3/3 Lingue e confini: la guerra infinita?

Data:
mercoledì 3 marzo 2010
Ora:
21.00 – 23.30
Luogo:
Sesto San Giovanni (MI), Via Dante 6, SPAZIO CONTEMPORANEO “C. Talamucci”, Villa Visconti d’Aragona

Descrizione

Serata sulla questione linguistica serbocroata.
Intervengono:
– Giovanni Bianchi, presidente CESPI
– Ljiljana Banjanin, ricercatrice di Lingua e Letteratura serbocroata
– Valentina Sileo, esperta di linguaggi giovanili dell’area dei Balc
ani

promossa da:
CESPI – Centro Studi Problemi Internazionali
Biblioteca Civica “Pietro L. Cadioli”
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus
Città di Sesto San Giovanni


Sia durante il Regno di Jugoslavia sia durante la Repubblica Federale (SFRJ) la lingua comune dell’area serbo-croata (attuali Serbia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro) era indicata ufficialmente come serbocroato. La variante “centrale” adottata corrisponde alla parlata bosniaco-erzegovese, rispetto alla quale le altre varianti si possono considerare dialetti. Tale definizione era frutto di un lungo processo, segnato dalle storiche discussioni tra linguisti, letterati, intellettuali – basti pensare a figure come Dositej Obradović, Ljudevit Gaj, Vuk Karadzić – e dall’accordo di Vienna nel 1850. Il percorso non era stato troppo dissimile da quello seguito per la lingua italiana (si pensi al Manzoni ed alla scelta della variante toscana).

Ma se il serbo-croato sia una sola, o siano due, o più lingue, è rimasta questione fino ad oggi controversa.
“La lingua può considerarsi come sistema o come standard. Nel primo caso, è ovvio per i linguisti, che il il bosniaco, il croato, il serbo e il montenegrino, sono parte di una stessa lingua, perchè sono identiche dal punto di vista linguistico, genetico e strutturale; per ogni persona di normale buon senso il fatto stesso che la intercomprensione sia completa, fa sì che la lingua sia la stessa. Tuttavia la lingua è anche standard, e questo, come si sa da molti anni, presuppone un accordo sociale sulle regole, le norme linguistiche per una determinata società: si tratta ovviamente di un’idea socio-politica della lingua, e infatti è noto a tutti che il passaggio dal considerare una parlata lingua o dialetto è un fatto principalmente politico” (Banjanin 2008).

In seguito alla frammentazione dello spazio politico jugoslavo, oltre alle lingue “serba” e “croata” si fa talvolta riferimento persino alle ipotetiche lingue “bosniaca” e “montenegrina”. La tendenza, tutta politica, è quella di pervenire ad una artificiale separazione tra le varianti, forzando lo sviluppo di “neo-lingue”. “L’ideale unitario dei popoli slavi del Sud, la Jugoslavia, poggia sul presupposto che la lingua dei serbi e dei croati sia una sola. Per conseguenza, il compito primario d’ogni nazionalismo separatista era, ed è, provare che si tratta di due lingue diversissime. (…) A guardare bene, più che di un processo di nation-building o rebuilding tramite la creazione del linguaggio, si trattò di una semplice eliminazione di un grande numero di sinonimi e dunque di un impoverimento del linguaggio” (Bogdanić 2003).

Talvolta, “se gli si chiede in quale lingua comunichino, con un po’ di imbarazzo, forse perché coscienti dell’assurdità della loro situazione, [serbi e croati] rispondono: našim jezikom (nella nostra lingua) senza specificare meglio qual è questa «nostra lingua» – la lingua della comprensione reciproca” (Bogdanić 2003). In Bosnia e in Montenegro, in questi anni è capitato che fosse pubblicamente avanzata la proposta, piuttosto surreale, di ri-denominare in questo modo (“lingua nostra”) la lingua comune di tutte le comunità “etniche”.

“Sia la linguistica che la sociolinguistica dimostrano che il serbocroato oggi come prima è una lingua standardizzata di tipo policentrico. Tutti e tre […] i criteri […], – comprensione reciproca, compatibilità del sistema linguistico, la base dialettale comune (lo štokavo) della lingua standard – indicano che si tratta della stessa lingua policentrica” (Kordić 2006).

Tale questione politico-linguistica non può essere trascurata nemmeno al di fuori dei Balcani. Ad esempio, essa impone una presa di posizione nelle Università europee. Immediatamente dopo le prime secessioni (1991) alcune Università tedesche imposero la ri-denominazione dei corsi di serbocroato e la riformulazione dei programmi di insegnamento. In Italia pressioni politiche hanno mirato a sdoppiare tali corsi, ma senza altrettanto successo spec. a causa della carenza di fondi per eventuali moltiplicazioni delle cattedre. Le pressioni però permangono: ad esempio rispetto alla classificazione bibliotecaria (MIUR 2008).

“In molte università italiane e internazionali i cambiamentti nella lingua sono già stati codificati, però la separazione di questi due rami [serbo e croato] della Slavistica ci pone davanti a molti interrogativi: il primo tra tutti la validità scientifica delle nuove lingue e letterature, che forse continueranno a moltiplicarsi, e così fra breve assisteremo alla nascita anche del šumadinese, del belgradese-moravo, vojvodinese, erzegovese, ecc., ecc., ecc. (senza parlare delle lingue derivate dal kajkavo e dal čakavo [altre varianti dialettali] !)” (Banjanin 2008).

“Il problema a nostro avviso più importante per la lingua serbocroata, è il pericolo di perdita della indubbia ricchezza della lingua: l’impoverimento sarebbe dannoso dal punto di vista del livello culturale dei cittadini territori jugoslavi, sia dal punto di vista letterario e scientifico, sia dal punto di vista degli studenti e degli slavisti stranieri” (Banjanin 2008).
Parallelamente alla separazione linguistica, ragioni politiche hanno imposto una separazione dei programmi scolastici e un disconoscimento del comune patrimonio letterario e della sua storia. Il danno culturale è enorme, e destinato a durare per generazioni intere.
Con questa iniziativa pubblica si vogliono illustrare tali problematiche, provando aprire un dibattito anche rispetto all’atteggiamento da tenere rispetto alla lingua e letteratura serbocroate nel panorama culturale italiano, da parte cioè delle nostre Università, delle case editrici, di slavisti e giornalisti, degli intellettuali interessati o coinvolti nelle cose balcaniche.

bibliografia e riferimenti:

BANJANIN Ljiljana: ALCUNE NOTE SULLA NECESSITA’ DI MANTENERE LO STANDARD SERBOCROATO.
Documento per il Comitato Scientifico di CNJ-onlus (2008) – http://www.cnj.it/CULTURA/jezik.htm#standard08

BOGDANIĆ Luka: SERBO, CROATO O SERBO-CROATO? L’USO GEOPOLITICO DELLA LINGUA.
Su LIMES n.6/2003 – http://www.cnj.it/CULTURA/jezik.htm#limes03

KORDIĆ Snježana, in: La situazione linguistica attuale nell’area a standard neostokavi (ex serbo-croato), a cura di Rosanna Morabito, in “Studi Slavistica”, III, Firenze University Press, 2006, p. 325.

MIUR: Nota del 16 ottobre 2008, con la quale si gira senza commento ai bibliotecari degli Atenei una richiesta della Ambasciata della Repubblica di Croazia:
http://www.cnj.it/documentazione/AmbCroazia_a_ConfRettori.pdf

GRAZIE

3/3 Lingue e confini: la guerra infinita?ultima modifica: 2010-02-24T23:32:00+01:00da paoloteruzzi
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento