9/5 giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi

Antonella Brandizzi 09 maggio alle ore 10.56

Appena aperta la porta di dieci centimetri, un giovane di statura molto piccola, infilato un piede nello spiraglio e con una mano protesa vero di me, qualificandosi come ingegnere tal dei tali, spingeva per aprire il battente che io cercavo, invece, di richiudere. Ma dietro a questo piccolo individuo vi erano altre persone, che si buttarono con tutto il loro peso sulla porta per aprirla ed ebbero facilmente partita vinta. Mi trovai difronte a tre giovani uomini e una ragazza. Gli uomini erano vestiti in maniera normale (notai in seguito che solo i poliziotti si travestono da “terroristi”), con giacca e cravatta. La donna, piccola di statura, era vestita di grigio, con un cappello di maglia sulla testa.
Le intenzioni dei quattro erano inequivocabili. Ricordandomi che nella stanza attigua avevo lasciato il ricevitore del telefono sulla scrivania, con mio fratello dall’altro lato della linea, cominciai a urlare aiuto con tutto il fiato che avevo in gola. Ognuno del gruppo, nel frattempo, metteva in atto il suo compito specifico: uno richiuse la porta, un altro mi spinse sul divanetto dell’ingresso, mi tolse gli occhiali (sono miope) e, puntandomi una rivoltella calibro 38 sul naso, mi disse: “Sta’ zitto, hai fatto abbastanza casino, se no ti sparo subito”. Era il Mutti. […]

cominciarono a legarmi saldamente i polsi dietro la schiena e le caviglie. Poi mi circondarono la testa, alla altezza della bocca e del naso, con un tenacissimo cerotto. Così conciato fui condotto, per ordine del piccolino (Bignami), nel bagno.
A questo punto le prospettive di fronte alle quali mi trovavo erano chiarissime: sarei stato gambizzato o ucciso. La mia unica speranza era mio fratello: speravo che avesse udito le mie urla e chiamato la polizia. Dato il tempo trascorso, questo poteva essere già avvenuto, e forse avrei potuto salvarmi. Non potevo fare altro che perdere tempo, con il massimo di resistenza passiva. […]

Appena fummo nella stanza da bagno, mi ingiunse di sdraiarmi a terra a faccia in giù. Non è facile sdraiarsi a faccia in giù completamente legati. Non ci riuscivo e non volevo riuscirci. Allora fui colpito con un violento pugno alla schiena e caddi in avanti, faccia a terra, con la testa vicino alla tazza del gabinetto. Cadendo sbattei il naso e la fronte e la contusione riportata, unita al grande cerotto che mi tappava naso e bocca, cominciò subito a darmi problemi per respirare.
Nella mia posizione supina aderivo con un orecchio al pavimento, dal quale sentivo riverberati tutti i rumori dei concitati movimenti della banda dei quattro nel mio studio. Si erano accorti del telefono staccato e ne erano impauriti, perciò avevano deciso di accelerare il loro lavoro e concludere l’operazione al più presto. Il loro lavoro consisteva in due funzioni precise: quella di uccidermi e quella di appropriarsi dei progetti del carcere di Spoleto, che io avevo fatto e che era in costruzione a quell’epoca. Con la faccia aderente al vaso di porcellana bianca, con le tumefazioni e le difficoltà nel respirare, con i rumori concitati che udivo, mi sentivo in una brutta condizione. Pensavo alla sorte doppiamente triste che mi era toccata: morire e morire con la testa appoggiata a un cesso. Immaginavo che mi avrebbero ucciso, ma pensavo pure, per farmi forza, che avrebbero potuto soltanto spararmi alle gambe.
Ma sarei morto lo stesso dissanguato. E tuttavia contavo ancora sulla possibilità che la polizia, avvertita da mio fratello, arrivasse da un momento all’altro a salvarmi.
All’improvviso, senza udire alcun rumore, sentii un colpo violentissimo alla nuca. Immediatamente fui colto da un senso di vertigini gigantesche. Mi sembrava di roteare in uno spazio infinito, senza più peso. Il mio corpo era diventato una massa insensibile con un’unica parte sensibile e terribilmente dolorante: la nuca.
Preso il sangue cominciò a sgorgare da fuori e da dentro. La bocca mi si riempì e mi sembrò di soffocare. Un primo segno della fortuna che mi avrebbe assistito, anzi che già mi aveva assistito, fu che il sangue caldo scostò il cerotto della bocca e così la bocca si svuotò e potei riprendere a respirare. Non credo di aver perso mai i sensi. Ho il vivo ricordo ancora oggi di ogni secondo di quella vicenda. Il rumore dei passi non cessò mai. Da rumore dei passi dei terroristi diventò quello dei passi della polizia, con un intervallo che direi una sovrapposizione.[…]
All’inizio, credevo di essere stato colpito con il calcio della pistola e pensavo a una frattura del cranio. Avevo perso la voce e la vista ed ero tutto dolorante e pieno di sensazioni indescrivibili. All’ospedale Santo Spirito mi fecero una radiografia: udii un medico dire all’altro: “Gli hanno sparato un colpo di pistola nel cranio. Il colpo è ancora dentro”.

Dall’autobiografia “Colpo alla nuca. Memorie di una vittima del terrorismo” di Sergio Lenci (il Mulino 2009) vincitore del Premio Pieve 1987.

grazie

9/5 giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragiultima modifica: 2011-05-09T11:17:48+02:00da paoloteruzzi
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