Storie di ordinaria follia

Storie di ordinaria follia

 
 
 

Stultifera navis, la nave dei folli, battelli che trasportano al proprio interno i folli. Sono queste le modalità con le quali le municipalità dell’alto medioevo colpiscono i lebbrosi, i folli e tutti coloro che sono considerati potenziali untori per la civiltà.

Un concetto quello dell’esclusione dell’anormalità, definito anche come metodo della lebbra, che produce una logica segregazionista di tipo binario: folle/ragionevole, chi non rientra in determinati parametri, chi non è conforme al dispiegamento di una Norma viene espulso.

Nel secolo XVII prendono forma le grandi case d’internamento, nel 1656 avviene la fondazione dell’Hopital General a Parigi, destinato ai poveri, ai vagabondi, a tutti coloro che rifiutano un preciso ordine economico e sociale. Infatti l’internamento è una precisa creazione istituzionale del XVII secolo, intesa sia come misura economica, che come protezione sociale, ossia la follia viene percepita nell’orizzonte sociale della povertà, dell’incapacità al lavoro, dell’impossibilità di integrarsi al gruppo.

Tutti gli oziosi, i vagabondi, i poveri coloro che rappresentano il segno di contraddizione di un preciso ordine economico vengono esclusi/inclusi in nome di una Ragione Assoluta, di una precisa Ideologia (M. Foucault, Storia della Follia.

Nel secolo XVIII si parla di inclusione dell’anormalità, il metodo della peste, si circoscrive un territorio e lo si chiude. All’interno di questo territorio avviene un indagine minuziosa, di individuazione e osservazione ravvicinata per dividere i malati dai sani. 

Trattasi di un tentativo di massimizzare la salute, la longevità, la vita degli individui e ‘normalizzare’ ogni individuo, costatando se è conforme alla regola, alla norma di salute stabilita. È l’arte di governare, un dispositivo finalizzato alla normalizzazione delle persone, è un potere di normalizzazione (M. Foucault, Gli anormali).

La stessa psichiatria ai suoi albori non si configura come una scienza medica, ma come una branca specializzata dell’igiene pubblica, si è istituzionalizzata come campo particolare della protezione sociale.

Facciamo un salto temporale, intorno agli anni ’60-‘70 del ‘900, Franco Basaglia fautore dell’antipsichiatria e dell’umanizzazione della medicina, ricordiamo a tal proposito la famosa legge 180, che sancisce la soppressione dei manicomi e altre idee importanti.

Nel 2011, ad Orta Nova, il Centro Salute Mentale mostra tutte le sue difficoltà. Il personale è composto da quattro infermieri, un medico psichiatra e due assistenti sociali, di cui uno a tempo pieno, mentre l’altro è presente al centro una volta a settimana, a fronte di 900/1000 persone abituali che hanno bisogno di assistenza sanitaria. Piuttosto di parlarvi delle difficoltà operative e gestionali del Centro, evidenziate dall’ottimo articolo di Savino Sciusco (Il mattino di Foggia), vorrei mettere in risalto due aspetti, che ritengo siano spettrali per una società che si dice ‘civile’.

Le istituzioni non si prendono cura dei pazienti psichiatrici, fondamentalmente per due motivi:
– perché non sono una minaccia per la sicurezza sociale, ossia non compiono atti per i quali bisogna intervenire (come succede per i tossicodipendenti);
– non vengono considerati come forza produttiva, pertanto sono inutili al soddisfacimento dei bisogni economico-produttivi di una comunità.

Per essere riconosciuti socialmente dovrebbero essere pericolosi, altrimenti non sono istituzionalmente riconosciuti, sono extra-istituzionali, e non rientrano in una prospettiva di cura istituzionale perché non sono produttivi, la loro forza lavoro non può essere impiegata. Le persone tra l’altro ricevono pochissimi euro, con i quali è impossibile vivere una vita degna di essere tale.

Esclusione ‘normalizzata’ della diversità, inclusa in un vuoto istituzionale inteso come autentica pratica dell’istituzione e non come semplice dimenticanza. Anche dimenticarsi di qualcuno è un atto violento che potrebbe sottendere una volontà di non prendersi cura di alcune persone.

Devo ringraziare la dott.ssa Assunta Mancini, assistente sociale del CSM che assieme alle altre persone del personale medico e paramedico cercano di garantire quel sacrosanto diritto all’assistenza sanitaria, per questa digressione su una problematica messa ai margini o derubricata dalle priorità istituzionali e politiche.

La domanda che deve posarsi nelle nostre coscienze, nei nostri pensieri, nelle nostre riflessioni in quanto cittadini di una comunità, si fa critica, drammatica e investe il nostro senso di umanità: chi sono i folli? Noi o quelli che riteniamo tali? di Arturo Gianluca Di Giovine

I VENTI EROI DEL 2011

 

 

I venti eroi del 2011 (parte 1)

 

 
 
Vittorio Arrigoni, Mohamed Bouazizi, Don Fulvio Calloni, Sal Dimiceli e Novak Djokovic sono i primi cinque della nostra lista: venti persone, a nostro avviso eroiche, che con le loro vite e le loro azioni hanno caratterizzato in positivo questo 2011.
 

I venti eroi del 2011 (parte 2)

 
 
 
Ecco i profili di altri cinque eroi: Ali Ferzat, Leymah Gbowee, Wael Ghonim, Anna Hazare, Qais el Hileli. Dopo Arrigoni, Boazizi, Calloni, Dimiceli e Djokovic.
 
 
GRAZIE

Forza Nuova contro il presepe antirazzista

Forza Nuova contro il presepe antirazzista

 
 
 
Il presepe di Perignano ospita, insieme ai personaggi classici, le schede anagrafiche di tre bambini figli di immigrati che vivono in Italia. Leggi tutto… (http://www.stranieriinitalia.it/attualita-forza_nuova_contro_il_presepe_antirazzista_14329.html)

Lo chiamano progresso

Lo chiamano progresso

 
 
 

Arundhati Roy, The Guardian, Gran Bretagna

Il capitalismo non può garantire benessere e giustizia sociale per tutte le persone. Il discorso di Arundhati Roy a Zuccotti park il 16 novembre 2011.

Ieri la polizia ha sgombrato Zuccotti park, ma oggi le persone sono tornate. La polizia dovrebbe sapere che la protesta di Occupy Wall street non è una lotta per il territorio. Non stiamo combattendo per occupare un parco, ma per la giustizia. Giustizia non solo per il popolo degli Stati Uniti, ma per tutti. Con la protesta cominciata il 17 settembre, siete riusciti a introdurre un nuovo immaginario, un nuovo linguaggio politico nel cuore dell’impero.

Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.

Oggi l’esercito degli Stati Uniti conduce una guerra di occupazione in Iraq e in Afghanistan. I droni statunitensi uccidono civili in Pakistan e altrove. Decine di migliaia di soldati americani e di squadre della morte stanno entrando in Africa. Se spendere migliaia di miliardi dei vostri dollari per occupare l’Iraq e l’Afghanistan non dovesse bastare, oggi si parla anche di una guerra contro l’Iran. Dai tempi della grande depressione, la produzione di armi e l’esportazione di conflitti sono state gli strumenti fondamentali con cui gli Stati Uniti hanno stimolato la loro economia. L’amministrazione del presidente Barack Obama ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita che prevede la fornitura di armamenti per 60 miliardi di dollari.

Gli Stati Uniti sperano di vendere migliaia di bombe antibunker agli Emirati Arabi Uniti. E hanno venduto aerei militari per cinque miliardi di dollari al mio paese, l’India, che ha più poveri di tutti i paesi dell’Africa messi insieme. Tutte queste guerre – dal bombardamento di Hiroshima e Nagasaki al Vietnam, dalla Corea all’America Latina – sono costate milioni di vite umane. E sono state tutte combattute per garantire l’american way of life.

Quattro proposte
Oggi sappiamo che l’american way of life – il modello a cui dovrebbe aspirare tutto il resto del mondo – ha fatto sì che negli Stati Uniti 400 persone possiedano la ricchezza di metà della popolazione. Ha significato migliaia di persone sbattute fuori dalle loro case e dal lavoro mentre il governo di Washington salvava le banche e le multinazionali: il gruppo assicurativo Aig ha ricevuto, da solo, 182 miliardi di dollari.

Il governo indiano adora la politica economica statunitense. Grazie a vent’anni di economia di libero mercato, oggi i cento indiani più ricchi possiedono beni che valgono un quarto del pil del pae­se, mentre più dell’80 per cento dei cittadini vive con meno di 50 centesimi al giorno.

Duecentocinquantamila agricoltori trascinati in una spirale di morte hanno finito per suicidarsi. L’India lo chiama progresso, e oggi si considera una superpotenza. Come voi, anche noi indiani abbiamo una popolazione ben istruita, bombe nucleari e un livello di diseguaglianza vergognoso.

La buona notizia è che la gente ne ha abbastanza e non vuole più accettare tutto questo. Il movimento Occupy Wall street si è unito a migliaia di altri movimenti di resistenza in tutto il mondo grazie ai quali i più poveri tra i poveri si alzano in piedi per fermare l’avanzata delle multinazionali.

In pochi sognavamo di poter vedere voi – i cittadini degli Stati Uniti che stanno dalla nostra parte – combattere questo sistema nel cuore stesso dell’impero. Non trovo le parole per spiegare quanto tutto questo significhi.

Loro (l’1 per cento) dicono che non abbiamo richieste precise da fare. Non sanno, forse, che la nostra rabbia da sola sarebbe sufficiente a distruggerli. Ma ecco alcune proposte – alcuni miei pensieri “prerivoluzionari” – su cui possiamo riflettere insieme.

Noi vogliamo mettere un freno a questo sistema che fabbrica ineguaglianza. Vogliamo mettere un limite alla smisurata accumulazione di ricchezza da parte di alcuni individui e alcune società. Ecco le nostre richieste.

Primo. Mettere fine alle proprietà incrociate nel mondo degli affari. I produttori di armamenti, per esempio, non possono controllare reti televisive, le società minerarie non possono gestire i giornali, le aziende non possono finanziare le università, i gruppi farmaceutici non possono controllare i fondi per la sanità pubblica.

Secondo. Le risorse naturali e i servizi essenziali – acqua, elettricità, sanità e istruzione – non possono essere privatizzati.

Terzo. Tutti hanno diritto a una casa, all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

Quarto. I figli dei ricchi non possono ereditare la ricchezza dei genitori.

Questa lotta ha risvegliato la nostra immaginazione. Da qualche parte, nel suo cammino, il capitalismo ha ridotto l’idea di giustizia al solo significato di “diritti umani”, e l’idea di sognare l’uguaglianza è diventata blasfema. Non stiamo combattendo per giocherellare con la riforma del sistema. Questo sistema deve essere sostituito. Da militante, rendo omaggio alla vostra lotta. Salaam e zindabad.

Traduzione di Giuseppina Cavallo.

Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

Arundhati Roy è una scrittrice indiana. Il suo libro più famoso è Il dio delle piccole cose (Guanda 1997).

GIORGIO BOCCA (DA MICROMEGA)

Giorgio Bocca | Basta con l’anti-antifascismo

 
 
 
Nel regime berlusconiano, l’antifascismo è di nuovo il nemico del sistema, oggetto di una crociata antipartigiana che si trascina secondo i temi  e i metodi della diffamazione, dei ricatti affidati ai cortigiani, della falsificazione della storia (anche da parte della supposta opposizione). di Giorgio Bocca, da MicroMega 1/2004 Un tale che si definisce il portavoce della […]

  

 

Giorgio Bocca | La sinistra non può attendere

 
 
 
‘Immorali’ di sinistra e attendisti, giornalisti asserviti e rassegnati: l’appello di ‘uno che ha conosciuto la Resistenza’ a non pensare che basti ignorare Berlusconi, perché lui in ogni caso non ci ignorerà. La necessaria leadership di Prodi e la non rinunciabilità dei movimenti. di Giorgio Bocca, da MicroMega 4/2003  Come si spiega la rassegnazione degli italiani […]

  

 

Giorgio Bocca | La sinistra delle regole

 
 
 
Scomparso il ‘diamante’ del proletariato, omologati il look e le attese, la sinistra s’è arresa alla deregulation e alle ragioni del proprio fallimento. Un grido per una sinistra che abbia ancora il coraggio dell’utopia. di Giorgio Bocca, da MicroMega 2/1999 Chiedere oggi che cosa sia la sinistra è una domanda politicamente imbarazzante se non scorretta. Chiedersi che […]

  

 

Giorgio Bocca | I misfatti del mercato (globale)

 
 
 
Ricchezza e tecnologia per pochi e povertà e insicurezze per moltissimi, distruzione dell’ecosistema e crescita della delinquenza: questi, e troppi altri, gli effetti del neoliberismo globale che i padroni del mercato perpetrano a tutti i costi (altrui). di Giorgio Bocca, da MicroMega 3/2001  Nessuno sa quale sarà il futuro del mondialismo neoliberista, quali effetti sociali e […]

  

 

Giorgio Bocca | Il dalemismo, malattia senile del conformismo

 
 
 
La maldestra svolta del Pds sui giudici coraggiosi riporta in evidenza gli antichi vizi della tradizione togliattiana. Che cosa vuol dire ‘rivoluzione civile’. di Giorgio Bocca, da MicroMega 5/1996 Invitato da Massimo D’Alema a uscire dalla polemica faziosa e a riflettere serenamente, mi sono confermato nell’opinione che la svolta del Pds sui giudici coraggiosi, sul governo Prodi […]

  

 

Giorgio Bocca | I nemici della Resistenza preparano un fascismo soft

 
 
 
di Giorgio Bocca, da MicroMega 2/2001 La storiografia contemporanea è piena di pidocchi revisionisti che pretendono di cambiare gli accaduti, le memorie, la toponomastica, i libri di testo, in base a tesi demenziali: che la guerra di Resistenza non ci fu o fu una sua parodia, che non fu guerra di popolo risorgimentale ma guerra […]

  

 

Addio a Giorgio Bocca, partigiano di verità giustizia e libertà. Il ricordo di Paolo Flores d’Arcais

 
 
 
di Paolo Flores d’ArcaisGiorgio Bocca è stato il più grande giornalista italiano del suo tempo. Ne ero già convinto quando lo conobbi la prima volta nel 1976, avevo consegnato il mio primo articolo per l’Espresso al direttore Livio Zanetti, che mi chiese se ero libero per cena, che lui si vedeva con Giorgio Bocca e […]

Un ricordo commosso per Giorgio Bocca, partigiano, giornalista.

 

 

Un ricordo commosso per Giorgio Bocca, partigiano, giornalista.

 

online l’ultimo numero del giornale dell’ANED (Ass. deportati)

 

Consultabile online l’ultimo numero del giornale dell’ANED

 
 
 
Consultabile online l’ultimo numero del giornale dell’ANED

ANED | Triangolo Rosso | 2011 | Triangolo Rosso n. 7-9, luglio dicembre 2011
www.deportati.it
Sito ufficiale della Fondazione Memoria della Deportazione e dell’ANED – Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti

SAVERIO TOMMASI: Come augurio 102 foto dal Messico e dal Guatemala

Come augurio 102 foto dal Messico e dal Guatemala

 
 
 
Ho deciso di augurarvi buone feste pubblicando le migliori 102 foto che ho realizzato questa estate, fra il Messico e il Guatemala:http://www.saveriotommasi.it/blog/messico/. Sono realizzate con una macchinetta digitale da otto mega pixel, decisamente amatoriale. Ma di quelle foto sono orgoglioso. Mostrano volti, storie, lavoro minorile, amanti, bambini, povertà, carezze e mercati. Sono uno spicchio di mondo e le ho realizzate con il cuore, e con il cuore ve le dono. Sono copyleft e scaricabili anche in alta risoluzione, anche per la pubblicazione. Sono gratuite, totalmente gratuite, con l’impegno di citare la fonte, in modo che altri/e sappiano della loro esistenza e possano arricchirsi con quei volti e con quelle storie. ps. vi ricordo che tutti i miei video (219!) sono qui:http://www.saveriotommasi.it/video/. Vi consiglio soprattutto le inchieste e i documentari. Se siete rimasti indietro potete usare questi giorni di riposo per mettervi in pari. L’informazione non va in vacanza. Per un nuovo anno più gentile e più giusto, auguri di cuore a tutte/i, Saverio Tommasi

io e dio (spunti da vito mancuso)

Io e Dio
Inserito da:Marco – FabioNews – rabdo888@gmail.com in data:
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[Chiese e religioni – Spettacolare]
 
mesi fa, seguendo un’intervista di Fabio Fazio a Vito Mancuso vidi una possibilità di riconciliarmi con una dimensione da lungo tempo estromessa dalla mia vita a causa del modo di Santa Romana Chiesa di presentarsi ed imporsi alle persone, al mondo
Di seguito il passo che mi è sembrato più significativo dello spiraglio offerto da questo libro…
ciao
marco
 
“Quale obsequium o sottomissione si può avere quindi di fronte alla verità? Nessuno. L’unico autentico obsequium è quello che equivale al respectus, al rispetto che sorge dalla stima. Si può dare obsequium («sottomissione, obbedienza, subordinazione») solo in assenza della luce dell’intelligenza, solo quando l’intelligenza vacilla e viene supplita dalla volontà, solo quando è assente la luce della bellezza.
 
Ebbene, l’essenza della fede cattolico-romana, così come è stata configurata a partire dal Concilio di Trento e particolarmente dal Vaticano i, concerne la volontà: è pensata come un atto che dirige volontariamente l’intelligenza ad aderire a cose che non solo da sé non capisce (e questo è ovvio perché se le capisse non si avrebbe fede ma sapere), ma per le quali neppure prova attrazione, dalle quali non sente promanare alcun fascino, accettando le quali dentro di sé non si sente elevare ma al contrario sopprimere, non ricevendo una spinta verso l’alto ma piuttosto una pressione verso il basso. E producendo nelle anime più desiderose del bello e del vero la seguente reazione: «Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non avere nulla in comune con la religione che vi è esposta». Così Simone Weil, la quale subito dopo aggiungeva: «Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia» .
 
C’è tutta la pesantezza dell’architettura ecclesiastica post-tridentina a provare ciò che dico: andate in una qualunque delle quattro maggiori basiliche romane (San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Paolo fuori le Mura) e cercate elementi leggeri, graziosi, leggiadri, che esprimano la grazia e la libertà dello spirito… Ciò che troverete quasi dovunque è pesantezza, possanza, fasto, espressioni del potere e del suo totalitarismo.”
 
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Io e Dio
Vito Mancuso
Garzanti Libri

«Ma che cos’è vero, alla fine, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove? Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio.» Io e Dio di Vito Mancuso ruota intorno a questa domanda: una domanda intima, personale, che però coinvolge l’intera umanità, e dunque ciascuno di noi. In questo senso, per ogni uomo che viene sulla terra, cristiano o no, la partita della vita è sempre tra io e Dio.
Tuttavia oggi tenere insieme un retto pensiero di Dio e un retto pensiero del mondo è molto difficile: così qualcuno sceglie Dio per disprezzo del mondo, qualcun altro sceglie il mondo per noia di Dio, mentre molti non scelgono né l’uno né l’altro, forse perché non avvertono più quell’esigenza radicale dell’anima che qualcuno chiamava «fame e sete di giustizia». In pagine ricche di dottrina e di passione per la verità, Vito Mancuso spiega e condivide le ragioni della sua fede in Dio.
È un percorso in cui non mancano puntate polemiche, basato su un’ampia riflessione, che supera di slancio la strettoia tra due posizioni in apparenza contrapposte, che negano entrambe la nostra libertà individuale: da un lato l’autoritarismo delle gerarchie religiose, dall’altro uno scientismo ateo e semplicistico. 
Ma una civiltà senza religione, o con una religione senza cultura, argomenta Vito Mancuso, perde inevitabilmente la propria coesione interna, schiacciata su una sola dimensione, in balia di un egoismo molto prossimo al cinismo o alla disperazione. 
Io e Dio apre invece la strada verso una fede basata sull’amore e sul dialogo, sulla libertà e sulla giustizia. 

Guarda il video di Vito Mancuso rivolto a tutti i lettori: http://youtu.be/JXT_aykqtlM

 
 
«Il teologo italiano pone la dottrina cattolica di fronte alle sue contraddizioni interne (…) Bisognerebbe potergli rispondere, ma per farlo bisognerebbe avere la medesima esigenza di verità intellettuale.» 
Laurent Lemoine, O.P., «La Vie Spirituelle» 

«Una delle principali caratteristiche dell’impresa teologica di Mancuso è la connessione con l’esperienza umana.» 
Corneliu C. Simuţ 

«Il teologo che vuole rifondare la fede.» 
«Corriere della Sera» 

«Altissima consolazione, sia per chi crede sia per chi non crede.» 
Ferdinando Camon, «La Stampa»

«Uno dei pregi di Vito Mancuso è il parlar chiaro, schietto, semplice delle delicate tematiche teologiche.» 
«Tempi di fraternità» 

«Il suo scopo: riconciliare ragione e Dio.» 
«Le Monde» 

Guarda lo speciale dedicato al libro 


grazie