nuove dipendenze

Sono nuove forme di dipendenza, si fanno strada radicandosi

sempre più in profondità nelle vite di numerose persone,

come i vizi si insinuano tra i desideri della vita umana

(il gioco d’azzardo, shopping compulsivo, televisione, cellulari, videogiochi, pornografia ecc).

 

 

 

Infinite ore di tempo e ingenti somme di denaro investite nell’effimero che non porta a nulla, ma che continua a persistere come oggetto di qualcosa che seduce.

Il “New Addiction”, nome nuovo che gli studiosi hanno coniato, riferito a un comportamento abusante in cui non è implicato nessun uso di sostanze.

 

Photo credit: www.temi.co.uk

 

Tali addiction, oggetti, attività o comportamenti che siano, costituiscono un insieme eterogeneo,

che nel complesso possono essere anche definite “tossicomanie oggettuali”.

 

La più eclatante delle dipendenze, quella che va per la maggiore è la mobile addiction,

un recente studio delle scuole medie romane dimostra che circa il 6% risulta già essere dipendete dal telefonino. Senza sminuire una grandissima scoperta, molto importante nella quotidianità,

che ha portato però con se anche delle conseguenze incredibili.


Tra gli adolescenti tra i 12 e i 16 anni cresce infatti l’uso smodato del dispositivo mobile e si riscontrano sempre più casi di dipendenza.


Ma a preoccupare è soprattutto il crescente aumento di dispositivi pro-capite, in Italia abbiamo circa 120 milioni di cellulari, (tra gli adulti alcuni ne possiedono addirittura 3).


Nel settore di prevenzione e cura, va segnalato il primo passo italiano verso le New Addiction.

Al Policlinico Gemelli di Roma è stato creato di recente, un apposito reparto che ospita utenti patologici,pazienti che gradualmente hanno preferito il mondo virtuale a quello reale, che non possono fare altro che essere connessi.Pazienti che sono caduti nel vortice virtuale, dove si possono fare cose straordinarie con emozioni forti, dove nulla è faticoso (al contrario della vita reale).


La Internet addiction, al Gemelli, viene accostata alla dipendenza classica (alcol e droghe),

proprio perché, come nelle dipendenze da sostanze,

l’utente procede nella costruzione progressiva di un mondo autistico.


Qui il protocollo di intervento prevede tre fasi: un colloquio iniziale, degli incontri successivi per l’individuazione dettagliata della psicopatologia, ed infine  un inserimento progressivo in gruppi di riabilitazione.

Read more: Dipendenze e tecnologie: cosa ne sai di new addiction? – comedu.it http://comedu.it/profiles/blog/show?id=2370042%3ABlogPost%3A17358&xgs=1&xg_source=msg_share_post#ixzz1ICTPk6GU

grazie

cogito ergo sum (fondazione franceschi)

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Cogito, ergo sum – idee e riflessioni contemporanee – n° 152

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Chiara Saraceno: Le strutture religiose accolgano gli immigrati

In un periodo di tagli alla spesa sociale, tutti devono fare la loro parte, soprattutto chi è beneficiario di sostanziosi sconti fiscali

Barbara Spinelli: Il crimine dell´indifferenza

Una vera discussione sulla democrazia è in corso, e a questa discussione gli occidentali non partecipano, per ignoranza o disprezzo.

Eugenio Scalfari: Gran confusione nei cieli d’Europa

E’ soprattutto in Europa che la confusione ha raggiunto il massimo.

Roberto De Mattei: L’«eretico» del Cnr: «I terremoti? Un castigo divino»

Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) : «Riaffermo solo la tradizionale dottrina cattolica»

Emilio Carnevali: Fukushima e l’Isola di Pasqua

Senza una seria riflessione sui rischi di questo modello di sviluppo, la nostra civiltà sembra destinata a ripercorrere – in grande – il cammino degli abitanti dell’Isola di Pasqua: abbattuto l’ultimo albero, è cominciata una lunga e inesorabile decadenza.

Guglielmo Ragozzino: Nucleare, tre domande e tre risposte

“Non facciamoci prendere dalle emozioni”, hanno detto a caldo i governanti di fronte alla tragedia di Fukushima. Prendiamoli alla lettera: ragioniamo.

Vincenzo Comito: Non passa lo straniero?

Caso Parmalat, Tremonti alza tardive difese contro l’assalto francese alle imprese italiane. Barricate di carta, che non possono certo arginare una crisi di sistema

Marzio Galeotti: Quello strano dibattito intorno all’atomo

Dopo Fukushima va ripensata interamente la nostra politica energetica

Oliver Sacks: Missione 2011 impariamo a cambiare la nostra mente

Allenare il cervello è essenziale al benessere cognitivo.

Eugenio Scalfari: Fratelli d´Italia un Paese in cerca dell´età adulta

La memoria del Risorgimento ci può aiutare a maturare l’idea di nazione ma tutto dipende da noi, qui e ora.

Fabrizio Galimberti: Perché l’Italia non cresce

Da 40 anni manca in Italia una vera “politica industriale”

Nadia Urbinati: Quando la giustizia è alle dipendenze del governo

Il meccanismo dell´equilibrio dinamico dei pesi e contrappesi ha per obiettivo quello di far sì che nessun potere dello Stato prevarichi gli altri

Tito Boeri: Se i giovani fuggono dalle università

Che bisogno c´è di studiare dopotutto quando si può guardare più di 200 canali alla tv?

Roberta De Monticelli: A chi l’esclusiva dei diritti umani?

Una raccolta di testi sulla genesi del concetto dei Diritti Umani

Elisabetta Ambrosi: Elogio della disobbedienza

La trasgressione del senso comune sembra finalmente tornare un valore.

Hans Küng: Il mondo sul baratro dell’irresponsabilità

La religione del libero mercato e i limiti profondi del capitalismo

Chantal Mouffe: Questa rivolta muterà la nostra idea di Islam

Una sinistra moderna contro il neoliberismo globale, banche, multinazionali.

Antonio Gnoli: La sottile linea scura tra noi e il corpo dell’anima

Storia dell´ombra da Platone alla modernità

Cesare De Seta: I preraffaelliti Burne-Jones e Rossetti innamorati dell’italia

Alla Galleria Nazionale d´Arte Moderna di Roma, i maestri inglesi dell´800 che si ispirarono ai grandi del nostro Rinascimento

Pippo Ranci Ortigosa: Il nucleare dopo la catastrofe giapponese

L’uscita immediata dal nucleare è una decisione di tale importanza da non doversi adottare né sulla spinta dell’emozione della tragedia giapponese né sotto la pressione degli interessi.

Leonardo Becchetti: La “big society”. Ecco come realizzarla

Le attuali ristrettezze devono diventare un’opportunità per creare sinergie tra pubblico, privato profit e privato sociale.

Annalisa D’Orazio: Energie rinnovabili abbandonate all’incertezza

L’incertezza sul futuro va quindi eliminata al più presto per ridare certezza a consumatori e imprese, ma soprattutto credibilità alle politiche del governo.

Lucio Caracciolo: Comunque vada noi non potremo uscirne vincitori

Nella guerra libica, l’Italia ha una certezza. Comunque andrà a finire abbiamo perso

Roberto De Mattei: Il terremoto un castigo di Dio?

Roberto De Mattei, vicepresidente del Cnr (il più grande ente di ricerca italiano) parla del terremoto a Radio Maria

Eduardo Di Blasi: Avvocati in piazza. Ecco la “trappola” della mediazione

Dal 20 marzo parte della giustizia civile sarà amministrata da privati.

Lucio Caracciolo: Affidiamoci allo Stellone

“Guerra” è vocabolo espunto dal nostro gergo istituzionale.

Lucia Annunziata: La campagna d’Africa di Barack Obama

A differenza di quel che appare, questa è una guerra tutta americana e ha come obiettivo non il Medio Oriente ma l’Africa.

 

Bambini-soldato, la legione straniera allevata da Gheddafi

pubblicata da INFORMARE CONTROINFORMANDO il giorno domenica 27 marzo 2011 alle ore 15.13

Fin dai primi giorni della rivolta libica, sono circolate informazioni riguardanti la presenza di combattenti stranieri con caratteristiche somatiche “afro”, alcuni dei quali anglofoni, altri francofoni, altri ancora arabofoni. Ma chi sono questi militari, schierati a fianco delle truppe lealiste, prima impiegati nel soffocare le dimostrazioni di piazza e poi utilizzati dallo stato maggiore libico nella riconquista della Cirenaica con obiettivo finale Bengasi? Si tratta di mercenari al soldo del colonnello Muammar Gheddafi, veri professionisti della guerra, molti dei quali già in passato hanno combattuto in una sorta di legione straniera voluta dal rais per difendere i propri interessi in giro per il mondo, soprattutto nel continente africano.

A scanso di equivoci, non stiamo parlando di un’organizzazione libica di reclutamento, come ad esempio nel caso della sudafricana Executive Outcomes, quanto piuttosto di un sistema militare messo a punto nel tempo dal regime. Tutto ebbe inizio durante la guerra fredda, nei pressi di Bengasi, quando venne istituito il “Centro Rivoluzionario Mondiale” (Wrc). Basta leggere il saggio dello storico Stephen Ellis “The Mask of Anarchy: The Destruction of Liberia and the Religious Dimension of an African Civil War” per comprendere di cosa stiamo parlando. La Cia considerava il Wrc come un sito estremamente pericoloso, trattandosi di una base di addestramento per gruppi ribelli capaci di destabilizzare numerosi Paesi in cui Gheddafi intendeva affermare la propria egemonia geopolitica. Si pensi a Foday Sankoh, fondatore del Fronte Unito Rivoluzionario (Ruf), il movimento antigovernativo che negli anni 90 mise a ferro e fuoco la Sierra Leone.

Fonti ben informate riferiscono che la tecnica di reclutamento dei “bambini-soldato” venne suggerita a Sankoh durante i corsi al Wrc. Lo stesso vale per l’ex dittatore liberiano Charles Taylor il quale, a detta delle stesse fonti, dimostrò grande perspicacia non solo nell’apprendimento delle tecniche di combattimento, ma anche nello studio delle scienze politiche, che al Wrc si richiamavano agli ideali della rivoluzione libica. Attualmente, sono ancora in carica due capi di Stato africani passati per questa controversa accademia militare: il burkinabé Blaise Compaoré e il ciadiano Idriss Déby. Da rilevare che i corsi potevano durare da un periodo di poche settimane ad oltre un anno di studi e che erano aperti anche a reclute provenienti dalla lontana America Latina. Ad esempio, alcuni dei quadri del movimento sandinista di Manuel Ortega come anche delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) sono passati sui banchi del Wrc.

Sta di fatto che con il trascorrere degli anni, Gheddafi ha gradualmente realizzato in Africa un vero network di uomini scaltri e sanguinari, disposti a difendere a pagamento i suoi interessi. In oltre quarant’anni di potere, lo scenario internazionale è mutato considerevolmente, ma l’entourage di Gheddafi è riuscito a mantenere buoni rapporti con gruppi e formazioni di varia estrazione, dalla Mauritania al Niger, dal Ciad al Ghana, dal Sudan alla Somalia, dall’Etiopia, alla Repubblica Centrafricana, dalla Liberia alla Sierra Leone, dalla Costa d’Avorio al Burkina Faso, fino allo Zimbabwe. Insomma, un’area di reclutamento vastissima, dove il rais libico, in passato ma anche recentemente, ha stretto alleanze e combattuto al fianco o contro formazioni rivali. Per non parlare degli Zaghawa – presenti sia in Ciad (il presidente Déby è uno di loro) sia nel Darfur –, un’etnia che per anni è stata foraggiata dal Colonnello e al cui interno hanno operato in base stabile i servizi segreti libici.

Ed è proprio questa la peculiarità del cosiddetto “sistema Gheddafi”: anziché dispiegare stabilmente i militari libici nei vari Paesi, grazie ai suoi agenti sul campo, ha sempre tenuto i collegamenti con gruppi di mercenari e formazioni armate. Un’operazione d’ingaggio resa possibile da una quantità smisurata di denaro in possesso del clan presidenziale, un tesoro stimato attorno ai 70 miliardi di dollari, ricavato dal business degli idrocarburi di cui è ricchissima la Libia. Non è però sempre stato così: in alcuni casi infatti nell’Africa Subsahariana si è verificata una presenza relativamente stabile di militari libici, soprattutto istruttori, in aree sensibili come lungo il confine tra il Burkina Faso e la Costa d’Avorio.

Fonti ben informate della società civile locale riferiscono che il movimento antigovernativo denominato Forze Nuove, attualmente impegnato nel sostenere il presidente internazionalmente riconosciuto Alassane Ouattara, sia tuttora finanziato e addestrato, almeno in parte, da Tripoli. Stabilito dunque che Gheddafi può disporre, pagando, di un’armata panafricana, come ha fatto a far confluire così tanti uomini in Libia in un lasso di tempo relativamente breve tra febbraio e marzo? Il quotidiano inglese “The Guardian” ha riportato la notizia, riferita da un comandante dell’aviazione di Gheddafi, di circa 4mila mercenari africani giunti in Libia già il 14 febbraio. Secondo altri fonti, vi sarebbero stati addirittura collegamenti giornalieri tra la capitale ciadiana N’Djamena e Tripoli.

L’inquadramento di queste truppe sarebbe avvenuto in centri militari quali al-Mathaba al-Alamiyya, il “Centro mondiale di lotta contro il razzismo e il fascismo”, una struttura di supporto a gruppi ribelli, nelle vicinanze di Tripoli. Successivamente, una buona parte di queste migliaia di soldati di ventura, che ricevono dai 350 ai 500 dollari il giorno, sarebbero stati inquadrati nella brigata comandata da Khamis Gheddafi, il figlio del rais a capo di un’unità speciale dei reparti di sicurezza. Va comunque precisato che sono ancora disparate le valutazioni sulla reale consistenza della legione straniera del rais. Jean-Philippe Daniel, dell’Institut des Relations Internationales et Stratégiques (Iris) di Parigi, ritiene che i mercenari sarebbero gruppi di militari stranieri che collaborano con il regime da una trentina d’anni. All’inizio dell’insurrezione sarebbero venuti di propria iniziativa a vendere i propri servigi al Colonnello e non a seguito di un suo appello.

In effetti, Gheddafi ha sempre avuto attorno a sé una rete di soldati altamente addestrati, provenienti un po’ da tutta l’Africa. Rimane il fatto che in Libia, a partire dai giorni della sommossa popolare, sono giunte truppe aviotrasportate proprio per l’assenza di una “no-fly zone” che, se fosse stata autorizzata in tempo dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avrebbe facilitato l’avanzata della  ribellione libica e forse scongiurato i raid aerei della coalizione internazionale di questi giorni.

(Giulio Albanese, “La guerra sporca: tutti i mercenari di Gheddafi – Si poteva bloccarli”, da “Avvenire” del 25 marzo 2011, www.avvenire.it).

  http://www.libreidee.org/2011/03/bambini-soldato-la-legione-straniera-allevata-da-gheddafi/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+libreidee%2FyDHz+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29

 

 

 

ML.

 

 

La douce France nucléaire

dal blog di grillo

26 Marzo 2011

La douce France nucléaire

 

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La Francia è la vera malata d’Europa. L’uscita dal nucleare sarà catastrofica per i francesi. Devono riconvertire completamente la loro economia. Quasi l’80% dell’elettricità francese è generata dalle centrali nucleari, pari a un terzo di tutte le centrali europee, che danno lavoro a 200.000 persone. La Francia vende centrali nucleari. Il PIL francese, secondo la Società Francese per l’Energia Nucleare, non può fare a meno del business nucleare che produce dai 20 ai 28 miliardi di euro all’anno. La fine del nucleare vorrebbe dire la chiusura di tutte le centrali nel tempo, con costi di qualche miliardo (per difetto) per ognuna e la riconversione completa dei sistemi di produzione di energia. Adieu douce France nucléaire.
Ps: Le “Facce da nucleare” dell’opposizione che si sono assentate alla votazione per l’accorpamento del referendum con le elezioni amministrative sono: Capano, Cimadoro, Ciriello, D’Antona, Farina, Fassino, Fedi, Gozi, Madia, Mastromauro, Porcino, Samperi.
Scarica il volantino delle “Facce da nucleare” e diffondilo
– Partecipa a “Spegni il nucleare” con il referendum su FB

Gino Strada, un medico in guerra

 

Gino Strada, un medico in guerra
lezione alla Normale

La conferenza è nell’ambito degli “Incontri nel Bicentenario”. La storia di Emergency nei territori più difficili della Terra


Gino Strada alla Scuola Normale di Pisa per parlare sul tema: “Un medico in guerra”. Il  chirurgo fondatore di Emergency interverrà lunedì 28 marzo, alle 17, nella Sala Azzurra della Scuola, trasmesso in video collegamento in Aula Bianchi e in Sala Stemmi. Gino Strada parlerà della sua esperienza decennale come  medico in prima linea sui territori di tutto il mondo e della “guerra” come risposta inadeguata al problema dei conflitti internazionali. L’iniziativa rientra nell’ambito degli “Incontri nel Bicentenario”, le conferenze programmate in occasione dei 200 anni di vita della Normale.
 

Nata per garantire cure medico chirurgiche gratuite di elevata qualità alle vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà, in 17 anni di vita Emergency ha assistito oltre 4.140.000 persone, ha oggi 42 strutture sanitarie operative, tra centri chirurgici per vittime di guerra, centri sanitari e posti di pronto soccorso, centri pediatrici, centri di riabilitazione, un centro di cardiochirurgia e un centro di maternità. Ogni mese oltre 100 medici e infermieri internazionali lavorano insieme con  1900 persone nazionali nelle zone più disagiate del pianeta: Afghanistan, Kurdistan iracheno, Cambogia, Sudan, Sierra Leone, Repubblica Centrafricana.

Alla Normale Gino Strada parlerà di pace e diritti umani, anche in occasione del recente conflitto in Libia. “Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli Stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse”. Così recita “Il mondo che vogliamo”, manifesto programmatico dell’associazione promosso in questi giorni con la nuova rivista “E il mensile”.

 

 

(26 marzo 2011)

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2011/03/26/news/gino_strada_un_medico_in_guerra_lezione_alla_normale-14137232/

grazie

24 marzo 1944 – l’eccidio alle Fosse Ardeatine

Ai membri di Archivio dei diari

Antonella Brandizzi 24 marzo alle ore 12.10 Rispondi Segnala
“Orlando al buio non si vede, ma se ne sente la voce giovanissima. Diciotto anni, dice, solo diciotto, e poi la vita si fermò.
Non fu malattia, non fu sua volontà e neanche incidente. Fu che si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Fu che i tedeschi cominciarono a contare – uno, due, tre… – e tu te ne stai lì nella tua cella a sentire quei numeri che non capisci, uniti a rumori di chiavistelli che si aprono, a voci di italiani che chiedono spiegazioni e voci di tedeschi che continuano a contare – dieci, undici, dodici… Qualcuno azzarda una frase in romanesco, che in queste celle quasi tutti sono romani, romani come te Orlando, che continui a disegnare una scacchiera su un foglietto, che magari ci scappa una partita con il compagno tuo di cella, con il dottore, che quando uscirete da qui ti farà studiare e magari lavorare con lui – trentatré, trentaquattro, trentacinque… – e potrai fare anche tu il medico che l’hai sempre sognato – quarantasette e quarantotto… Quarantotto come i giorni che stai qui dentro; dal 3 febbraio che stai qui dentro e sono passati quarantotto giorni, che quella sera lì c’era il rastrellamento al quartiere Montesacro e tu – che ti disse la testa! – volesti passare a salutare Marcella, la tua innamorata. Ma come? Avevi salvato i compagni dalla retata dei nazisti e invece di scappartene subito, volesti salutare l’innamorata? E lì t’aspettavano quelli, i tedeschi delle SS, gli stessi che adesso continuano a contare – ma che se contano questi, pensi, in romanesco lo pensi – e ti portarono via davanti a lei, a Marcella e alla tua mamma, che anche lei ti venne in mente di baciare prima di fuggire. Ti portarono qui in queste celle di via Tasso […]
Trecentotrenta. Trecentotrenta è il numero di persone da raggiungere per una giusta vendetta. Ma si sa, nella fretta delle cose un conto può sfuggire di mano – soprattutto se mezzi li conti in un carcere, mezzi in un altro e mezzi ancora per strada o nelle case – e ne hanno presi cinque in più: trecentotrentacinque tra ufficiali, sottufficiali, partigiani rossi, bianchi, gente di religione ebraica, detenuti comuni e altri rastrellati a caso. E fra di essi trecentotrentacinque ci sei anche tu, Orlando, che anche la tua cella hanno aperto, e vi hanno portato alle Fosse Ardeatine senza tempo per capire e lì hanno compiuto il massacro. Era il 24 marzo 1944: chi comandò l’esecuzione fu l’ufficiale delle SS Herbert Kappler; chi la eseguì furono i suoi scagnozzi sempre delle SS, mentre i compagni di plotone di quei trentatré giovanotti poco più grandi di te, Orlando, si rifiutarono di vendicare in quel modo i propri commilitoni uccisi.
E poi, dopo la mattanza, il botto. Le cave, riempite di mine dai tedeschi, esplosero per seppellire a vita l’orrore compiuto, per coprirlo ai loro stessi occhi – che anche gli occhi di una SS, di fronte a quello scempio, c’è il rischio che cedano. Così facendo rischiarono di seppellire non solo i corpi ma anche la memoria di quelle persone. Potevano cancellarle dalla Storia. Ma la sorte volle che venisse tutto alla luce: i fatti e anche i corpi.
Di Orlando, poi, rimasero anche quei fogliettini miracolosamente transitati per le mani delle feroci SS che non s’accorsero di nulla, quei fogliettini che la mamma conservò a lungo, per decenni, e poi diede da custodire al cugino di Orlando, il pilota d’aerei, Giancarlo. Quei fogliettini che dopo aver attraversato sessant’anni di storia nel silenzio, arrivarono in Archivio un giorno del 2003 […]

dal libro “Il paese dei diari” di Mario Perrotta (Terre di Mezzo editore)