ANCORA SULLA FLESSIBILITA’

Credo sia un errore cogliere nella ventata di suicidi a France Telecom solo l’aspetto più particolare di una vicenda, quello ” francese”, e non riconoscere la portata di fondo di un problema che riguarda – forse, anzi probabilmente, in modo diverso, con reazioni di tipo non univoco- l’intero mondo occidentale al cospetto dell’intreccio fra crisi economica, crisi diruoli e valori e affermazione implicita di una sorta di silenzioso e strisciante individualismo, quello del ” ciascuno per sè”. Se in questo senso, proprio come suggerisce Levy ricordando che la sociologia nasce appunto con i classici studi durkheimiani sul suicidio e l’anomia, si prova a cogliere il lato di fondo della nuova anomia di massa tutta dentro la crisi del lavoro, anche senza bisogno di recuperare i Quaderni rossi e la cultura dell’inchiesta, il problema riemerge e non più o non tanto come ipotesi di un tratto comune del comportamento collettivo ( come per la questione del cosiddetto OPERAIO MASSA) ma in quella di un tratto comune della disgregazione sociale e della crisi anomica. Cominciare a dire dunque qualcosa del genere ” ci siamo anche noi” non è qualcosa degno del volontariato e dell’assistenzialis mo sociale per salvare i buoni sentimenti, è un avvertimento politico e culturale che investe la sinistra e il suo rapporto con il mondo del lavoro. Che fare dunque? Mentre in conclusione riprendo un altro testo inquietante ( di Bevilacqua) per allargare il campo delle considerazioni) posso solo dire che sta arrivando il momento di produrre nuovi riti e confini di solidarietà. A chi tocca?
(attilio mangano)

Flessibilità

Piero Bevilacqua scrive….

Flessibilità. Con quale facilità si ripete questa parola come in un monotono rosario.

Eppure a pronunciarla, spesso, non sono uomini malvagi.

Alcuni di essi, anzi, sono persone pie, sono soliti andare in Chiesa, nella loro cultura è presente il rispetto per gli altri.

E tuttavia nessuno di essi sembra accorgersi dell’ infamia semantica racchiusa nella parola flessibilità, dell’ umana mortificazione e sofferenza cui essa rinvia.

La si usa come un sinonimo di prestazione atletica.

Ma flessibile è la molla, l’ elastico, i dispositivi tecnici inventati dall’ uomo per le applicazioni industriali.

Per quale suprema ragione gli uomini devono diventare elastici, saltare da un lavoro all’ altro, cambiare continuamente testa, posizioni di corpo, abilità delle mani, attitudini, prestazioni, orari, ambiente, relazioni sociali?

Le persone devono correre dietro al lavoro?

E’ questo mondo alla rovescia l’ avvenire delle società industriali, il “futuro”, come ci ripetono in coro e pomposamente tutti gli esperti che affollano le nostre giornate?

Certo, si tratta di un fenomeno di “falsa coscienza”, come avrebbe detto Marx.

Costoro perorano con passione la ricetta della flessibilità perchè non tocca a loro preparare il pasto.

Ad essi spetta solo il privilegio di mangiarlo.

Ma qualcuno deve pur ricordare, a chi detiene i centri di comando, e a tutti i teatranti al loro servizio, che stanno scavando negli ultimi arsenali del consenso, stanno assottigliando in modo pericoloso i fondamenti storici dell’ intero edificio.

dal corriere della sera di ieri

SUICIDI A FRANCE TELECOM
Quei nuovi luoghi di lavoro dove domina il «ciascuno per sé»
di BERNARD-HENRI LEVY

Certo, ogni suicidio è un mistero. Nulla è più azzardato, pericoloso, e anche odioso, del voler interpretare, a cose fatte, atti spesso senza parole e che scelgono, in questo caso, di richiudersi sul proprio segreto. E certo, in tale mistero, entra sempre, e inevitabilmente, la sofferenza più soggettiva, personale, intima, indicibile. Ma non basta.
Questi ormai famosi «suicidi aziendali» che funestano France Télécom (ma anche alcune banche, la Renault, la Peugeot o il ministero dell’Educazione nazionale… ) sono un fenomeno nuovo, apparso dieci anni fa e che quindi, per definizione, ha ragioni nuove e una logica nuova.
n poco che sappiamo, quel poco che ci dicono i primi risultati delle inchieste condotte, sul campo, da medici, ricercatori o sociologi del lavoro che hanno meditato su questi drammi, indica che i 25 disperati di France Télécom non erano né particolarmente vulnerabili, né ufficialmente depressi, né notoriamente infelici in famiglia 0 in amore.
Soprattutto, si può esaminare il problema dal punto di vista che si vorrà, ma suicidarsi così, scegliere di andare a morire, non più su un ponte, in una stazione, ma in ufficio; uccidersi letteralmente, dunque, al lavoro, gettare il proprio cadavere ai piedi del principale e fargliene il regalo ultimo e avvelenato, immolarsi sull’altare di un corpo collettivo al quale si è dedicata gran parte della propria esistenza e che è diventato, agli occhi del lavoratore, un nuovo mostro freddo che, come gli dei di Anatole France, ha sete del sangue delle proprie membra… Tutto questo lancia un messaggio abbastanza nuovo e, in certi casi, quando il suicida lascia un testamento, abbastanza esplicito e chiaro perché valga la pena soffermarvisi e decidere di smetterla, una buona volta, con la politica dello struzzo. Infatti, questa epidemia di suicidi rivela, in verità, tre cose.
Una forma di pressione — i dipendenti dicono di logoramento, 0 di management attraverso lo stress e la paura — che non esisteva nel mondo di ieri allo stesso stadio.
L’importazione, nell’universo dell’impresa, di una cultura della valutazione che già qualche anno fa abbiamo definito una cultura di morte e per la morte. 3. Infine, il declino dei sistemi di solidarietà che, un tempo, facevano da tampone e che questa ideologia
della valutazione, cioè della prestazione individuale, del «ciascuno per sé» e, per altri, del «vai avanti 0 crepa», ha metodicamente devastato: quanti operai demoralizzati, indeboliti, vacillanti che, una volta, i colleghi proteggevano! Quanti lattonieri, come il personaggio Coupeau di Zola 0, più esattamente, quanti anti Coupeau, a cui gli amici dell’«Assommoir» potevano dire «hai bevuto troppo, non devi andare al lavoro stamattina, ci andiamo noi al tuo posto»! Quanti impiegati, ancora qualche anno fa, pronti a mollare la corda ma che una catena di amicizia e di aiuto reciproco manteneva, a qualunque costo, nel circuito! Ebbene, tutto questo è andato in frantumi per una duplice batosta: l’agonia dei sindacati e l’aumentata potenza della cultura dell’egoismo. Nulla di tutto questo funziona più nella nuova cordata sociale basata sull’eccessiva mobilità e sullo sbriciolamento dei posti di lavoro, dove si è soli, disperatamente e definitivamente soli, come lo erano i contadini non molto tempo fa, quando, per le stesse ragioni, al culmine dell’esodo rurale, detenevano il triste record del numero di suicidi sul lavoro. Allora, bisogna resistere alla tentazione di designare un colpevole, uno solo, per risolvere tutto, come per incanto. Anche se parole ignobili sono state pronunciate, anche
se la formula del presidente di France Télécom, che riduceva quest’ondata di suicidi a una «moda» (termine di cui poi si è scusato), è evidentemente inqualificabile, bisogna evitare di fare, di qualunque persona si tratti, un capro espiatorio. Ma l’esistenza di un problema che, almeno quanto la crisi dei subprime e degli hedgefund, obbliga a interrogarsi sul nostro modello economico e sociale, è incontestabile. Dopotutto, la sociologia moderna è nata, con Durkheim, a partire da una riflessione sul suicidio. Ed è proprio un altro libro sul suicidio, quello del suo discepolo Maurice Halbwachs che ha gettato le basi delle rappresentazioni della società su cui oggi viviamo. Non vedo quindi perché dovremmo privarci, sulla scia di Durkheim e Halbwachs, di una riflessione senza concessioni sul nuovo malessere sociale. La cosa peggiore sarebbe non dire nulla e banalizzare. La cosa peggiore sarebbe considerare il fenomeno come facente parte dei rischi del mestiere 0 lasciarlo affogare nelle statistiche di «mortalità globale», assurde quanto indecenti. Rifiutare lo specchio che i morti di France Télécom ci tendono significherebbe ucciderli una seconda volta.
traduzione di Daniela Maggiori

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ANCORA SULLA FLESSIBILITA’ultima modifica: 2009-10-19T21:44:00+02:00da paoloteruzzi
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