del cambiamento climatico. Abbiamo deciso di mantenere il petrolio nel sottosuolo. Si tratta di 846 milioni di barili di petrolio equivalenti a 407 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti. Ciò significa che oltre alle discussioni internazionali a livello politico, che pure dobbiamo continuare a sostenere, c’è una risposta concreta di un piccolo paese sudamericano. Questo contribuirà a un cambiamento nella matrice energetica. Stiamo cercando a livello internazionale collaborazioni per condividere questo sforzo planetario e raccogliere circa 3.400 milioni di dollari, circa il 50% dell’introito della vendita del petrolio, per conservarlo nel sottosuolo. “

Rivoluzionare alimentazione e mobilità

Duncan Pollard: “Ci sono almeno tre cose che i singoli possono fare. La prima è certamente far capire ai politici che questi sono temi che ci stanno a cuore. E ci sono diversi modi per farlo. Uno di questi è andare sul sito del WWF, e altre organizzazioni, e utilizzare gli strumenti per il calcolo dell’impronta ecologica e calcolare la propria. Se migliaia, milioni di persone lo fanno, i politici si renderanno conto che si tratta di una questione con la quale dovranno avere a che fare.
A un livello diverso ci sono altre azioni che i singoli possono fare riconoscendo che il cibo e l’energia hanno un enorme impatto sull’impronta ecologica.
Per quanto riguarda il cibo dobbiamo certamente assicurarci di non sprecarne – in Europa circa il 30% del cibo prodotto non viene consumato – e tutti possiamo giocare un ruolo importante nell’assicurarci di mangiare il cibo che acquistiamo e di non gettarlo via. L’altra comportamento rispetto al cibo richiede che se vogliamo avere tutti una dieta bilanciata entro l’anno 2050 dobbiamo consumare significativamente meno carne di quanto ne consumiamo oggi, specialmente in Europa. La dieta italiana per esempio, che è stata indicata come la dieta media europea in termini di apporto calorico da carne, va resa simile alla dieta malese o a quella del Costa Rica. E ciò potrebbe significare ad esempio consumare carne solo 2 o 3 volte la settimana, non sette volte la settimana.
L’altra grande operazione che si può fare è cambiare gli stili di spostamento. Utilizzare l’auto il meno possibile e ridurre il numero di spostamenti. Se sono proprio necessari, si utilizzino i mezzi pubblici, la bicicletta o si cammini.”