: riutilizzo e riciclaggio per migliorare la qualità della vita

Video: riutilizzo e riciclaggio per migliorare la qualità della vita

 
 
 

Alcuni progetti, come la realizzazione di lampade solari e di impianti per il riscaldamento dell’acqua a partire da bottiglie in plastica, piuttosto che la costruzione di case per mezzo di rifiuti o le soluzioni alternative all’utilizzo di borse in plastica, fanno oggi del riutilizzo e del riciclaggio una pratica non solo conveniente e divertente, ma anche fondamentale per il miglioramento della qualità della vita nel mondo.

Bottiglia di acqua vuota in plastica

Bottiglia di acqua vuota in plastica

Foto ripresa da “How can I recycle this” su Flickr (licenza CC)

 

Iniziamo con Alfredo Moser, l’inventore delle lampadine costruite con le bottiglie d’acqua. Nel 2002, durante il periodo di blackout in Brasile, trovò il modo di illuminare il proprio laboratorio meccanico e continuare a lavorare.Questo video [en, come gli altri link], filmato nel 2008, spiega come funziona la lampadina e l’impatto che sta avendo sulla sua comunità:

 

 

Separa

 

 

Il progetto Litri di luce nelle Filippine ha fatto sua questa idea e con l’aiuto del Massachusetts Institute of Technology (MIT) l’ha trasformata in un’industria da cui trarranno beneficio non solo le persone che abitano lecase neo-illuminate, ma anche le famiglie degli operai che producono e installano queste lampadine.

 

 

Separa

 

 

Le lampadine sono talmente semplici da imitare che si sono diffuse in tutto il globo: i seguenti video mostrano come vengono usate in Messico, ad Haiti e in una remota comunità indigena del Cile.

 

 

Separa

 

 

 

 

Separa

 

 

 

 

Separa

 

 

Le bottiglie in plastica sono utilizzate anche per la produzione di acqua calda in Brasile: questo video, condiviso sul canale Eco-Ideas di Youtube, mostra un impianto solare per il riscaldamento dell’acqua costruito con bottiglie di scarto in plastica:

 

 

Separa

 

 

Da Eco-ideas è tratto anche questo video realizzato in Thailandia, dove alcuni studenti universitari hanno utilizzato materiali di rifiuto per la costruzione di una casa:

 

 

Separa

 

 

Se vuoi migliorare la tua vita con il riciclaggio, perché non provi a realizzare una borsa della spesa con confezioni in alluminio per il caffè come questa donna finlandese?

 

 

Separa

 

 

Oppure puoi imparare a creare una borsa annodando pezzi di stoffa, secondo la pratica giapponese del furoshiki:

 

 

Separa

 

 

scritto da Juliana Rincón Parra · tradotto da Marta Fulcheri · articolo originale [en] · commenti (0) 

news da criticamente

La Banca Centrale Americana lancia il Twist

 
 
 

report_finanzaNon è sicuramente il ballo risalente all’epoca dei nostri genitori quello che la Fed ha lanciato sul mercato ma un’operazione finanziaria consistente nel trasferimento delle scadenze dei titoli nel proprio portafoglio dal breve al lungo periodo.

Proprio nella riunione dell’ultima settimana, dopo l’incontro del FOMC, la Banca Centrale americana ha annunciato che venderà, da qui a giugno del 2012, un controvalore pari a 400 miliardi di dollari di titoli di Stato USA caratterizzati da una scadenza breve per acquistare contemporaneamente un ammontare di pari importo di titoli con scadenza tra i 7 e i 30 anni.

La FED sembra soddisfatta della decisione presa poiché afferma che in questo modo non ci sarà bisogno di immettere altra liquidità nel mercato e probabilmente potrà pensare di iniziare a ritoccare i tassi nuovamente all’insù.

Analizzandola da un altro punto di vista, con un esempio pratico, è come se un grande debitore decidesse arbitrariamente ed in piena autonomia di allungare improvvisamente le proprie scadenze dei debiti nei confronti dei creditori… Se vi trovaste nei panni di chi avanza il denaro e scopriste che, da un giorno all’altro, il vostro incasso verrà posticipato addirittura di anni rispetto alla naturale scadenza, sareste felici..?

L’operazione Twist,  letteralmente “twisting of funds” ovvero spostamento di fondi, consiste tecnicamente, come già anticipato, nel trasferimento dal breve al lungo periodo delle scadenze nel portafoglio titoli ma senza alcun incremento della liquidità. Di liquidità infatti ne è stata emessa a dismisura in questo ultimo triennio soprattutto dall’Istituto Centrale americano ed un’altra azione similare avrebbe probabilmente confermato che la II crisi finanziaria è nel pieno della sua forza; ma il Twist non è altro che un artificio per mascherare in modo più sofisticato la profonda nuova crisi alla quale stiamo assistendo e subendo.

Ma tale decisione operativa non è stata proprio ben accolta dai mercati finanziari, i quali hanno reagito in maniera negativa e assai nervosa; per quanto riguarda le Borse abbiamo infatti assistito ad alcune sedute pesantemente negative (in questi ultimi giorni hanno poi recuperato il terreno perso con un breve trend positivo…); si sono inoltre verificate massicce chiusure di posizioni speculative soprattutto in campo valutario (il dollaro Usa si è apprezzato notevolmente rispetto all’euro mentre lo yen giapponese ed il franco svizzero continuano a mantenere una forza notevole).

In definitiva i mercati finanziari sembrano non avere accolto con favore la nuova misura di politica monetaria della FED, soprattutto per il fatto che ogni nuova manovra sembra improntata a posticipare i problemi finanziari ed economici di un’economia americana ed europea oramai asfittiche, lente ed ancora governate dalle lobby finanziarie, causa delle ultime pesanti crisi.

Attualmente l’attenzione dei media è rivolta soprattutto ai problemi dei deficit degli Stati, fenomeno che d’altra parte è sempre stato presente, mentre l’opinione pubblica sta dimenticando che l’origine della crisi precedente e di quella attuale è esclusivamente di tipo finanziario (poi traslata anche al comparto economico e reale), e i problemi e le modalità operative del sistema bancario non sono certo mutate da allora; in definitiva, Banche centrali, Banche d’Affari e Commerciali, Compagnie Assicuratrici, fondi Hedge ed altri soggetti finanziari continuano a fare ciò che facevano prima, utilizzando sempre strumenti speculativi, derivati e titoli “spazzatura”, magari con nomi diversi, ed anche più di prima (vedasi ultime statistiche sull’utilizzo degli strumenti derivati).

Molte autorità, personaggi pubblici ed istituzionali continuano a “predicare” il cambio delle regole finanziarie (in primis il prossimo Governatore BCE Draghi…) ma dal fatidico scoppio dei mutui subprime le suddette regole non sono state proprio modificate.

A questo punto, attendiamo sicuramente la resa dei conti…, ma questa volta non ci saranno manovre e sostegni che reggeranno.

Articolo scritto da Fabrizio Zampieri – Analista Finanziario ed Economista-

– Settembre 2011

 
 
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Compro oro, e non solo

 
 
 
Riciclaggio, usura, balletto di licenze I mille trucchi dei “Compro oro”In tutta Italia sono seimila con un forte incremento dovuto alla crisi. Esplosione (piu’ 30%) a Roma e Napoli, citta’ ad alta presenza di malavita. Secondo la Polizia, il 14% compie operazioni illegali. Troppo facile ottenere il permesso. Ecco come si “lavano” grosse cifre con pochi gioielli acquistati da ignari cittadini

ROMA – “Pignorava denti d’oro a persone in difficolta’, accusato di usura e riciclaggio gestore di sette “compro oro” a Roma”. “Nella cassaforte aveva dieci chili di gioielli d’ oro di cui non sapeva giustificare la provenienza. Denunciato per ricettazione 35 enne titolare di “compro oro””. “Indagine su negozi “compro oro”, tredici indagati in provincia di Ragusa”. Si potrebbe andare avanti per molto, scorrendo a ritroso l’archivio di Repubblica. Ma gia’ i resoconti dell’ultimo mese sono sufficienti per percepire i lati oscuri di una attivita’ che negli ultimi anni e’ letteralmente esplosa: 6 mila punti di compravendita di oro usato attualmente operanti in Italia, licenze quest’anno cresciute (secondo Movimprese-InfoCamere) del 23,5 per cento a livello nazionale rispetto al 2010, del 30 per cento a Roma e a Napoli, del 60 per cento negli ultimi tre anni nel Lazio e in Sicilia, del 30 per cento in Piemonte e Veneto. Un giro d’affari da 2,1 miliardi di euro all’anno.

Cifre che fotografano un business di successo, redditizio, fin troppo facile. Alimentato dalla crisi, certo. Ingrassato dalla corsa al rialzo dell’oro, passato dai 9 euro al grammo del 2001 ai 28 euro del 2010 (grazie al boom dei mercati indiano e cinese) per arrivare alla quotazione attuale di 42 euro al grammo. Sicuramente vendere oro oggi conviene, comprarlo no. Ma i fatti raccontano di un fenomeno commerciale che si diffonde anche perche’ diventato un punto di riferimento per gli affari delle mafie e non solo. Naturalmente, la gran parte dei compro oro lavora onestamente, tuttavia, grazie a una legislazione lacunosa e a un po’ di maquillage fiscale, diventa semplice riciclare denaro, movimentare merce rubata, sostituirsi abusivamente a un banco dei pegni. Cosi si spiega l’ultima “tendenza” scoperta dalla polizia: il turn over delle licenze. [… continua su Repubblica Inchieste]

(Tratto da: http://www.finansol.it)

 
 
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La corsa alla terra

 
 
 
(Fonte: altrenotizie.org)

di Sara Seganti

Sono ben 227 milioni gli ettari di terra venduti o affittati nei paesi in via di sviluppo dal 2001, pari a circa il 60% della superficie coperta dalla foresta amazzonica brasiliana. Questo il dato presentato da Oxfam nel rapporto: ‘La nuova corsa all’oro’ sul fenomeno del land grabbing, espressione usata per descrivere la recente tendenza all’accaparramento di terre possibilmente fertili, a basso costo e in grandi quantita’. Su piu’ di 1.000 acquisizioni di terreni, corrispondenti alla compravendita di circa 70 milioni di ettari in giro per il mondo, il 50% avviene su territorio africano e gran parte di queste restano per adesso inutilizzate. Ma l’Africa non e’ l’unico terreno di conquista, ne’ gli attori in scena sono identificabili per nazionalita’: questo fenomeno e’, a tutti gli effetti, un trend globalizzato.

‘Land grabbing’ e’ il anche il titolo del libro-reportage appena uscito, scritto dal giornalista Stefano Liberti, che ha il merito di raccogliere testimonianze e dati in modo organico e di restituire la complessita’ della questione senza cadere in facili soluzioni. Da un lato, il land grabbing costituisce una forma di neo-colonialismo. Grandi multinazionali, alleate di stati del sud alla ricerca di valuta straniera, si appropriano di grossi appezzamenti di terra senza consultare le popolazioni locali ne’ indennizzarle, spesso cacciando dalle loro terre molte comunita’. In genere, queste operazioni servono a produrre materie prime alimentari interamente destinate all’esportazione, aggravando le gia’ precarie condizioni alimentari di molti stati africani.

Queste concessioni centenarie vengono date a privati per niente, a volte completamente gratis o dietro richiesta di un canone annuale di pochi dollari l’ettaro, da stati africani che cercano di stringere accordi commerciali con investitori stranieri per consolidare la loro posizione politica, come Liberti racconta dell’autoritario stato etiope.

Una particolarita’ rende questa situazione cosi priva di controlli: gli stati dell’Africa centrale possono disporre della terra che e’ di proprieta’ collettiva, dello Stato o del villaggio. Ufficialmente vengono dati in concessioni solo terreni inutilizzati, ma spesso si scopre che non e’ vero, che queste terre sono l’unica fonte di sostentamento di interi villaggi. I contadini non hanno pero’ nessun titolo di proprieta’ da far valere e, se ce l’hanno, sono indotti a cederlo in cambio di sterili promesse.

 Tutto questo avviene con il sostanziale avallo della comunita’ internazionale, a partire proprio da quelle istituzioni che avrebbero per missione la riduzione della fame del mondo, come la Fao. Il merito del contributo di Liberti e’ anche di fare luce su queste contraddizioni, per cui istituzioni come la Banca Mondiale si limitano a redigere linee guida di principio (e mai vincolanti) su come favorire gli investimenti privati nell’agricoltura senza innescare meccanismi di sottosviluppo e di violenze nei confronti delle popolazioni indigene.

Rischi di cui sono pure consapevoli, ma che non sembrano sufficienti a convincere le istituzioni internazionali a prendere una posizione piu’ netta. Questo anche perche’, dall’altro lato, non si puo’ semplicemente invocare l’immobilita’, coltivando la speranza di fermare le concessioni di terre: il mondo globalizzato ha un problema alimentare e deve comunque pensare a risolverlo.

La questione ha inizio con la crisi finanziaria del 2007-2008, quando i mercati hanno intravisto nelle compravendite di commodities alimentari, e di conseguenza di terra, ottime possibilita’ di guadagno e la stabilita’ che era venuta a mancare negli scambi finanziari, provocando un forte aumento dei prezzi degli alimenti di base. Ma questa non e’ l’unica spiegazione; bisogna tenere conto anche di dati endemici come la maggiore quantita’ di alimenti necessari a sfamare una popolazione mondiale in continua crescita, della richiesta in aumento di terre (e di mangimi) per l’allevamento e degli incentivi su scala mondiale per la produzione di agro carburanti, a partire da materie prime alimentari come il grano o la canna da zucchero.

Questo quadro poi non e’ completo senza le questioni politiche che lo attraversano come in un gioco di rimandi. I paesi del Golfo come l’Arabia Saudita stanno investendo in modo massiccio in Africa per garantirsi le sovranita’ alimentare, come se il continente fosse una de’pandance da cui importare tutto quello che si produce. Una scelta nata dopo che nel 2008, con il rialzo dei prezzi alimentari, la paura aveva generato fenomeni protezionistici in molti paesi, che hanno ridotto le loro esportazioni di alimenti di base – come il riso – di cui i paesi del Golfo non sono riusciti ad acquistare il quantitativo necessario.

 Simmetricamente, d’altra parte, c’e’ anche la strategia americano-brasiliana di puntare sui biocarburanti, (anche con forti incentivi pubblici nel caso statunitense) per liberarsi dalla dipendenza dal greggio di quegli stessi paesi del Golfo.

Come in un cerchio che si chiude, Liberti racconta come la terra e l’agricoltura diventino luogo della contrapposizione ideale tra due modelli di sviluppo alternativi: da un lato grandi piantagioni coltivate efficientemente per l’esportazione verso i paesi ricchi, utilizzo degli ogm e meccanizzazione;  dall’altro piccoli appezzamenti, produzione destinata ai mercati interni, valorizzazione delle campagne come argine all’urbanizzazione disperata, trasferimento di conoscenze e tecnologie, coinvolgimento delle comunita’ locali.

Il fatto che adesso questo sviluppo venga portato dall’estern, omettendo di connettersi alla realta’ locale, rappresenta un’ipoteca sullo sviluppo agricolo del sud del mondo di cui bisognera’ ricordarsi allo scoppio della prossima crisi alimentare. Quando in un mondo in cui potenzialmente tutti potrebbero avere di che mangiare, saranno ancora in molti a non avere accesso alla mera sussistenza.

 

(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)

 
 
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Finanza etica per affrontare la crisi

 
 
 
idee e le sensibilita’ della finanza etica possono aiutarci per affrontare questa crisi finanziaria, ormai assai pronunciata ? Banca popolare Etica scrl e’ un format che possa essere preso come esempio per costruire nuove modalita’ per condurre l’intermediazione finanziaria ?

Moises Naim su Repubblica di domenica scorsa ci sintetizza efficacemente le strade per affrontare la crisi di solvibilita’ degli emittenti sovrani. Il problema principe che abbiamo adesso e’ che lo Stato ha troppi debiti e sono cresciuti e crescono ancora i dubbi che li possa ripagare. Nonostante qualcuno, per ragioni assai varie, in buona o in cattiva fede, continui a pensare che questo sia un piccolo problema, in effetti sarebbe bene convincersi che si tratta di un problema non piccolo e non semplice. Le strade per affrontare il problema sono solo le seguenti:

1) crescita del Pil: se le dimensioni dell’economia salgono di un gradino e il debito rimane al gradino precedente, gli spazi di rientro possono migliorare.

2) smettere di pagare chi ha comprato i titoli del debito pubblico (default)

3) tagliare le spese in capo al bilancio pubblico (austerity)

4)creare un meccanismo inflattivo che abbatta il valore reale del debito pubblico, e in questo modo applicare agli investitori che detengono i titoli pubblici una ‘imposizione patrimoniale’, nei fatti piu’ che sul lato formale

5) obbligare qualcuno a tenersi contro voglia i titoli del debito pubblico.

La strada 1) non e’ percorribile. Da qualcuno non e’ neppure desiderata, ma comunque adesso e’ un sogno anche per chi lo desidera. Le altre 4 rimangono invece percorribili. La seconda espone ad una gran brutta figura, rispetto alle altre 3 che sono piu’ ‘eleganti’, almeno nei riguardi di una parte dell’opinione pubblica, e quindi e’ considerata proprio l’ultima spiaggia.

In pratica occorre tentare usare le strade 3), 4) e 5). Il mix e’ a piacere del governo. Con quali criteri fare questo mix ? Salvaguardando equita’ e abbassando l’impulso verso l’allargamento del numero di poveri, e il peggioramento della loro situazione. Il conto va pagato. Su questo purtroppo non abbiamo scampo. Discutiamo di chi lo deve pagare, ma qualcuno lo sta gia’ pagando.

Il mercato finanziario e’ globalizzato. Questo vuol dire che l’investitore (adesso) compra quello che vuole. Se i titoli italiani sono troppo rischiosi, allora l’investitore (anche italiano) li vende e dirotta i suoi capitali in un altro contesto. Tutti gli investitori. Quelli piccoli e quelli grandi. Gli investitori istituzionali. Le banche.La globalizzazione fornisce questa estrema flessibilita’ ai capitali, ma non certo nella stessa misura a chi lavora e a chi produce redditi diversi da quelli di capitale.

La strada 3) e’ quella di impronta liberista. Tagliando la spesa pubblica questi sperano di riavviare alla svelta lo sviluppo, con sofferenza sociale accentuata nel breve.La strada 4) concentra lo sforzo sul reddito fisso e sui patrimoni in maniera regressiva (meno hai e piu’ paghi).La strada 5) mi sembra meno peggio delle altre.

Non possiamo usare il carattere globalizzato del mercato finanziario per chiamarci fuori dal rischio Italia. Dobbiamo creare meccanismi di deglobalizzazione del sistema finanziario, in modo da supportare il momento di criticita’. Gli strumenti di questo tipo sono stati fortemente usati anche dai governi italiani del dopoguerra. Con successo apprezzabile. La globalizzazione della finanzia supporta lo sviluppo, quando c’e’, ma supporta anche la dinamica negativa, allontanando i capitali interni.

Le sensibilita’ della finanza etica possono sostenere schemi di lavoro finanziario realmente interessati e contributivi rispetto all’attivita’ produttiva e ai meccanismi di creazione di ricchezza reale. Possono sostenere progetti collettivi importanti per la coesione sociale, che diventano piu’ che importanti in tali fasi. Possono sottolineare una volta ancora che l’attivita’ bancaria si giudica sulle conseguenze indotta sulla vita delle persone, non sulle mere conseguenze misurate dal parametro ‘profitto’. La tassazione aggiuntiva che potrebbe gravare sull’attivita’ finanziaria non coerente con le cose appena enunciate (schema Tobin Tax) potrebbe sostenere una soluzione di ribilanciamento della finanza pubblica assai meno controproducente rispetto ad altri.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

news (diritti umani, zimbabwe, lampedusa, deportati)

Azione urgente Zimbabwe: attiviste detenute a rischio di maltrattamenti

 
 
 
A Jenni Williams e Magodonga Mahlangu, leader del movimento per la giustizia sociale Women of Zimbabwe Arise (Woza), è stato negato il rilascio su cauzione e restano in custodia cautelare fino al 6 ottobre. Sono a rischio maltrattamenti.
 
 
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Zambia: Sata alla prova

 
 
 
Il nuovo presidente, leader del maggior partito di opposizione, è chiamato a risollevare l’economia, a tenere a bada le imprese cinesi e ridistribuire i proventi dell’industria mineraria.
 
 
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Lampedusa âreoporto non sicuro (per i migranti)

 
 
 
Lo hanno deciso le autorità italiane. Ma questo indebolisce l’intero sistema di soccorso in mare di migranti e richiedenti asilo. Lo sostengono Unhcr, Oim e Save the Children, che sono preoccupate anche per la prassi del trattenimento dei migranti su navi.
 
 
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MOLTO IMPORTANTE !!!!!!!!!!!!!!!!!! MEDAGLIA D’ONORE AI DEPORTATI ED INTERNATI MILITARI E CIVILI
LA MEDAGLIA D’ONORE AI DEPORTATI ED INTERNATI MILITARI E CIVILE NEI LAGER NAZISTI (“L’informazione del collezionista” , n. 79, ge…

Valerio Onida – Presidente emerito Corte costituzionale, Liberiamoci dall’ «ideologia del capo»

 

 
 

Da un ventennio circa, partendo dalla giusta aspirazione ad avere una «democrazia dell’ alternanza» anche in Italia – e forse non accorgendosi in tempo che le vere premesse di questa evoluzione ci erano offerte dalla storia, con la caduta del muro di Berlino – si è sostenuto da molte parti (a destra e a sinistra) che per ottenere questo risultato occorreva superare il sistema parlamentare, nel quale i cittadini eleggono le assemblee rappresentative, e in queste, sulla base dei risultati elettorali, si forma la maggioranza che sorregge il governo, fino al giorno in cui essa cambia orientamento o si dissolve; se poi la maggioranza viene meno e non si riesce a formarne in Parlamento un’ altra che interpreti meglio le aspirazioni degli elettori, si va di nuovo a votare. Si è sostenuto che il voto dei cittadini deve invece direttamente esprimere l’ esecutivo o meglio il suo capo: e quindi l’ elezione delle Camere non serve tanto per dar vita ad assemblee rappresentative che riflettano gli orientamenti dell’ elettorato quanto per «blindare» in Parlamento il consenso personale ottenuto dal leader che vince le elezioni, assicurando il sostegno parlamentare alle sue decisioni. La vera, unica decisione popolare è quella di eleggere un leader e uno solo. Gli effetti li vediamo. A destra, con ciò che segnala Galli della Loggia: nel partito finora di maggioranza «il momento cruciale della politica», quello delle scelte, è finora «riservato al capo e ai suoi fidi». A sinistra, con la perenne ansia di trovare non un programma comune o una ragionevole articolazione di indirizzi, ma un leader da contrapporre a quello della destra. I partiti non hanno, essenzialmente, programmi e politiche, hanno un leader «indiscusso» (non solo il Pdl, ma anche la Lega, per esempio) e se non ce l’ hanno sembra un segno di debolezza (il Pd, il cui statuto risente a sua volta di questa «ideologia del capo»). Abbiamo invece bisogno di partiti veri, che discutano e decidano, non solo che abbiano o designino un capo. Abbiamo bisogno di elezioni vere, non di un concorso di bellezza fra leader; di alternanze o di convergenze politiche, a seconda delle circostanze, non di un bipolarismo «coatto» a prescindere dalla qualità dei «poli». Ecco perché l’ attuale sistema elettorale (che premia non la maggioranza ma la minoranza più forte, costringe a fare coalizioni «preventive» e le obbliga a designare formalmente un candidato premier) è il meno adatto alle nostre necessità. 

da; Liberiamoci dall’ «ideologia del capo».

grazie

tunisia e diritti umani – orazione per la resistenza

Tunisia e diritti umani: il decalogo di Amnesty

 
 
 
Dalla messa al bando della tortura alla riforma del sistema giudiziario. Dall’abolizione della pena di morte alla libertà d’informazione. Promemoria dell’organizzazione umanitaria ai candidati all’assemblea costituente, chiamati a redigere la nuova costituzione.
 
 
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(titolo sconosciuto)

 
 
 
ORAZIONE CIVILE PER LA RESISTENZA di Daniele Biacchessi al Museo
Museo storico della Liberazione 00185 R0ma – Via Tasso 145   Sabato 15 ottobre, ore 17   …

news da everyone group (diritti umani)

Dazebao News apre una finestra su EveryOne Group per i diritti umani

 
 
 
Roma, 27 settembre 2001. Da sempre la linea del nostro giornale ha una particolare attenzione sulle problematiche sociali e sui diritti umani, nel tentativo  di informare e di sensibilizzare i nostri lettori su tematiche, spesso dal volto tragico.

Per questo abbiamo deciso di aprire una finestra, ovvero una sezione dedicata al Gruppo EveryOne che quotidianamente denuncia le violazioni dei diritti fondamentali subite dagli individui e dai popoli e diffonde una cultura di pace, uguaglianza, solidarietà e memoria degli abusi nella Storia.

La redazione di Dazebao è consapevole del fatto che maggiore sarà la diffusione di questi accadimenti e più esisterà la fattiva possibilità non solo di allargare la coscienza sulle tematiche dei diritti umani, ma soprattutto crescerà l’opportunità di salvare vite umane – compito prioritario degli attivisti di EveryOne –  tutelando i deboli dalla persecuzione.

 
 
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È necessario proteggere i profughi eritrei e subsahariani

 
 
 
Roma, 27 settembre 2011. Il Gruppo EveryOne ha ricevuto la segnalazione della fuga, avvenuta ieri, di 361 profughi eritrei dal campo UNHCR di Shegerab, nel Sudan. Fra di loro vi sono 95 donne, per lo più giovani e giovanissime, e 10 bambini.

Spinto dalle durissime condizioni di vita nel campo, il gruppo ha tentato di varcare il confine con l’Egitto, per raggiungere, attraverso il nord del Sinai, lo stato di Israele, dove i rifugiati avrebbero chiesto protezione internazionale. Per realizzare quel disperato progetto, i profughi eritrei si erano affidati a una banda di trafficanti della tribù Rashaida. 

Dopo uno scontro con le forze dell’ordine sudanesi, i predoni sono stati costretti alla fuga, mentre il contingente di migranti è stato bloccato e incarcerato, in attesa di deportazione in patria. Il Gruppo EveryOne ha immediatamente allertato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Antonio Guterres, affinché intraprenda azioni diplomatiche presso il governo sudanese finalizzate alla liberazione dei migranti e al loro trasferimento in un campo profughi attrezzato. Nel contempo EveryOne e la rete di ong che si occupano dell’emergenza profughi subsahariani sta mettendo in atto un piano per aumentare il flusso di informazione presso la comunità eritrea riguardo ai gravi pericoli in cui incorrono i migranti in Libia e nel nord del Sinai.

“E’ ormai vitale che le organizzazioni umanitarie per i diritti dei migranti eritrei e subsahariani attivino nuovi strumenti per proteggere i rifugiati,” affermano i co-presidenti del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, “aumentando il flusso di informazioni sia presso i campi profughi che presso le comunità eritree e subsahariane in Sudan o in procinto di lasciare i loro paesi. E’ importante spiegare loro come sia ormai impossibile effettuare un viaggio verso Israele, attraverso la Libia o l’Egitto, senza cadere nelle mani dei trafficanti. Una volta prigionieri dei predoni, i profughi subiscono regolarmente l’imprigionamento in container interrati e quindi torture, sevizie, mutilazioni. Le ragazze e i bambini vengono ripetutamente stuprati. Sono violenze atroci, finalizzate a gettare nella disperazione i parenti degli ostaggi, costringendoli a pagare riscatti di 10, a volte 20 mila dollari a persona”. 

Il professor Yebio Woldemariam, fondatore dell’organizzazione  Official Citizens for Democratic Rights in Eritrea, è d’accordo con il Gruppo EveryOne: “L’ICER (International Commission on Eritrean Refugees) sta attuando misure importanti per educare, dissuadere, prevenire l’esodo degli eritrei verso l’Egitto o la Libia. Tuttavia alcuni contingenti di profughi non vedono altra soluzione per sfuggire alle terribili condizioni di vita nei campi profughi. Appare però evidente che non abbiamo fatto abbastanza e che dobbiamo intensificare gli sforzi a questo riguardo, rendendo più efficace l’azione della seconda task force ICER, che deve lavorare per migliorare la situazione nei campi e per alzare il livello di attenzione sui rischi di un viaggio verso Israele”. EveryOne, l’ICER e le ong per i diritti degli eritrei e dei subsahariani lavoreranno presto insieme per promuovere piani di soccorso e sostegno ai profughi, nonché per rinnovare all’Unione europea un appello riguardo alla necessità di reinsediare i rifugiati in pericolo di persecuzione all’interno dell’Ue.

 
 
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La Commissione Diocesana per il Monastero di Tibhirine risponde a EveryOne

 
 
 
Milano, 26 settembre 2011. La Commissione Diocesana per il Monastero di Tibhirine risponde al Gruppo EveryOne: insieme, diffonderemo quanto più possibile il messaggio di fratellanza fra i popoli promosso dai martiri del monastero di Tibhirine.

Ecco il nostro messaggio, inviato alla Commissione Diocesana il 20 settembre scorso:

Cari fratelli, vi ringraziamo del vostro messaggio che da oggi è presente anche nel sito internet che vi rappresenta. 

Abbiamo scritto e diffuso un articolo su di voi e sul martirio dei sette monaci di Tibhirine, in Algeria. Siamo addolorati ogni volta che il nostro pensiero torna alla tragica morte di quei religiosi, che avvenne nel 1996, ma cerchiamo di raccogliere il loro messaggio di speranza e di divulgarlo. Amiamo ciò che il monastero di Tibhirine rappresenta: solo l’amore può trasformare questo mondo dominato dall’odio in un giardino dove tutti noi possiamo vivere insieme e in pace. 

Ed ecco la risposta della Commissione:

Fes (Marocco), 26 settembre 2011. Cari amici, sensibili al vostro incoraggiamento, non mancheremo di comunicarvi notizie del monastero, attraverso le informazioni del sito. Vi siamo grati di contribuire alla sua diffusione. La Commissione Diocesana per il Monastero di Tibhirine.

Link correlato:http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2011/9/20_E_online_il_sito_del_monastero_di_Tibhirine.html

Nella foto, che pubblichiamo per gentile concessione della Commissione, sei dei sette monaci trappisti assassinati dagli integralisti a Tibhirine

 
 
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Carceri, un inferno italiano

 
 
 
Roma, 26 settembre 2011. “La mia lotta è per la democrazia, la nostra proposta è quella di una amnistia per la Repubblica, non tanto o non solo per i detenuti”. Lo ha detto Marco Pannella, intervenuto brevemente nei lavori del comitato nazionale di Radicali italiani, in corso a Roma nel giugno scorso.

Si potrà essere o meno d’accordo nell’introdurre l’amnistia come soluzione al problema dell’emergenza carceri, ma non si può ignorare il fatto che le condizioni in cui vivono i detenuti nelle carceri italiane non sono degne di un paese civile. Le nostre carceri sono prima di tutto sempre più affollate, a rischio igienico e con un elevato numero di suicidi.

Questo è il quadro (drammatico) che emerge dal settimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, presentato a Roma dall’associazione Antigone, che evidenzia come nei 206 istituti di pena italiani siano presenti ben 68.527 detenuti, per un totale di 44.612 posti letto regolari. Il numero di morti è altissimo: sono stati 113 solo nel 2009, di cui 72 suicidi. Nei primi mesi del 2010, i suicidi sono stati 55, per colpa delle “carenze del personale penitenziario”, ci dice lo studio. A ciò bisogna aggiungere che alcuni degli istituti penitenziari più affollati d’Italia, visitati tra giugno e luglio scorsi dall’associazione, sono risultati per giunta “fuorilegge da un punto di vista socio-sanitario”.

L’aspetto forse più tragico di questo contesto è il fatto che si verificano migliaia di casi di stupro (specie nei confronti di detenuti giovani, che per paura e vergogna non li denunciano quasi mai), altrettanti casi di aggressione violenta (di cui circa 1900 denunciati), innumerevoli prevaricazioni, minacce, intimidazioni, episodi di persecuzione fisica e psicologica.

Roberto Malini, Il co-presidente per l’Italia di “Everyone”, gruppo che da anni si impegna per la tutela e i diritti dei carcerati, ci spiega che spesso i direttori, le guardie e gli educatori tollerano questo stato di cose, ritenendolo parte della pena da scontare, perché per molti di loro la prigione deve essere un inferno. “Vi sono anche guardiani ed educatori” – continua Malini – “che provano eccitazione di fronte allo spietato sadomasochismo. Oltre a questo, esiste una omertà culturale tipicamente italiana per la quale lo stupro di una donna viene considerato gravissimo e quello di un uomo passa sotto silenzio”.

Per fare un esempio di cosa avviene dentro le nostre carceri, citiamo un caso avvenuto di recente a San Vittore. Un giovane rom di 19 anni, detenuto per un piccolo furto, è stato, fin dall’inizio del soggiorno in carcere, vittima di una serie di stupri, culminati con una violenza di gruppo. Per sottrarsi a questa situazione ha lottato con tutte le sue forze, fino a procurarsi una ventina di tagli sul corpo. Solo allora, completamente ricoperto di sangue, le guardie lo hanno spostato in un altro settore.

Altro caso eclatante è quello del carcere di Poggioreale a Napoli, dove i detenuti sono più del doppio di quelli che dovrebbero essere e passano 22 ore al giorno chiusi a chiave in cella. Sono posti in cui non si fa nulla, non si legge un libro, non si impara un mestiere. Di conseguenza, il periodo di carcerazione non rappresenta nemmeno un’occasione per ripensare e riflettere sugli errori passati e per prepararsi a una vita nuova.

Sono ben 1.300 le richieste di ricorso alla Corte europea per i diritti umani contro le condizioni di vita inumane delle nostre carceri. Il loro stato di abbandono e la crisi del sistema giustizia pongono in grave pericolo l’esistenza stessa dello Stato di diritto. Tuttavia, sembra che questa sacca di orrore e ingiustizia non desti un vero interesse nelle istituzioni, che non muovono un dito per cambiare lo stato delle cose, limitandosi a stigmatizzare sovraffollamento e degrado. È importante che la società civile non accetti questa situazione e metta a punto nuovi metodi di protesta, spostando il dibattito nelle sedi internazionali, per evitare che l’inferno penitenziario italiano continui ad accogliere “anime dannate”, privandole dei diritti fondamentali della persona, sanciti dalla Costituzione e dalle Carte internazionali.

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha rivolto il 9 febbraio scorso all’Italia ben 92 raccomandazioni: si va dalla denuncia della tratta di esseri umani ai ritardi nel recepire il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura, passando per il “Pacchetto sicurezza” e la situazione delle carceri. Purtroppo il 4 giugno l’Italia ha detto no alle raccomandazioni riguardanti la tortura, mentre ha accettato quelle rivolte al sovraffollamento e alle condizioni di detenzione, tuttavia si tratta di raccomandazioni generiche che difficilmente condurranno a provvedimenti concreti.

Il sovraffollamento non è altro che il risultato di una serie di leggi criminogene: la Bossi-Fini, la Giovanardi-Fini sulla tossicodipendenza e la ex Cirielli del 2005. Sono tutte leggi che favoriscono il sovraffollamento delle carceri, che sono diventate anche una discarica per tossicodipendenti. Su 70mila detenuti, infatti, i tossicodipendenti sono il 30%, un altro 30% è composto da stranieri, e quasi il 20% ha commesso reati perché affetti da disagio psichico (stiamo parlando di 17mila persone!). Cosa dovremmo fare, dunque, per risolvere questa situazione di emergenza? Alcuni propongono l’amnistia come temporanea soluzione al problema.

L’abbiamo già sperimentata in Italia ma si è rivelata un metodo non risolutivo, visto che in pochi anni la situazione è tornata gravissima. Appare necessario un diverso trattamento del problema della tossicodipendenza, che va affrontata non nelle carceri, ma in centri specializzati di recupero. Anche il tema del disagio psichico merita un trattamento a parte, analogo a quello per il recupero dei tossicodipendenti. Ecco perché, dunque, è sempre più necessaria una seria riflessione sul tema da parte del governo e delle istituzioni.

 
 
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Guerra a Lampedusa, fallimento Maroni

 
 
 
C’è da stupirsi che si sia arrivati alla guerra? Ma questa guerra conclamata ha avuto di precedenti, come le minacce velate o meno – l’ultima volta è successo l’altra sera a un attivista di Everyone – contro chiunque appordi sull’isola per portare un pensiero critico.

Roma, 21 settembre 2011. Nel suo complicato ruolo di “porta d’Europa”, l’Italia ne ha viste tante in questi anni: il crollo della Jugoslavia, l’ingresso dei pesi dell’Est nel sistema dell’Europa unita, la pressione verso l’Occidente dei profughi dell’area dell’Africa subsahriana e varie altre. Tutte situazioni difficili da gestire, e la gestione c’è stata con i suoi pro e i suoi contro (più spesso contro). Ma ma, mai e poi mai si è giunti a quello che stiamo vedendo in queste ore a Lampedusa, dove è ormai in corso una guerra tra i migranti tunisini e gli abitanti. 

Da giorni (vedi post precedente) viene lanciato l’allarme su quella “polveriera”. Niente da fare: il centro di detenzione dell’isola continuava a riempirsi, e le prospettive per le persone lì rinchiuse erano pari a zero, avendo deciso il governo italiano di disattendere sistematicamente le più elementare regole internazionali e nazionali. Anzi, proprio nei giorni scorsi veniva annunciato dal Viminale il nuovo accordo con la Tunisia che accelera (o, almeno, accelererebbe) i rimpatri.

Non ci vuole un genio o un fine sociologo, per dire che così facendo si butta benzina sul fuoco. Il fuoco è rappresentato da giovani uomini determinati a guadagnarsi un posto nella vita, con le buone o con le cattive. Sono giovanissimi, sono tanti, sono abbandonati a loro stessi, sono umiliati tutti i giorni. Hanno capito benissimo chi vince in Italia: chi urla più forte, chi viola le regole e comunque può sperare di farla franca.

Intanto Lampedusa è diventata un posto irriconoscibile. Da meta turistica un po’ pretenziosa a laboratorio artificiale di una Fortezza Europa in piccolo. Dove non può scappare nessuno, né i migranti, né gli abitanti. Vezzeggiata da un lato – Angelina Jolie, set di film d’autore come Terraferma, la proposta di candidare gli abitanti dell’isola a premio Nobel per la pace – ipersfruttata dall’altro, il suo territorio letteralmente consumato dalla presenza massiccia di un elefentiaco apparato per “gestire” le migrazioni, da quest’anno la decisione di ammassare migliaia di persone, disperate, per settimane in un fazzoletto di terra, e infine addrittura  utlizzata come “set” per le sparate di Berlusconi.

C’è da stupirsi che si sia arrivati alla guerra? Ma questa guerra conclamata ha avuto di precedenti, come le minacce velate o meno – l’ultima volta è successo l’altra sera a un attivista di Everyone* – contro chiunque appordi sull’isola per portare un pensiero critico.

Non c’è da stupirsi di nulla, tutto era previsto, forse addirittura voluto.

C’è solo una considerazione da fare, semplice semplice: non è la prima volta che l’Italia si trova ad affrontare una situazione difficile sul fronte dell’immigrazione, come si diceva al’inizio. Ma è la prima volta che a gestirla c’è un ministro leghista. Ancora qualche dubbio che quella formula non funziona?

* Georges Alexandre

 
 
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I diritti umani sono Cosa Nostra

 
 
 
Messina, 24 settembre 2011. Spesso sentiamo parlare di mafia. Quasi sempre, la parola “mafia”, la troviamo sulla bocca di chi forse in Sicilia non c’è mai stato, o di chi non si è mai saputo guardare bene intorno, e si adopera a recitare i tratti caratteristici dell’isola della Trinacria.

La mafia esiste, lo sappiamo, ma non solo qui. La mafia esiste, ma non è una sola. Sono tante, alcune fanno rumore, alcune si muovono nel silenzio per mettere silenzio. Per zittire chi, da certe Istituzioni, non riesce ad essere digerito. Chi risulta essere, a queste ultime, fastidioso e scomodo come una gastrite che brucia nella bocca dello stomaco, e una pillola di Malox non basta a mandarla via.

E’ mafia quella che ieri ha colpito, a Lampedusa l’attivista Georges Alexandre, operatore del gruppo EveryOne, che da oltre nove mesi vive su quell’isola monitorando la situazione e  le condizioni di vita dei profughi provenienti dall’Africa. “Un lampedusano – come ci testimonia un  collega di Alexander, Roberto Malini, anche lui attivista per EveryOne – ha iniziato ad aggredire Goerges, in un primo momento insultandolo per la sua nazionalità straniera, poi passando alle maniere forti, afferrandolo per la gola quando Goerges, pacifista, aveva deciso di allontanarsi dall’uomo e dopo averlo colpito con una bottiglietta vuota strappatagli dalle mani, lo ha colpito con due pugni al volto continuando ad insultarlo, sputandogli in faccia”.  Subito dopo,  come se tutto fosse organizzato a puntino in un gesto intimidatorio da film di Coppola, alcuni lampedusani sono sopraggiunti per interrompere l’aggressione. Quegli stessi che un attimo prima erano lì ad assistere, pop corn alla mano, senza muovere un dito. Gli stessi che, come ci continua a raccontare Malini, invitano Georges a interrompere il suo lavoro umanitario con l’avvertenza: “Se fai una denuncia, tutti noi, qui, testimonieremo a favore del tuo aggressore affermanado che sei stato tu a iniziare la rissa”.

Questo il gesto ultimo, di una serie di atteggiamenti atti a voler controllare, perchè fastidioso, il lavoro di Georges Alexander. Che con fotografie e interviste ai tunisini in giro per Lampedusa, realizza i suoi reportage documentando lo stato dell’isola e sovente denunciando l’inadeguatezza delle strutture e dei procedimenti di accoglienza messi in atto, che spesso e volentieri stridono con le esigenze dei migranti. Un lavoro scomodo, dunque, quello di George perchè fatto di testimonianze scientifiche, sperimentali, reali e incontrovertibili. Certamente meno confutabili di quanto lo sarebbero le recriminazioni di un attivista con un cartellone in una piazza. Un lavoro che, per questo, porta la gente e in particolar modo autorità, a relazionarsi con Georges e con chi come lui lavora per la garanzia dei diritti umani, in modo ostile e sospetto. Tant’è che, nonostante fosse ormai conosciuto sull’isola e dallo stesso sindaco, è stato sogetto alla perquisizione del suo furgone e del suo materiale. Tant’è che, se il suo ruolo è quello di monitorare quanto avviene sull’isola, la polizia, a sua volta, ha minitorato il suo lavoro. Nonostante si tratti di un lavoro protetto dalle nazioni unite, un lavoro volto alla periodica trasmissione dei dati raccolti al Parlamento europeo e all’Alto Commissario Onu per i Rifugiati… o forse proprio per questa ragione.

Dell’episodio di ieri sono stati immediatamente messi a conoscenza il Parlamento europeo e lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui Difensori dei Diritti Umani e la fondazione FrontLine.

Già nel luglio 2010 la fondazione internazionale FrontLine, per la protezione dei difensori dei diritti umani, aveva promosso un appello urgente, vista la persecuzione politica e giudiziaria che viene riservata in Italia nei confronti di molti attivisti. In particolar modo nei riguardi degli operatori dell’EveryOne Group e dei suoi presidenti Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, all’epoca ritenuti colpevoli di … aver svolto con precisione il proprio lavoro e aver, dunque, segnalato alle istituzioni e alle autorità giudiziarie la perpetrazione di “abusi” da parte dei servizi sociali. L’organizzazione Every One Group, di fatti, scegliendo di non identificarsi con nessun colore politico, opera nel mondo affinchè vegano tutelati i diritti umani e civili di “ognuno” (ecco il perchè del nome), di ogni individuo, di ogni popolo. Studiando, inoltre, e monitorando l’insediamento e l’integrazione nel territorio italiano delle minoranze etniche e prestando particolare attenzione al modo in cui verso di esse operano le Istituzioni, per verficare che si adempia a quelle che sono le norme che tutelano i diritti dell’Uomo.

A poco più di un anno di distanza dall’appello della fondazione FrontLine, invariato se non in ulteriore crescita è stato l’impegno umanitario degli attivisti del gruppo EveryOne, e altrettanto inveriati, se non in rialzo, come abbiamo potuto vedere, sono stati i casi di persecuzione e minacce per ostacolare l’azione degli operatori del gruppo.

“I nostri difensori dei diritti umani sono oggetto da tempo di azioni persecutorie e minacce,” spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell’organizzazione umanitaria, “e in alcuni casi si è trattato di episodi gravi, di cui si sono occupati l’Onu, la Commissione europea e FrontLine”. “Riteniamo che dietro alle violenze e alle intimidazioni che colpiscono Georges – continuanto i presidenti di EveryOne – ci sia un disegno preciso contro i difensori dei diritti umani in Italia, poiché i loro rapporti e le loro campagne a sostegno di individui e gruppi sociali perseguitati danno molto fastidio ai promotori di politiche intolleranti”. A poco più di anno di distanza, ancora, come in Italia in tutto il mondo, difensori dei diritti umani vengono picchiati o uccisi. Oppure ancora rapiti o semplicemente fatti sparire nel nulla, come un altro attivista di EveryOne, di nazionalità Rumena, testimone per il Consiglio d’Europa riguardo alla repressione del popolo Rom in Italia, scomparso da Pesaro senza più lasciare tracce”. E ancora oggi, ad un anno di distanza, tutto avviene in un tale silenzio, in una tale omertà, che allo stesso fenomeno mafioso mettono invidia.

Nella foto da sinistra: Matteo Pegoraro, Roberto Malini e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne

 
 
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Solidarietà a Georges Alexandre dai rifugiati di Milano

 
 
 
Milano, 23 settembre 2011. I rifugiati africani di Milano manifestano la loro solidarietà all’attivista del Gruppo EveryOne e del movimento cittadino “Kayak per il diritto alla vita” Georges (Alex) Alexandre, insultato, minacciato, aggredito e percosso nei giorni scorsi a Lampedusa a cagione del suo lavoro umanitario. 

E’ questa catena di solidarietà, affinità umana e reciproca comprensione che ci rende più forti ed efficaci di fronte ai persecutori e ai razzisti, che altrimenti ci schiaccerebbero con il loro numero, le loro armi, la loro indole violenta e discriminatoria, il loro potere nei palazzi della politica e della giustizia, le loro risorse economiche quasi senza limiti, il loro odio che limiti non ne ha proprio… Grazie, amici e fratelli, da parte di Georges (Alex) e di tutti noi di EveryOne! 

Foto Steed Gamero

 
 
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Risoluzione Ue sui diritti Lgbt, in linea con la Risoluzione ONU sullo stesso tema

 
 
 
Il Gruppo EveryOne, che da anni chiede al Parlamento europeo una Risoluzione sui diritti Lgbt e una Risoluzione sulle unioni civili negli stati membri,  plaude alle iniziative politiche dell’intergruppo Lgbt al Parlamento europeo, che hanno prodotto un documento che si pone in linea con l’importante Risoluzione sui diritti Lgbt approvata dalle Nazioni Unite lo scorso anno.

Bruxelles-Roma, 23 settembre 2011. I gruppi politici del Parlamento Europeo: Popolare, Socialista, Liberale e Democratico, Verde, Comunista e Conservatore/Riformista hanno depositato, su iniziativa dell’integruppo LGBT al Parlamento Europeo, una risoluzione sui diritti umani, l’orientamento sessuale e l’identità di genere che rivolge una particolare attenzione alle discussioni che si terranno nella prossima primavera alle Nazioni Unite.

La risoluzione, citando positivamente la risoluzione A/HRC/17/19 sui diritti Lgbt da parte del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu,  esprime la costante preoccupazione del Parlamento Europeo  sulle violazioni dei diritti umani delle persone LGBT nel mondo, invita gli organi internazionali a continuare ad agire in particolare in occasione delle discussioni che si terranno nella primavera 2012 all’ONU sull’orientamento sessuale, chiede all’Alta Rappresentante dell’UE per la politica estera ed agli Stati membri di promuovere sistematicamente il rispetto dei diritti umani delle persone LGBT, agli Stati membri di implementare le raccomandazioni della relazione dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali della UE sull’omofobia, nonché alla Commissione di lanciare una Roadmap contro l’omofobia, la transfobia, la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. L’Associazione Radicale Certi Diritti si felicita per l’azione congiunta dei gruppi politici al PE sui diritti LGBT nel mondo ed in particolare per l’adesione del gruppo PPE a tale iniziativa, che dimostra come l’ipocrita opposizione dei gruppi politici del PdL e dell’UdC a qualunque iniziativa per proteggere i diritti delle persone LGBT a livello nazionale sia sconfessata anche dalla linea politica del loro corrispondente partito europeo.
Durante i lavori del prossimo Congresso, nazionale dell’Associazione Radicale Certi Diritti, che si svolgerà a Milano il 3 e 4 dicembre 2011 è prevista una specifica sessione sul tema dei diritti Lgbt nel mondo, anche con riferimetno alle iniziative promosse all’Onu.

 
 
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Sono gay, datemi asilo. C’è una taglia su di me

 
 
 
Roma, 23 settembre 2011. Si chiama Joshua John Paul, è un cittadino nigeriano di religione cattolica, ed è approdato a Lampedusa nel 2008 inseguito da minacce di morte e da una taglia.

La sua colpa: aver avuto una relazione omosessuale con un ragazzo di famiglia musulmana, scoperta dai genitori di quest’ultimo. Il 2 agosto di quell’anno il suo nome è apparso a caratteri cubitali sul quotidiano Nigerian Observer.

Vi si diceva che è della tribù Bini, che veniva dallo stato di Edo, che aveva molestato sessualmente per un lungo periodo Almed Suleman, la cui famiglia appartiene a una tribù musulmana e che è ricercato: “Chiunque avesse informazioni urgenti che lo riguardano – concludeva il giornale – è pregato di contattare la stazione di polizia più vicina, in cambio di una lauta ricompensa”. Comprensibile la fuga. La famiglia del suo compagno lo voleva uccidere, applicando la Sharia, mentre ecco cosa prevedono gli articoli 214 e 217 del Codice penale nigeriano: «Ogni persona che abbia congiungimento carnale con altra persona contro l’ordine naturale, o permetta ad un uomo di avere congiungimento carnale con un uomo o una donna con una donna contro l’ordine naturale, è colpevole di delitto grave, perseguibile con 14 anni di prigione». Nonostante questo, la Commissione territoriale di Caserta ha respinto la richiesta di asilo politico di Joshua, e il suo avvocato, Loredana Briganti, ha presentato ricorso al tribunale di Napoli. L’udienza è fissata per il 29 settembre.

L’avvocato Briganti fa presente che per l’articolo 19 del Decreto legislativo 286 del 1998 «in nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, cittadinanza, religione, lingua, opinioni politiche, condizioni personali o sociali».
 
Loredana Briganti, appoggiata dal gruppo umanitario EveryOne, si appella «alle più alte autorità dello Stato, per un gesto di clemenza e di umanità». Lo stesso avvocato presenterà ricorso anche per una donna cattolica nigeriana alla quale è stato negato l’asilo: Tina Richard, stuprata, torturata e perseguitata nel suo paese. A 15 anni  un ricco e potente uomo d’affari musulmano la voleva per moglie. Il padre, cattolico, rifiutatosi di concedere il permesso, venne pugnalato a morte assieme a sua moglie e la casa data alle fiamme, mentre Tina era in chiesa. Anche per questo caso si è battutto EveryOne, e il gruppo parlamentare radicale ha rivolto un’interrogazione al ministro della Giustizia.

Come si sa, invece, un’altra donna nigeriana, Kate Omoreghe, è riuscita ad ottenere invece lo status di rifugiato. Per lei si erano spesi apertamente, con un comunicato congiunto, i ministri Franco Frattini, degli Esteri, e Mara Carfagna, delle Pari Opportunità..

Si chiama Joshua John Paul, è un cittadino nigeriano di religione cattolica, ed è approdato a Lampedusa nel 2008 inseguito da minacce di morte e da una taglia. La sua colpa: aver avuto una relazione omosessuale con un ragazzo di famiglia musulmana, scoperta dai genitori di quest’ultimo. Il 2 agosto di quell’anno il suo nome è apparso a caratteri cubitali sul quotidiano Nigerian Observer. Vi si diceva che è della tribù Bini, che veniva dallo stato di Edo, che aveva molestato sessualmente per un lungo periodo Almed Suleman, la cui famiglia appartiene a una tribù musulmana e che è ricercato: “Chiunque avesse informazioni urgenti che lo riguardano – concludeva il giornale – è pregato di contattare la stazione di polizia più vicina, in cambio di una lauta ricompensa”.

Comprensibile la fuga. La famiglia del suo compagno lo voleva uccidere, applicando la Sharia, mentre ecco cosa prevedono gli articoli 214 e 217 del Codice penale nigeriano: «Ogni persona che abbia congiungimento carnale con altra persona contro l’ordine naturale, o permetta ad un uomo di avere congiungimento carnale con un uomo o una donna con una donna contro l’ordine naturale, è colpevole di delitto grave, perseguibile con 14 anni di prigione». Nonostante questo, la Commissione territoriale di Caserta ha respinto la richiesta di asilo politico di Joshua, e il suo avvocato, Loredana Briganti, ha presentato ricorso al tribunale di Napoli. L’udienza è fissata per il 29 settembre.

L’avvocato Briganti fa presente che per l’articolo 19 del Decreto legislativo 286 del 1998 «in nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, cittadinanza, religione, lingua, opinioni politiche, condizioni personali o sociali».
 
Loredana Briganti, appoggiata dal gruppo umanitario EveryOne, si appella «alle più alte autorità dello Stato, per un gesto di clemenza e di umanità». Lo stesso avvocato presenterà ricorso anche per una donna cattolica nigeriana alla quale è stato negato l’asilo: Tina Richard, stuprata, torturata e perseguitata nel suo paese. A 15 anni  un ricco e potente uomo d’affari musulmano la voleva per moglie. Il padre, cattolico, rifiutatosi di concedere il permesso, venne pugnalato a morte assieme a sua moglie e la casa data alle fiamme, mentre Tina era in chiesa. Anche per questo caso si è battutto EveryOne, e il gruppo parlamentare radicale ha rivolto un’interrogazione al ministro della Giustizia.

Come si sa, invece, un’altra donna nigeriana, Kate Omoreghe, è riuscita ad ottenere invece lo status di rifugiato. Per lei si erano spesi apertamente, con un comunicato congiunto, i ministri Franco Frattini, degli Esteri, e Mara Carfagna, delle Pari Opportunità.

Nella foto, l’avvocato Loredana Briganti

 
 
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Lampedusa: minacce ai difensori dei diritti umani

 
 
 
Roma, 23 settembre 2011. Un membro di EveryOne viene picchiato sull’isola perché testimone scomodo di ciò che avviene. Mentre la gente esasperata dall’emergenza infinita gli consiglia di andarsene.

E i responsabili dell’associazione denunciano un clima intimidatorio contro i valori della democrazia e della civiltà nel nostro paese.

«Alcuni ospiti del Centro di accoglienza avevano innescato un incendio all’interno della struttura, per protesta contro le difficili condizioni di vita a cui sono costretti i profughi a Lampedusa. Dopo aver seguito gli eventi, mi sono recato a mangiare qualcosa. Mi ha avvicinato un uomo, chiedendomi chi fossi e iniziando a darmi leggere spinte. Successivamente mi ha afferrato per la gola, dicendomi: ‘Straniero di merda, perché rimani qua?’. E mi ha assestato due pugni in faccia ». La testimonianza riportata è di Georges Alexandre, membro franco-canadese di EveryOne Group,  da alcuni mesi a Lampedusa per conto dell’associazione a monitorare e trasmettere informazioni dettagliate al Parlamento europeo e all’Alto Commissario Onu per i Rifugiati. Il membro di EveryOne è anche un atleta, e con il suo kayak sta effettuando la traversata dalla Tunisia a Bruxelles per richiamare l’attenzione dell’Ue sul dramma dei migranti.

La sua è testimonianza che denuncia il grado di tensione vissuta sull’isola, dove residenti e forze dell’ordine si sentono completamente abbandonati nella gestione di un problema tutt’altro che locale.

«Alcuni lampedusani l’hanno fermato – continua il testimone -. Invitandomi a interrompere il mio lavoro umanitario, dicendomi: ‘Ma vuoi essere ammazzato? Se fai una denuncia, tutti noi, qui, testimonieremo a favore del tuo aggressore, affermando che sei stato tu a iniziare la rissa’».

Non è la prima volta che Georges Alexandre subisce atteggiamenti intimidatori a Lampedusa, e Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell’organizzazione umanitaria, EveryOne, raccontano: «I nostri difensori dei diritti umani sono oggetto da tempo di azioni persecutorie e minacce. In alcuni casi si è trattato di episodi gravi, di cui si sono occupati l’Onu, la Commissione europea e FrontLine, l’organismo internazionale che tutela gli attivisti perseguitati nel mondo. Riteniamo che dietro alle violenze e alle intimidazioni ci sia un disegno preciso, cheintende zittire i difensori dei diritti umani in Italia, poiché i loro rapporti e le loro campagne a sostegno di individui e gruppi sociali perseguitati danno molto fastidio ai promotori di politiche intolleranti e anti-immigrazione. Ci auguriamo che le Istituzioni dell’Unione europea e l’Alto Commissario per i Rifugiati mettano in campo misure atte a tutelare il prezioso lavoro dei difensori dei diritti umani in Italia, altrimenti la persecuzione dei profughi, dei Rom e delle altre minoranze rischia di proseguire dietro una cortina di paura e silenzio, mentre i valori della democrazia e della civiltà saranno definitivamente negati».

 
 
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L’appello di Tina: chiedo asilo in Italia

 
 
 
Martinsicuro, teme di essere uccisa se torna in Nigeria. Contro questa decisione l’avvocato di Tina, Loredana Briganti, ha presentato appello al tribunale civile di Napoli. In attesa del giudizio, per Tina c’è una mobilitazione che coinvolge i deputati radicali (che hanno presentato un’interrogazione) e l’organizzazione umanitaria EveryOne (che si è appellata all’Onu e al Parlamento europeo).

Martinsicuro, 23 settembre 2011. Dietro di sé Tina Richard, una ragazza nigeriana di 28 anni, ha una storia terribile di violenza e solitudine. Nel suo presente ci sono clandestinità e prostituzione. Nel suo futuro, la speranza di ottenere l’asilo come rifugiata in Italia. Una speranza frustrata dalla decisione della commissione territoriale di Caserta, che ha respinto la sua domanda. 

Contro questa decisione l’avvocato di Tina, Loredana Briganti, ha presentato appello al tribunale civile di Napoli. In attesa del giudizio, per Tina c’è una mobilitazione che coinvolge i deputati radicali (che hanno presentato un’interrogazione) e l’organizzazione umanitaria EveryOne (che si è appellata all’Onu e al Parlamento europeo).  La storia, in sintesi, è questa: Tina fugge dalla Nigeria a 15 anni dopo l’assassinio dei suoi genitori da parte di un uomo potente e ricco di religione musulmana, datore di lavoro del padre, che pretende di averla in moglie facendola convertire all’Islam. Viene in Italia ed è rimpatriata l’anno dopo perché clandestina. Al suo ritorno in Nigeria è sola: un uomo le offre aiuto ma poi la violenta, tortura e segrega per mesi in casa. 

Tina fugge e, dopo un viaggio terribile attraverso l’Africa sahariana e il Mediterraneo, approda a Genova. È il 2003. La ragazza va in questura a Roma per chiedere asilo, le dicono di tornare dopo un mese ma lei ha paura e non si presenta. Da allora vive in clandestinità e si prostituisce a Martinsicuro. Mesi fa decide di chiedere asilo e si rivolge all’avvocato Briganti. Che dice: «La decisione della commissione di Caserta è palesemente ingiusta. Giudicano credibile il suo racconto, ma sostengono che una volta tornata in patria potrebbe chiedere aiuto alle autorità locali. Dimenticano che in Nigeria gli abusi sulle donne sono all’ordine del giorno, che l’assassino dei suoi genitori è libero e che il primo rimpatrio subito da Tina, orfana e sola, le costò stupri, torture e privazioni. Il caso in questione è molto simile a quello di Kate Omoregbe, una sua connazionale che, grazie alla mobilitazione di diversi soggetti, ha ricevuto l’asilo politico come rifugiata. 

Se le autorità nigeriane possono aiutare Tina, come sostiene la commissione, allora potevano aiutare anche Kate. Tina, come Kate, è nel pieno diritto di ricevere l’asilo». (d.v.)

Nella foto, Tina Richard

 
 
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Lampedusa. Violenze e intimidazioni contro attivista del Gruppo EveryOne

 
 
 
L’organizzazione per i diritti umani chiede il sostegno delle autorità internazionali: “Difendere le minoranze in Italia diventa sempre più difficile e pericoloso”

Lampedusa, 21 settembre 2011. L’attivista per i diritti umani franco-canadese Georges Alexandre, membro del Gruppo EveryOne e dell’associazione “Kayak per il diritto alla vita”, è stato aggredito da un uomo ieri in serata nell’isola di Lampedusa. “Georges è stato a Lampedusa per sei mesi, monitorando la situazione dei profughi dall’Africa e trasmettendo periodicamente la propria testimonianza al Parlamento europeo e all’Alto Commissario ONU per i Rifugiati, ed è anche colui che con il suo kayak sta effettuando in questi giorni la traversata dalla Tunisia a Bruxelles per richiamare l’attenzione dell’Unione europea sul dramma dei migranti” spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che hanno denunciato l’accaduto. La prima parte della traversata in kayak si è svolta nei giorni scorsi e ha condotto l’attivista umanitario dalla Tunisia a Lampedusa, da dove ripartirà presto, diretto a Malta, per poi toccare le coste dell’Adriatico e dirigersi verso il Belgio. 

“Verso le 17 di ieri,” racconta Georges Alexandre, “alcuni ospiti del Centro di accoglienza  dell’isola hanno innescato un incendio all’interno della struttura, per protesta contro le difficili condizioni di vita a cui sono costretti i profughi a Lampedusa. Dopo aver seguito gli eventi, mi sono recato a mangiare qualcosa presso un venditore ambulante di panini e bibite. Lì mi ha avvicinato un uomo, chiedendomi chi fossi e iniziando a darmi leggere spinte. Mi sono spostato, ma l’uomo ha continuato a provocarmi, insultandomi in ragione del fatto che sono straniero e mimando il gesto di afferrarmi i testicoli. Mi sono allontanato, dopo aver pagato il panino e la bevanda. L’uomo però mi ha seguito e dopo alcuni minuti mi si è avvicinato ancora e mi ha afferrato per la gola, insultandomi nuovamente: ‘Straniero di merda, perché rimani qua?’. Ha cercato di colpirmi al capo con una bottiglietta vuota che mi ha strappato di mano, quindi mi ha assestato due pugni in faccia. Ha continuato a insultarmi, finché alcuni lampedusani l’hanno fermato. Quindi mi ha sputato ripetutamente in faccia, invitandomi a lasciare l’isola. I miei soccorritori mi hanno invitato a interrompere il mio lavoro umanitario, dicendomi: ‘Ma vuoi essere ammazzato? Se fai una denuncia, tutti noi, qui, testimonieremo a favore del tuo aggressore, affermando che sei stato tu a iniziare la rissa’”. 

“Georges” sottolineano Malini, Pegoraro e Picciau, “aveva già subìto atteggiamenti intimidatori, a Lampedusa, e una perquisizione del proprio furgone nonché molteplici interrogatori da parte delle autorità locali di polizia. I suoi rapporti di testimonianza sono preziosi per il lavoro di osservazione delle migrazioni da parte delle istituzioni internazionali e dei media”. 
Il Gruppo EveryOne ha relazionato i membri della Commissione Libertà Civili del Parlamento europeo, Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani e Margaret Sekaggya, lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla condizione dei Difensori dei Diritti Umani, riguardo alla violenta aggressione subita dall’attivista. “I nostri difensori dei diritti umani” spiegano ancora i co-presidenti di EveryOne, “sono oggetto da tempo e sempre più spesso di minacce e vere e proprie azioni persecutorie. “In alcuni casi”, proseguono gli attivisti dell’organizzazione umanitaria, “si è trattato di episodi gravi, di cui si sono occupati l’ONU, la Commissione europea e FrontLine, l’organizzazione internazionale che tutela gli attivisti in pericolo di vita nel mondo. Recentemente, un nostro attivista Rom – testimone per il Consiglio d’Europa riguardo alla repressione del popolo Rom in Italia – è scomparso da Pesaro e da due mesi abbiamo perso le sue tracce, mentre per tutti noi operare per i diritti delle minoranze è sempre più difficile e pericoloso. Riteniamo che dietro alle violenze e alle intimidazioni che colpiscono Georges ci sia un disegno preciso, che intende zittire i difensori dei diritti umani in Italia, poiché i loro rapporti e le loro campagne a sostegno di individui e gruppi sociali perseguitati danno molto fastidio ai promotori di politiche intolleranti e anti-immigrazione. 

Ci auguriamo” concludono, “che le Istituzioni dell’Unione europea e gli uffici dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, nonché dell’Alto Commissario ONU per i Rifugiati – per cui il lavoro di attivisti come Georges Alexandre risulta preziosissimo – mettano in atto con urgenza misure atte a tutelare il prezioso lavoro dei difensori dei diritti umani in Italia. Altrimenti, la persecuzione dei profughi, dei Rom e delle altre minoranze rischia di proseguire dietro una cortina di paura e silenzio, mentre i valori della democrazia e della civiltà saranno definitivamente negati”.

Nella foto, Georges Alexandre

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