Michel Foucault, “Surveiller et punir”,

 

 

Michel Foucault, “Surveiller et punir”, Gallimard, 1998, 360 pages, 11,88 €

Depuis le Siècle des lumières, les progrès de la raison et de la science auraient contribué à l’émancipation de l’humanité. Michel Foucault récuse ce lieu commun : il conçoit la modernité comme l’âge des sociétés disciplinaires, l’âge des prisons où, à l’instar de l’école et de l’armée, on enferme pour redresser.
Les sciences de l’Homme (sociologie, psychologie, psychiatrie) elles-mêmes constituent l’instrument privilégié de ce nouveau pouvoir disciplinaire. L’homme devient objet de science pour être mieux assujetti. Derrière le désir désintéressé de savoir, Foucault décèle une volonté de pouvoir. Si le projet d’un Descartes à l’âge classique était de “nous rendre comme maître et possesseur de la nature” grâce aux progrès de la physique, l’ambition implicite des sciences humaines serait de nous rendre maître de l’homme.

L’analyse des techniques modernes d’assujettissement – notamment en prison, institution type où se révèle cette articulation savoir/pouvoir – est ici étayée par de nombreux documents d’archives qui confèrent à cet ouvrage un intérêt historique aussi bien que philosophique. –Paul Klein

Gennaio 2011 – Mese della pace: le proposte di Caritas Ambrosiana

Gentile amica, gentile amico,
anche quest’anno Caritas Ambrosiana propone alle comunità riferimenti e iniziative per l’animazione del “mese della pace“.

Il punto di riferimento essenziale è il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2011: “Libertà religiosa, via per la pace“.
Un messaggio che, come esplicitamente richiamato dal titolo, pone l’accento sul tema della libertà religiosa e sul suo stretto legame con la costruzione della pace.
Ciò, mentre nel mondo si registrano diverse forme di limitazione o negazione della libertà religiosa, di discriminazione e marginalizzazione basate sulla religione, fino alla persecuzione e alla violenza contro le minoranze.


Nella scelta del tema da parte di Benedetto XVI, ha senz’altro influito il fatto che, come di recente ha fatto notare il rappresentante del Vaticano all’Onu, Celestino Migliore, sono i cristiani il gruppo religioso più perseguitato e discriminato al mondo, visto che il 75% delle violenze contro esponenti religiosi colpiscono proprio i credenti in Cristo. 
Tuttavia, come viene sottolineato nel comunicato della sala Stampa vaticana che presenta il Messaggio, la libertà religiosa non è citata come un «valore cristiano», ma come qualcosa che ha a che fare con la verità sull’uomo. E dunque la Chiesa cattolica ha a cuore la salvaguardia della libertà di ogni religione, non solo dei cristiani.

La libertà religiosa, essendo radicata nella stessa dignità dell’uomo, ed orientata alla ricerca della «immutabile verità», si presenta come la «libertà delle libertà».
La libertà religiosa è quindi autenticamente tale quando è coerente alla ricerca della verità e alla verità dell’uomo.

Leggi e scarica il materiale preparato da Caritas Ambrosiana per il mese della pace:
Mese della pace
La giornata mondiale della pace
Il messaggio della giornata
Proposte di animazione per le comunità
Materiali di approfondimento
Segnalaci l’iniziativa sul tuo territorio
Appuntamenti in agenda

Cordiali Saluti

Alessandro Comino
Caritas Ambrosiana
Web Communication

Immigrazione: a Roma 1.500 rifugiati trasformati in invisibili

 Immigrazione: a Roma 1.500 rifugiati trasformati in invisibili… ci facciamo sentire?

L’Unità, 28 dicembre 2010 Profugo è chi scappa dal proprio paese a causa di conflitti

armati o di persecuzioni per motivi

etnici o religiosi o per appartenenza a determinate nazionalità o gruppi …

Chi ostacola in Africa la lotta contro le mutilazioni genitali femminili

Copertina del libro "Muitlata" Khady Kiota, vincitrice del premio “Roma per la Pace e l'Azione Umanitaria”

Chi ostacola in Africa la lotta contro le mutilazioni genitali femminili

di Gliitaliani.it In Africa la politica e i rapporti con gli altri Paesi rappresentano, più della persistenza di tradizioni antiche, il principale ostacolo alla lotta contro le mutilazioni genitali femminili. A sostenerlo è l’attivista senegalese Khady Kiota, autrice del libro “Mutilata” e vincitrice del premio “Roma per la Pace e l’Azione Umanitaria”. Khady, intervenendo ad […]

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Il Cile e lo sterminio del popolo Mapuche

DAL BLOG DI GRILLO

Il Cile e lo sterminio del popolo Mapuche

Il Cile e lo sterminio del popolo Mapuche
(18:31)
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Il popolo Mapuche rivolge un appello al blog e più in generale agli italiani. Lo Stato cileno sta espropriando le terre dei Mapuche e applicando leggi contro il terrorismo a chiunque si opponga in maniera non violenta, anche agli adolescenti, con condanne fino a 50 anni. Chi difende la propria terra in questo mondo globalizzato, schiavo degli interessi economici e dominato dalle multinazionali è un TERRORISTA. Parlando con Jorge, il portavoce dei Mapuche, ho pensato a Terzigno, a Vicenza con la base militare del Dal Molin, alla Tav in Val di Susa, a Terzigno, alla secretazione dei siti dove costruiranno a nostra insaputa le centrali nucleari. Il Cile del dopo Pinochet assomiglia al Cile di Pinochet. Il mapuche di oggi è l’italiano di domani. La mia totale solidarietà al popolo Mapuche.

Testo dell’intervista Jorge Huenchullan portavoce dei Mapuche

“Il mio nome è Jorge Huenchullan , sono “werken” (portavoce) della Comunità Autonoma di Temucuicui, sono anche portavoce dei prigionieri politici mapuche che sono nel carcere di Angol. Personalmente ho un fratello che è stato processato con la “legge anti-terrorista“, il suo nome è Felipe Huenchullan, è un prigioniero politico e ha trascorso più di un anno in carcere a seguito di processo indebito. Attualmente è sotto processo per quattro “delitti” definiti “terroristi“, è per questo che noi riteniamo sia sproporzionato applicare questa legge ai Mapuche,

Storia dei Mapuche (espandi | comprimi)
La lotta Mapuche è una lotta storica, che dura da secoli. Dall’arrivo degli spagnoli nel 1540 in poi, ci furono personaggi molto importanti, leader mapuche di spicco: Lautaro, Caupolicàn, Galvarino che condussero una lotta dura, non si sottomisero a nessun dominio e dimostrarono alla corona spagnola che i Mapuche, presenti nel territorio del Cile, in nessun modo sarebbero stati conquistati.
Durante questo processo di conquista, molto lungo, il nostro popolo fece trattati di territorio, trattati di pace, trattati stipulati tra due nazioni sovrane che erano: la corona spagnola e la nazione Mapuche.
Tra i trattati più importanti stipulati, risulta il trattato di territorio in cui la corona spagnola riconobbe al popolo Mapuche i territori dal fiume
Bio-Bìo fino al sud del Cile: da quel fiume in giù era stata riconosciuta la sovranità Mapuche. Dal 1850 in poi, dopo che il popolo Mapuche si era liberato della corona spagnola, e anche l’esercito del (neo costituito) Cile si era ribellato al dominio spagnolo, l’esercito cileno diede inizio ad una invasione militare per conquistare il territorio Mapuche, che con la propria sovranità si estendeva dal fiume Bio-Bìo fino al Sud.
Quel periodo è stato chiamato dall’esercito cileno la cosiddetta “Pacificazione della Araucania“, un periodo tra i più sanguinari, in cui lo Stato cileno ha condotto un vero e proprio genocidio della popolazione Mapuche. In questo periodo cominciarono a sottrarci il nostro territorio.
Le comunità Mapuche sono state costrette a vivere in spazi sempre più ristretti, di cui non hanno nemmeno la sovranità: è stato perso tutto il territorio ancestrale, che a seguito dell’occupazione è passato ad essere dello Stato cileno. Allora il governo cileno per legittimare l’usurpazione, l’espropriazione della terra ha promosso e ha avallato la presenza dei coloni europei nelle nostre terre.
La maggior parte delle terre che i Mapuche rivendicano, sono oggi nelle mani dei coloni di origine europea, delle imprese forestali, spesso multinazionali di cui la maggioranza sono europee.

Il legame con la Terra (espandi | comprimi)
La terra, il territorio, per i Mapuche è la base della vita e dell’esistenza.. è la base dello sviluppo della nostra cultura, è la continuità storica della nostra gente e della nostra conoscenza. Nella biodiversità troviamo il compimento della forza mapuche e il compimento della vita stessa, per questo noi rispettiamo molto il nostro territorio, la nostra natura e la biodiversità. Questo ovviamente non solo dal punto di vista economico o del profitto, ma piuttosto come la base stessa della vita.
Senza la nostra “mapu” (terra), il mapuche non potrebbe esistere e sarebbe condannato a scomparire: è per questo che la nostra gente, le nostre comunità hanno intrapreso un processo di lotta e di mobilitazione perché ci venga restituito il nostro territorio.
Per questo è fondamentale la lotta mapuche in questo momento, altrimenti non potremmo proseguire la nostra esistenza, visto che siamo continuamente invasi da imprese forestali che in modo lampante ci stanno letteralmente saccheggiando: ci spogliano delle nostre terre e delle nostre medicine, le nostre erbe medicinali, i nostri alimenti. Stiamo praticamente perdendo tutto con questa invasione forestale, che per di più introduce delle specie esotiche che non rispettano l’equilibrio della natura stessa del nostro territorio.

La “Ley antiterrorista” e la criminalizzazione (espandi | comprimi)
La lotta apuche è sempre stata non violenta, ciò significa che noi facciamo occupazioni pacifiche delle terre che sono nelle mani delle imprese forestali, e nelle terre che sono oggi nelle mani dei coloni, non abbiamo mai usato violenza contro la popolazione, contro i privati o contro la Forestale o contro gruppi di persone che consideriamo non-mapuche. Certo, la nostra lotta è di carattere politico-sociale con la quale chiediamo che lo Stato cileno prenda in considerazione le nostre richieste perché la nostra è una lotta legittima e giusta. È questo il tono, fermo, che accompagna le nostre rivendicazioni.
La lotta mapuche non è mai stata armata, non esistono gruppi guerriglieri e non è mai esistita neanche la remota possibilità che un giorno la nostra lotta divenisse un conflitto armato per sollecitare un dialogo tra il popolo Mapuche e lo Stato cileno. Lo Stato cileno ha criminalizzato la nostra gente e i nostri di rappresentanti e ha agito in modo estremamente razzista e con modalità molto discriminatorie con i nostri fratelli.
Qui si violano i nostri diritti: qui non si rispettano il nostro essere indigeni mapuche.
Noi non siamo considerati dentro lo Stato cileno, la nostra opinione non ha valore dentro lo Stato, qui non abbiamo partecipazione politica per poter decidere noi stessi sulla gestione del nostro territorio.
Lo Stato cileno ha 34 prigionieri mapuche sparsi in diverse carceri del sud del Cile in questo momento.
Nel carcere di Concepcion, di Angol, di Temuco, nel carcere di Lebu e di Chol-Chol, ci sono fratelli mapuche prigionieri politici e sono stati tutti processati con la “legge anti-terrorista“, questo vuol dire che i nostri fratelli sono accusati di terrorismo solo per volere portare avanti questa lotta.
Per nessun’altra richiesta o lotta sociale nello Stato del Cile è stata applicata questa legge, ad altri manifestanti non è mai stata applicata mentre ai Mapuche sì.
E’ per questo che i nostri fratelli sono stati in sciopero della fame per più di 80 giorni.
Io ho un fratello a cui è stata applicata la legge anti-terrorista. E’ in carcere preventivo per quattro capi d’accusa denominati “delitti terroristi“. Lui si chiama Felipe Huenchullàn ed è prigioniero nel carcere di Angol nel sud del Cile.
Mio fratello, così come altri mapuche, rischia una condanna che va dai 50 anni in su se venisse condannato per i delitti che gli sono stati imputati.
Noi riteniamo questa prassi dello Stato Cileno un vero e proprio genocidio, una prassi che non contempla una politica idonea ad affrontare questo conflitto.

Bambini “terroristi” (espandi | comprimi)
Qui, nelle nostre terre lo Stato cileno ha ucciso dei mapuche, come Jaime Mendoza Collio, Alex Lemun, Matias Catrileo, che sono alcuni “peñi” fratelli mapuche morti negli ultimi cinque anni nelle “azioni di recupero” della terra.
In questo modo lo Stato cileno ha risposto alle richieste mapuche. Invece di cercare una soluzione. Ha risposto con morte e repressione per una richiesta legittima del nostro popolo. E in questa cornice, con questo tipo di lotta, lo Stato cileno non ha solo perseguitato la nostra gente di maggior età, i nostri leader, ma ha anche perseguitato i nostri bambini e adolescenti, accusando anche loro di essere terroristi.
Bambini di 12, 13 anni, di 15 anni di età: un esempio è Luis Marileo Cariqueo che appartiene alla comunità di José Guiñon, nipote del Lonko (dirigente) José Cariqueo, il quale si trova in carcere ed è stato per più di 80 giorni in sciopero della fame perché considera che le sue accuse sono tutte infondate, che lo Stato cileno ha infranto tutti i suoi diritti di bambino e di adolescente e perché non è stato rispettato come Mapuche e come minorenne. Per questo ha portato avanti per così tanto tempo lo sciopero della fame.
Egli ha soltanto 17 anni, ed ha già quttro capi d’accusa per “delitti terroristi“. Questa è una barbarie.. non è possibile che lo Stato cileno continui a vessare e a reprimere in modo così selvaggio la nostra gente, non è possibile che i bambini siano vittime di accuse di questa portata: ci hanno paragonato a gruppi armati esteri come Al-kaeda, come l’ ETA, come le
FARC… ma la nostra lotta, i nostri bambini, non possono essere considerati in questa maniera.
Essere considerati terroristi ad una così tenera età, è questo ciò che fa lo Stato cileno ed è evidente. Ci sono dei precedenti, delle denuncie di organismi internazionali in cui si evince che lo Stato cileno ha effettivamente applicato queste pratiche, perseguitando i nostri bambini.
E’ una situazione terribilmente estenuante, vivere in uno stato simile di incertezza, senza sapere quello che succederà domani, se finiremo in carcere o vivremo in libertà.
E’ difficile per una famiglia vivere in questo modo, è dura per una autorità mapuche o un gruppo di famiglie unite pensare che il proprio unico destino è il carcere, e questo solo perché stiamo lottando per rivendicare il territorio ancestrale e i nostri diritti politici.

Appello al popolo italiano
E per finire faccio un appello al popolo italiano, un richiamo alla lotta sociale che esiste nel vostro Paese. Così come in Italia, nemmeno il nostro popolo, e noi come Mapuche, vogliamo essere divorati, né sopraffatti dal sistema imperialista – capitalista,
un sistema con il quale siamo condannati a morire.
Vogliamo che le nostre idee, la nostra lotta sia libera, vogliamo essere delle persone che pensino in libertà e crediamo che in questo mondo si deve vivere in una maniera più umana, diciamo più “comunitaria“, in modo che tutti abbiano il diritto di manifestare la propria opinione, di vivere liberi, di vivere senza pressione, di vivere in modo da non dipendere da un’impresa, senza dipendere da un capitale o da un potere economico.
E se lasciamo che questa situazione vada avanti, sicuramente i Mapuche smetteremo d’esistere e i popoli indigeni pian piano scompariranno, smetteranno di esistere.
Io credo che noi abbiamo molte capacità, molto da dare ancora ai popoli non-mapuche, alla gente europea, a tutte le nazioni.. abbiamo molte conoscenze culturali sulla cosmo-visione, su molti argomenti che la scienza non è in grado di affrontare.
Ritengo questa un idea fondamentale che anche gli italiani dovrebbero condividere con noi.” Jorge Huenchullan

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5 gennaio – Ricordiamo Pippo Fava

pippofava fumetti

5 gennaio / Ricordiamo Pippo Fava lavorando

A 27 anni dall’assassinio di Pippo Fava l’informazione è viva e cresce, col lavoro costante di tante piccole testate catanesi che con impegno raggiungono risultati importanti. Mercoledì 5 gennaio alle ore 20.30 si terrà nei locali di CittàInsieme in via Siena 1 a Catania un incontro operativo dei giornalisti di base e di tutti i […]

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Olivetti, l’utopia felice del capitalismo dal volto umano

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Olivetti, l’utopia felice del capitalismo dal volto umano

Padre ebreo, madre valdese, fede socialista. Ingegnere con studi in America, debutta come operaio nella fabbrica paterna. Attivo antifascista, deve Adriano Olivettiriparare in Svizzera per non finire in galera, ma prima fa in tempo a mettere in salvo il padre del socialismo italiano, Filippo Turati: è Olivetti a guidare personalmente l’auto che trasporta Turati, ricercato dalla polizia fascista, fino al porto di Savona dove il leader socialista sarà imbarcato per la Francia. A guerra finita, Olivetti torna a Ivrea con un progetto rivoluzionario. Vuole far crescere l’impresa con la partecipazione diretta dei dipendenti: il profitto va reinvestito per il bene della comunità. La fabbrica di Ivrea è costruita a misura d’uomo: abbandonata l’alienazione della catena di montaggio, si lavora attorno a “isole” produttive. I dipendenti dispongono di mense, biblioteche, ambulatori medici, asili nido. Nasce un welfare avanzato, con decenni di anticipo.

«L’idea di Adriano – racconta un lungo servizio televisivo realizzato da “La Storia Siamo Noi” – è che l’incremento della produttività sia strettamente legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione degli operai alla vita dell’azienda. Il modello Olivetti, criticato da molti come contrario ad ogni logica economica, si mostra presto una ricetta di successo; in poco più di un decennio la produttività cresce del 500% e il volume delle vendite del 1300%. La Olivetti raggiunge rapidamente una notevole fama internazionale e la macchina da scrivere “Lettera 22”, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950, viene definita da una giuria internazionale “il primo dei cento migliori prodotti degli ultimi cento anni”. E’ la prima volta in Italia che Olivetti Ivreasi introduce il design e l’estetica come aspetti fondamentali del prodotto industriale».

La rivoluzione continua: nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Si costruiscono quartieri per i dipendenti e nuove sedi per i servizi sociali. Vengono ingaggiati i migliori architetti italiani: Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza. La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa, luminosa, tutta vetri. Adriano Olivetti vuole che gli operai lavorino «circondati e avvolti dalla luce». I dipendenti godono di benefici eccezionali per l’epoca: salari superiori del 20% della base contrattuale, servizi sociali gratuiti, maternità retribuita per 9 mesi, settimana corta col sabato libero, orario lavorativo ridotto. 

Per Olivetti il lavoratore è innanzitutto un essere umano, deve essere produttivo perché la realtà industriale possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita sociale. L’efficienza del lavoratore non va imposta con il suo iper-utilizzo, ma migliorando le condizioni di lavoro: è un’idea di sviluppo industriale sociale e sostenibile. Il Rinascimento di Ivrea recluta i migliori intellettuali. A organizzare la vita in fabbrica intervengono sociologi, storici, architetti, scrittori, poeti, scienziati della politica e dell’organizzazione industriale, psicologi del lavoro: Franco Momigliano, Paolo Volponi, Giovanni Giudici, Geno Olivetti fabbricaPampaloni, Bobi Bazlen. E poi Luciano Gallino, Franco Fortini, Bruno Zevi, Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Tiziano Terzani.

La Olivetti diventa un cenacolo, un crocevia intellettuale, qualcuno la definisce “la Atene degli anni Cinquanta”. Ad affrescare un’officina viene chiamato Renato Guttuso, mentre gli operai assistono a uno storico concerto di Luigi Nono. Il centro di formazione è in una villa medicea, perché Olivetti crede che la bellezza possa salvare il mondo. La fabbrica di Ivrea è un fiorire di eventi culturali, mostre, proiezioni di film. Si spende, si investe, si sperimenta: nasce una sorta di socialismo aziendale, che punta sulla cultura e insegue la felicità. Olivetti estende alla cittadinanza di Ivrea il suo modello di welfare, mette a disposizione servizi sociali, diventa sindaco, disegna il piano regolatore della città, crea persino un movimento politico comunitario e nel ‘58 viene eletto deputato con 178.000 voti. Sperava di promuovere le sue idee, il suo capitalismo dal volto umano, ma viene completamente ignorato. «Andava solo, con il suo passo randagio», lo ricorda Natalia Ginzburg in “Lessico famigliare; «Gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito Natalia Ginzburgcome tutti gli altri, ma sembrava, nella folla, un mendicante; e sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio».

Il sogno finisce con la sua morte improvvisa, nel febbraio 1960, dopo due anni critici nei quali Olivetti si è indebitato fino al collo per rilanciare ancora una volta la sua scommessa eretica – l’alleanza fra capitale e lavoro – e giocare la carta mondiale dell’informatica, acquistando l’americana Underwood. La crisi si avvita, ricorda Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore”: tre anni dopo, i debiti ammontano al doppio del patrimonio netto dell’azienda. Il gruppo di intervento organizzato da Mediobanca insieme con Fiat, che non ha mai approvato la politica di Olivetti, salverà un’impresa ricca di prodotti, competenze, estetica e cultura internazionale, ma povera di capitali e molto indebitata. Per la Fiat, l’elettronica di Ivrea è un tumore da estirpare; per Enrico Cuccia, l’Italia deve puntare sulla chimica. Tuttavia, il seme di Adriano Olivetti avrebbe Olivetti macchinaancora generato nel 1965 il “Programma 101”, il primo personal computer da tavolo.

Già alla metà degli anni ’60, scrive Giuseppe Mariggiò su “data Manager”, fu chiaro che la famiglia non era in grado di sostenere lo sviluppo dell’azienda: la Olivetti si tenne le macchine per scrivere ma cedette l’elettronica alla General Electric. Nel 1978 Carlo Debenedetti erediterà una situazione pre-fallimentare, fra debiti ed esubero di manodopera; manovrando in Borsa riuscì a reinserire la Olivetti tra i principali produttori di computer, ma la ristrutturazione degli anni ’90 condannò l’azienda, oggi incorporata dalla Telecom dopo l’ultima spettacolare operazione finanziaria targata Colaninno, Pirelli e Benetton, nell’epoca delle speculazioni finanziarie che avrebbero portato alla “bolla” della new-economy, «nulla di più lontano – annota Mariggiò – dalla filosofia industriale di Adriano Olivetti».

Cosa resta del sogno? «Molti, oggi, sono “olivettiani” e non lo sanno. Le idee camminano adagio, talvolta sotto mentite spoglie», dice ancora Mariggiò. Sembra incredibile, scrive Andrea Chirichelli su “Wired”, che un paese come l’Italia oggi così rattrappito, lento e quasi neoluddista nel suo rapporto con le tecnologie (cellulari a parte) abbia ospitato un’azienda come la Olivetti, leader nell’innovazione tecnologica e capace di realizzare prodotti a dir poco avveniristici. Valorizzazione del lavoro, ricerca, fiducia nei giovani, responsabilità sociale, cultura, attenzione per l’ambiente. «Può l’industria darsi dei fini?», si domandava il grande eretico di Ivrea. «Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti?». Olivetti inseguiva «una trama ideale, una destinazione, una Adriano Olivetti 2vocazione anche nella vita di una fabbrica». Negli anni ’50, ricorda “Wired”, le calcolatrici e le macchine per scrivere Olivetti erano l’emblema mondiale della nascente Information Technology: oggetti di culto, come oggi lo sono i prodotti Apple, Microsoft e Google.

E mentre i “padroni delle ferriere” – Fiat in testa – con l’aiuto della cattiva politica dettavano i tempi dell’industrialismo pesante a basso contenuto tecnologico che avrebbe devastato la società, sfigurato il territorio e preparato le crisi, l’eretico di Ivrea costruiva il suo modello antagonista, la sua utopia realizzata e poi circondata, assediata, costretta alla resa. Natalia Ginzburg rievoca il giorno in cui Adriano Olivetti la andò a soccorrere dopo l’arresto di suo marito, Leone Ginzburg, incarcerato dalla polizia fascista: «Ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno».

Manipolazione della coscienza sociale attraverso i mass media

 

Manipolazione della coscienza sociale attraverso i mass media


L’informazione e’ una parte importante nella vita degli uomini moderni. Nella vita moderna l’informazione diventa un elemento sempre piu’ significativo assieme all’istruzione; il modo in cui la gente interagisce con l’informazione definisce in buona parte il loro livello d’esistenza.

Nel XXI secolo il possesso di informazione e istruzione determina lo status di una persona moderna nella societa’. Assieme all’ambito dell’istruzione, l’informazione determina gli ambiti del lavoro e dell’economia…
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I sicari dell’economia globale

 

I sicari dell’economia globale

Nel suo editoriale su La Repubblica del 19.12.2010 Eugenio Scalfari ci informa sull’esistenza di una Cupola finanziaria che gestisce le principali speculazioni mondiali. La sua fonte e’ il New York Times, che conferma quanto aveva gia’ letto in Marx tempo prima. Da qui alcune sue deduzioni – di Eugenio Scalfari s’intende – sulle quali e’ bene soffermarsi. La prima, sulla quale concordo, e’ che le speculazioni non riguardano solo singoli faccendieri e neanche gli Hedge Fund, ma un sistema…
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