BUON COMPLEANNO A PIETRO INGRAO

Post n°608 pubblicato il 30 Marzo 2012 da marcozio1

 
 
Foto di marcozio1

 

Compie oggi 97 anni Pietro Ingrao. La sua militanza politica, le sue battaglie, il suo essere partigiano sempre, fanno già parte della storia ele sue idee, i suoi ideali sono presenti e futuro.

Sua figlia cura e gestisce un sito incredibilmente ricco di documenti, spunti di riflessione, testimonianze e tutti noi , persone alla ricerca di risposte e di conferme, veniamo accolti sulla home page da un suo messaggio.

                Cara lettrice, caro lettore,
internet non è un mezzo consueto, per chi è nato nel 1915; ma è il mezzo di comunicazione del presente, e ho pensato di usarlo. Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio: quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa, ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani. Scriveva Bertolt Brecht:

“Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.”

Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro.

 Buona esplorazione

I giovani, che vorrebbero cambiare il mondo, probabilmente nemmeno sanno chi sia questo padre della repubblica, strenuo difensore di idee e ideali. Ecco che però è proprio lui a raccontarsi:

Pietro Ingrao nasce a Lenola, in provincia di Latina, il 30 marzo del 1915, da una famiglia di proprietari terrieri dell’alta borghesia locale, ma con radicate tradizioni liberali. 
Il nonno, Francesco Ingrao, era un mazziniano, rifugiatosi presso i parenti di Lenola dalla natia Sicilia, dove era ricercato per cospirazione contro il governo; in seguito si unì anche alle truppe di Garibaldi. Sposatosi con una cugina, fu sindaco di Lenola per molti anni, e scrisse un libro ripubblicato nel 2001, “La bandiera degli elettori italiani”. Con la cittadina di Grotte, luogo d’origine del nonno, Pietro ha poi stabilito negli anni un fitto dialogo, ricevendone nel 2001 la cittadinanza onoraria.
Pietro è il secondogenito di una famiglia di quattro figli. Prima di lui Francesco, dopo di lui Anna e Giulia. Dopo gli studi classici a Formia, si trasferisce con la famiglia a Roma, dove prende la laurea sia in Giurisprudenza e che in Lettere e Filosofia. Tra il 1934 e il ’35 frequenta il Centro sperimentale di cinematografia, come allievo regista. Nel 1936, l’aggressione franchista alla Repubblica spagnola rappresenta per lui uno spartiacque: intensifica i contatti con altri giovani antifascisti, e, tramite questi, con l’organizzazione clandestina del PCI. Tra i cospiratori ci sono Lucio Lombardo Radice e sua sorella Laura, di cui Pietro si innamora. 
Nel 1942, dopo l’arresto di molti componenti del suo gruppo, Pietro entra in clandestinità, e opera tra Milano e la Calabria. Il 26 luglio 1943 organizza con Elio Vittorini, a Milano, il grande comizio di Porta Venezia; lavora inoltre all’edizione clandestina dell’Unità, prima a Milano e poi a Roma, dove nel 1944 entra nel comitato clandestino della federazione del PCI.
Nel giugno del 1944, nella Roma appena liberata, Pietro e Laura si sposano. La prima figlia, Celeste, nasce nel 1945; seguiranno Bruna (1947), Chiara (1949), Renata (1952) e Guido (1958), che gli daranno, negli anni, una folta schiera di nipoti e pronipoti. Nel 1947 Ingrao è nominato direttore dell’Unità, incarico che ricoprirà fino al 1956. Nel ’48 entra nel comitato centrale del PCI e viene anche eletto deputato per la prima volta: sarà rieletto per dieci legislature consecutive, fino a quando, nel 1992, chiederà di non essere ricandidato. Nel 1956 entra nella segreteria del PCI, dove resterà per dieci anni. Nello stesso anno, vive drammaticamente la repressione della rivolta ungherese: tuttavia si schiera a fianco dell’URSS, cosa di cui anni dopo si pentirà pubblicamente. All’XI Congresso del PCI, nel 1966, rompe la liturgia comunista rivendicando il “diritto al dissenso”; diventa così punto di riferimento per l’ala sinistra del PCI, e per chi vuole rifondare l’identità comunista rompendo con lo stalinismo. L’espulsione dal partito dei fondatori della rivista “Il Manifesto”, cui Pietro era molto legato, rappresenta un momento di crisi profonda, ma non interrompe l’intenso dialogo con questi compagni e soprattutto con i movimenti sociali, esplosi in Italia nel “biennio rosso” 1968-’69 – in particolar modo con le lotte operaie e con l’esperienza innovatrice del “sindacato dei consigli”.
Nel 1968 Ingrao è eletto presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera dei Deputati: si apre così una nuova stagione di impegno e di riflessione sui temi istituzionali, che lo portano, nel 1975, alla carica di presidente del Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato (CRS). 
Il 5 luglio 1976 è eletto presidente della Camera dei Deputati, e in questa veste, nel 1978, vive in prima linea i giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio del Presidente DC Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Resterà in carica fino al ’79, anno in cui chiederà di essere sollevato dall’incarico. Nel 1989, Ingrao si oppone alla svolta di Achille Occhetto che trasformerà il PCI in PDS, ma è contrario ad ogni ipotesi di scissione. Nel 1991 aderisce al PDS, come leader dell’area dei Comunisti Democratici. Abbandona il partito nel ’93, aderendo poi a Rifondazione comunista, cui rimarrà iscritto fino al 2008. Tra la fine del secolo e i primi anni del nuovo millennio, Ingrao si dedica soprattutto all’attività di riflessione e di scrittura, senza rinunciare ad un impegno diretto sui grandi temi del nostro tempo: la pace, il razzismo, le lotte operaie, la democrazia. Nel 2007 pubblica la sua autobiografia, “Volevo la luna”.

Buon compleanno, compagno Pietro!

Marco Zio

Restiamo umani? Appello per Vik.

Restiamo umani? Appello per Vik.

 

 

 

Il punto interrogativo l’ho messo io, per dire una cosa cui tengo. Vik Arrigoni non l’aveva pensato bene quello slogan, e il suo fu un errore d’eccessiva generosità da una parte, e di un tocco di inconsapevolezza dall’altra. Troppo generoso nel pensare che di ‘umani’ come lui ce ne fossero abbastanza là fuori da meritare un appello popolare e popolarizzato. Non è così, purtroppo. Non lo è qui e non lo è in Palestina. Gli ‘umani’ si contano quasi sulle dita di una mano, ovunque. In secondo luogo, e a rafforzare il primo postulato, viene il fatto che chi è ‘umano’ non rischia certo di non rimanerlo. Si nasce umani, non lo si diventa, per cui non vi è il pericolo che quella dote vada perduta, non occorre ricordare ad alcuno di restarlo, ‘umano’. Né un richiamo di quel genere potrà mai cambiar nulla nel resto dei cuori fermi e tristi, quando non neri, che arrancano là fuori. Non ho mai compreso perché Vik ripetesse quelle parole.

 

Ok, e da qui allora io mi rivolgo a quelle poche, sparute unità di cuori ‘umani’ che mi conoscono e che mi leggono, e vi chiedo di aderire alla campagna Stay Human, The Reading Project,  che trovate qui http://www.restiamoumani.com/. Ho controllato che dietro ad essa vi sia Vik davvero, e infatti la sua mamma, Egidia Beretta, mi ha personalmente scritto per rassicurarmi.

 

Facciamo girare l’umanità di Vik il più possibile, e non per convertire all’umanità più persone – no, questo, come ho detto, non può accadere – ma solo per morire meglio noi. Almeno io così m’illudo. E guardate che se questo veramente fosse il lascito di Vittorio Arrigoni, sarebbe qualcosa di non lontano dal divino.

http://www.paolobarnard.info/home.php

 

 

Ci vediamo alla fonderia napoleonica

Per tenere vivo il ricordo di Marco non solo tra noi, abbiamo dato vita ad una associazione che a sua volta ha organizzato un concorso.

Questa sera, alla Fonderia Napoleonica di via Thaon di Revel 21, a Milano, premieremo i lavori di chi ha partecipato.

LEGGI TUTTO QUI: http://www.eilmensile.it/2012/03/29/ci-vediamo-alla-fonderia-napoleonica/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ci-vediamo-alla-fonderia-napoleonica

 

grazie

I romeni vanno in giro come gangster anni Trenta? Ma Al Capone veniva dall’Italia…

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2012/03/29/i-romeni-vanno-in-giro-come-gangster-anni-trenta-ma-al-capone-veniva-dallitalia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=i-romeni-vanno-in-giro-come-gangster-anni-trenta-ma-al-capone-veniva-dallitalia

 

Il lettore Filippo Prada in un commento ha  posto a Mihai Mircea Butcovan questa domanda: (…): perché la maggioranza dei rumeni che vedo a Milano, a livello di “comunicazione fisica” con l’esterno, secondo me molto importante nel processo di integrazione (…), hanno, quando li incontri nei bar, nei locali, sul marciapide, quell’atteggiamento da gangster della Chicago anni 30 di Al Capone, tutti tesi e preoccupati di apparire duri e cattivi, con le loro macchine ribassate con ruote larghe, minigonne e vetri neri (a proposito, perche il 99% delle macchine rumene a Milano ha i vetri oscurati?).  C’entra qualcosa la cultura slava (ma i rumeni non mi pare siano slavi, vedi la lingua…)? O c’entra la dittatura comunista? So che puo’ sembrare una domanda assurda, ma per me non lo e’ affatto. Grazie

La risposta di Mihai:

Gentile “neo” lettore di questo “bellissimo blog”, grazie per il Suo commento e per le osservazioni condivise. Abbiamo bisogno di lettori attenti che vigilino sul rischio di autoreferenzialità. “Chi non riceve critiche invecchia male” scrivevano i ragazzi della scuola di Barbiana nella loro “Lettera a una professoressa”. Faremo tesoro dei Suoi consigli, gentile amico.

Sono d’accordo con Lei sulla messa al bando di parole come “tolleranza”. Dal giornalista Lorenzo Guadagnucci ci arrivano altri suggerimenti sulle “Parole sporche” (per citare il titolo di un suo libro, ancora poco recepito dagli stessi suoi colleghi, operatori dell’informazione).

Lei, caro lettore, crede di «conoscere il motivo per cui “generalmente” […] gli italiani sono così vergognosamente individualisti, con uno scarsissimo senso civico e con così poca propensione al rispetto delle regole comuni, oltre alla naturale inclinazione a “fregare” chicchessia». Ora non può lasciarmi così, senza un approfondimento della questione che sarebbe il punto di partenza per eccellenza verso l’obiettivo di apportare migliorie al Belpaese.

Alla domanda sul mio “popolo d’origine” veniva di pancia la risposta “ma Lei che bar frequenta?”.

Però, Lei mi insegna, non possiamo permetterci di essere superficiali su questioni che riguardano la conoscenza dell’animo umano. I romeni con macchine dai vetri oscurati ricordano i gangster chicagoans degli anni 30?

Al Capone, quello che oggi definirebbero “di seconda generazione”, ha in comune con i romeni che Lei descrive proprio l’Italia. Ma se costui ha fatto scuola anche nei paesi dell’Est europeo, via Chicago, non è colpa di tutti gli italiani.

I vetri oscurati possono, come i SUV, rappresentare per qualcuno uno status symbol. Forse è proprio questo il punto: nella società consumistica si bada molto alla “comunicazione fisica con l’esterno” tralasciando troppo spesso un ulteriore approfondimento.

Così ci siamo abituati a giudicare il monaco dall’abito, e il monaco ora bada troppo all’abito, al cappuccio e alla tonsura.

Che la maggioranza dei romeni milanesi sia così come la descrive? Che la maggioranza delle macchine coi vetri oscurati siano di romeni o di gente venuta dall’Est? Ho qualche dubbio e a me poco importa a quale popolo appartiene chi si presenta nel modo che lei descrive. La dittatura del comunismo, come il consumismo, ha prodotto dei megalomani.

Battiato ci ammoniva in una sua canzone: “L’evoluzione sociale non serve al popolo se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”. Ma non specificava, appunto, il popolo.

Nella foto, “Al Capone” nell’interpretazione dell’attore Rod Steiger (1959)

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