In cinese Google si dice Baidu

In cinese Google si dice Baidu

 
 
 

Jonathan Margolis, New Statesman, Gran Bretagna

È la finestra della Cina su se stessa e sul mondo, una fonte di informazioni per un quarto della popolazione del pianeta. Con oltre 400 milioni di utenti, il motore di ricerca più usato dai cinesi offre però una versione distorta della realtà.

Immaginate di incontrare dei cinesi che vi chiedono cosa ne pensate di una manifestazione del 1989 a Trafalgar square in cui l’esercito britannico ha ucciso migliaia di persone riunite nella piazza per protestare contro la poll tax introdotta da Margaret Thatcher. Poi i cinesi vi cominciano a parlare del loro eroe spirituale, il leader di un culto religioso dell’Irlanda del Nord che ricordate vagamente di aver sentito nominare dai mezzi d’informazione come un truffatore. E infine si congratulano con voi per il Nobel per la pace assegnato a un intellettuale britannico di cui non avete mai saputo niente.

 

leggi qui: http://www.internazionale.it/news/cina/2012/01/13/in-cinese-google-si-dice-baidu/

 

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Cina: promuovere la democrazia

Cina: promuovere la democrazia

 
 
 

«Ho sostenuto la democrazia ovunque in questi ultimi anni. Non tutti i miei amici hanno capito cosa sto facendo» scrive Yang Hengjun nel suo post tradotto da China Media Project [en]. «Per alcuni di loro la democrazia è come una rotatoria stradale, la cosa migliore è non parlarne apertamente ma girarci attorno» prosegue, biasimando chi dichiara di sostenere la democrazia per il semplice fatto di opporsi all’autocrazia. «Sono bravissimi nel mostrare i lati oscuri della nostra società scovando la corruzione ma se andiamo a fondo ne sanno ben poco di democrazia» afferma il noto blogger e opinionista cinese.

scritto da Oiwan Lam · tradotto da Maria Grazia Pozzi · articolo originale [en] · commenti (0) 
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Bangladesh: valorosa protesta contro la pratica della dote

Bangladesh: valorosa protesta contro la pratica della dote

 
 
 

Per secoli la dote[it] ha fatto parte integrante dell’organizzazione sociale di molti paesi del mondo e, nei paesi in via di sviluppo, essa è un notevole sforzo economico, insostenibile per la famiglia della sposa. In molti paesi dell’Asia meridionale è stata proibita per legge nel secolo scorso, ma la pratica della dote è tuttora dilagante e illegalmente perpetuata.

 

leggi tutto: http://it.globalvoicesonline.org/2011/11/bangladesh-valorosa-denuncia-contro-la-pratica-della-dote/

 

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Voices of Indian Women: testimoniare il grido delle donne dei villaggi

 

Intervista di Teodora Malavenda, immagini di Marta Gabrieli

Con più di un miliardo di abitanti è il secondo stato più popoloso del pianeta, dopo la Cina. Potenza economica emergente, l’India ha maturato nel corso dei secoli un fascino irresistibile che la rende ancora oggi meta ambita per chi è alla ricerca dellafelicita. Ma il continente dei colori e delle spezie, purtroppo non è solo magia e spiritualità. A caratterizzarlo contribuiscono anche povertà, analfabetismo, malnutrizione e violenza contro le donne.

Gli ultimi dati raccolti dall’Istituto di Ricerca Interregionale sul Crimine e la Giustizia delle Nazioni Unite (UNICRI) rivelano che quasi il 40% delle donne sposate dichiara di avere subito maltrattamenti fisici da parte del marito e che vi sono circa 10.000 casi di infanticidio femminile l’anno. E mentre dalle grandi città come Delhi e Calcutta provengono i segnali di importanti cambiamenti, è qui infatti che le donne rivestono ruoli rilevanti nelle aziende, in politica e nella società, la situazione non tende a migliorare nei villaggi dove una cultura permeata da un forte maschilismo continua ad influenzare le decisioni familiari. Quella rurale è una società che si rifiuta di garantire alle bambine un’istruzione, che le sposa troppo giovani e le scambia per denaro.

Sono numerosi i movimenti locali che si occupano dei diritti delle donne ma spesso marginalizzati perché osteggiati in primo luogo dalla polizia e dalle autorità corrotte. Nel mese di giugno (2011) un piccolo grande contributo arriva anche dall’Italia dove Marta Grabrieli e Francesca Zoppi, da sempre attente alle tematiche femminili, mettono a punto il progetto Voices of Indian Women realizzando sul posto video, interviste e fotografie per testimoniare le sofferenze di chi quotidianamente si batte per difendere i propri diritti e far conoscere all’Occidente una realtà solo apparentemente lontana.

Come nasce questo progetto?

Nasce dalla necessità di verificare sul campo le numerose informazioni, acquisite nel corso degli anni, sulla condizione femminile in India. Molto ha inciso la tesi di master condotta da Francesca, dal titolo “Sex trafficking in India: Are current strategies working? A case study of the Gulabi Gang”. La tesi analizza le strategie adottate contro il traffico sessuale e si chiede se siano efficaci o meno, prendendo in considerazione le risposte delle donne intervistate. Da questa ricerca è nato il bisogno di dare voce alle vittime di una società ancora legata ad una cultura estremamente arretrata.

Parlatemi del vostro viaggio in India.

Abbiamo percorso gran parte degli stati dell’India del Nord, soprattutto l’Uttar Pradesh e le sue zone rurali, lavorando nei bordelli, nelle case d’accoglienza, negli ashram, nelle abitazioni private e per le strade. Abbiamo anche conosciuto la Gulabi Gang (la più temuta “banda in rosa” dell’India settentrionale creata da un’ ex venditrice di tè, Sampat Devi Pal, che raduna donne che si battono in difesa dei loro diritti).

Quali sono i problemi più frequenti che devono affrontare le donne indiane?

Innanzitutto l’integrazione e l’emancipazione. Si vive ancora basandosi su antiche tradizioni legate al ruolo subordinato della donne in famiglia e si attribuisce grande importanza al sistema delle caste. Oggi una parte delle donne indiane è emancipata, soprattutto chi vive nelle grandi città. Ha un lavoro, non indossa più la sari, ed agisce autonomamente. Queste donne appartengono alla casta alta della società. A quella benestante. Le donne e le bambine che vengono trafficate, vendute, fatte prostituire dopo il matrimonio, o rinchiuse in case governative per donne disabili dopo morte del coniuge, appartengono alla casta inferiore (Dalit). A quella degli intoccabili.

Qual è stato il vostro approccio con le vittime?

Poiché lo scopo del nostro progetto è di ascoltare le loro voci, abbiamo trascorso tante giornate in compagnia delle vittime condividendo spazio e tempo, gioia e dolori con il massimo rispetto, senza forzature o pressioni. Non abbiamo mai preteso che ci raccontassero le loro storie. Mai posto domande estremamente personali. Abbiamo assecondato le loro abitudini finchè spontaneamente c’hanno raccontato le esperienze che hanno vissuto.

E’ stato difficile realizzare gli scatti?

(Marta ha curato l’aspetto fotografico, ndr) L’approccio fotografico è stato piuttosto giocoso. Io fotografavo loro, loro fotografavano me. Era uno scambio. Una dinamica che è nata stando lì e vedendo sia le adulte che le bambine incuriosite dal mezzo.

Avete ascoltato diverse testimonianze. Raccontatemene qualcuna.

Il messaggio di speranza e di determinazione di tutte le donne con cui abbiamo parlato è stato di gran valore. Una delle testimonianze più forti che ci rimane è quella della figlia di una donna costretta dal marito a prostituirsi dopo il matrimonio, in un quartiere nella provincia di Delhi. Dopo avere passato del tempo con sua madre, la figlia ha affermato di non volere assolutamente rivivere quell’esperienza. Ciò che è emerso è che le figlie non vogliono un futuro come quello delle loro madri e che le madri auspicano per le loro figlie un futuro di libertà e di autodeterminazione. Ma nella loro India. Non in altri Paesi.

Quale contributo pensate di poter dare alla lotta contro la violenza femminile?

Vorremmo sensibilizzare la gente e denunciare la questione perché i diritti di queste donne vengano rispettati e possano vivere una vita senza paure e decisioni non volute. Vogliamo infine che più gente possibile venga a conoscenza di questa realtà, che purtroppo, pur se in maniera differente, è presente anche in Occidente. E spesso ignorata.

 

 

da Frontiere

Il mandarino, una lingua sempre più mondiale

Il mandarino, una lingua sempre più mondiale

 
 
 
…abbiamo trovato il famoso link dell’articolo DO YOU SPEAK MANDARINO? (in realtà noi non abbiamo mosso un dito, è il professor Giraudeau che ha fatto tutto!!! )
Eccolo qua: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/10/19/news/boom_mandarino-23469210/index.html?ref=search
Chinesews

India, oggi è Ganesh Chaturthi: la festa del dio elefante diventa eco-sostenibile

India, oggi è Ganesh Chaturthi: la festa del dio elefante diventa eco-sostenibile

 
 
 
È detta Ganesh Chaturthi o Vinayaka Chaturthi. Questo è il nome di una festa tanto attesa in India. Sono previste due intere settimane dedite a festeggiamenti, processioni e contemplazioni. Si celebra la nascita del dio elefante, molto amato dal popolo indiano ma in particolare da parte della città di Mumbai. Nel corso di molti giorni grandi […]

«Aarakshan»: film indiano censurato,tratta della «Reservation»

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di Martina Strazzeri Aarakshan: è il titolo di un un film indiano, che è uscito da pochi giorni e non è stato ancora riprodotto nelle sale cinematografiche indiane, dal momento che la sua riproduzione è stata vietata non solamente nello stato più popoloso dell’India, l’Uttar Pradesh, ma anche in Panjab e in Andhra Pradesh. Numerose […]

sostenitori di Anna Hazare

La foto del giorno – 20 agosto 2011

REUTERS/Jayanta Dey

Agartala, capitale dello stato di Tripura, nord-est dell’India. Alcuni sostenitori di Anna Hazare, attivista sociale e anarco-pacifista indiano, “indossano” il suo ritratto durante una protesta contro la corruzione.

L’uomo (il suo vero nome è Kisan Baburao Hazare) simbolo dell’indignazione pubblica nei confronti della corruzione, è stato arrestato mercoledì a New Delhi mentre preparava uno sciopero della fame. Rilasciato dalla polizia, ha ottenuto dal governo il permesso di effettuare pubblicamente uno sciopero della fame nei prossimi 15 giorni.

Appena scarcerato, Hazare ha guardato la folla, urlando: “Vittoria per la madre India!”

I più di 2600 arresti preventivi mostrano chiaramente che il governo indiano mal sopporta la protesta anti-corruzione, ormai diffusa su gran parte del territorio.

Il puzzle indiano dopo le elezioni

da Micromega
 
Dopo 34 anni, i comunisti indiani perdono clamorosamente le elezioni nel Bengala Occidentale. Visto in controluce, il risultato elettorale lascia intravedere le crescenti contraddizioni sociali di quella che si avvia a diventare una delle maggiori potenze economiche del mondo.

di Marco Zerbino

Un lungo periodo elettorale, che ha coinvolto quattro stati e circa 140 milioni di elettori, si è concluso pochi giorni fa in India. Ad attirare l’attenzione dei (pochi) media occidentali che hanno dato la notizia – oltre al fatto che le consultazioni hanno visto un grande protagonismo di alcune donne impegnate in politica come Mamata Banerjee, leader del partito Trinamool Congress, e l’ex attrice Jayalalithaa, tornata al potere sull’onda dell’ottimo risultato elettorale ottenuto nello stato del Tamil Nadu – è stata soprattutto la sconfitta dei comunisti in alcuni stati che questi governavano da diverso tempo. Entità amministrative come il West Bengala e il Kerala, in effetti, hanno costituito per decenni un esempio, pressoché unico al mondo, di governi a guida comunista democraticamente eletti e particolarmente longevi. Basti pensare che Buddhadeb Bhattacharjee, il sessantasettenne leader del Partito Comunista dell’India-Marxista, era alla guida del Bengala Occidentale dal 2000, ma il suo predecessore, Jyoti Basu, anch’egli appartenente al Cpi-M si era insediato per la prima volta nel 1977. In un altro dei loro storici bastioni, il Kerala, i comunisti hanno governato a fasi alterne sin dall’inizio degli anni ’70, mentre ora dovranno cedere la guida dello stato al Partito del Congresso Nazionale Indiano.

Abbastanza monocorde anche il tono dei rari commenti a questa disfatta elettorale, che i più hanno voluto mettere in relazione con l’incapacità, attribuita ai dirigenti del Cpi-M e alle coalizioni di sinistra da essi guidate, di porsi in sintonia con un panorama sociale e culturale in rapido mutamento. In quella che è di fatto una delle più importanti economie emergenti del mondo, con tassi di crescita annui che si aggirano attorno all’8-9%, la progressiva diffusione della ricchezza e l’irrompere sulla scena di una classe media dagli stili di vita e di consumo fortemente occidentalizzati avrebbero rapidamente reso anacronistico qualsiasi riferimento ad un’idea di trasformazione sociale mirante alla messa in discussione dei rapporti di produzione capitalistici. Insomma, a sfuggire di mano ai principali partiti della sinistra indiana non sarebbe stato solo il governo, ma la società nel suo complesso, ben più dinamica e contraddittoria, nelle sue veloci metamorfosi, di quanto qualche parruccone veteromarxista non sia disposto ad ammettere.

A ben guardare, alcuni elementi di verità questa analisi deve contenerli se è vero, com’è vero, che una sconfitta elettorale che arriva dopo anni di permanenza al potere è anche, in fin dei conti, il sintomo di uno scollamento e di un’incomprensione, creatisi nel tempo, fra la forza politica organizzata che ne fa le spese e la sua base sociale di riferimento. Quanto però al contenuto e ai protagonisti di questo scollamento e di questa incomprensione, qualche dubbio appare lecito porselo se si considera che, a fronte di una crescita economica impetuosa, la percentuale di popolazione in condizioni di miseria estrema rimane in India straordinariamente alta, mentre lo stesso carattere convulso ed eterodiretto dai grandi investitori esteri dello sviluppo di questo enorme paese ha determinato un aumento delle contraddizioni sociali, visivamente ben rappresentate dal paesaggio urbano di una città come Calcutta, dove gli slums straboccanti di poveri cristi convivono fianco a fianco con i nuovi quartieri di grattacieli sfavillanti destinati alla classe media del terziario avanzato. Insomma, i poveri aumentano, le disuguaglianze e gli squilibri pure, ma i comunisti, al potere da 34 anni e ancora in grado di controllare e mobilitare una macchina organizzativa e militante di tutto rispetto, perdono le elezioni. Che ci sia sotto anche un problema di linea politica?

In effetti, i due principali partiti indiani che, nel nome, si richiamano al marxismo e alla tradizione comunista, il Partito Comunista dell’India e il Partito Comunista dell’India-Marxista, scissosi dal primo nel 1964, hanno da tempo abbracciato politiche ultramoderate, liberiste e volte spasmodicamente ad attirare gli investimenti dei grandi capitali nazionali ed esteri. Nel Bengala occidentale, la sconfitta di Bhattacharjee, noto ai più come “il Buddha rosso”, era in realtà stata ampiamente prevista, anche e soprattutto in relazione al fatto che la sua politica di collaborazione aperta con alcune potenti multinazionali estere e autoctone gli ha col tempo inimicato le simpatie della stragrande maggioranza della popolazione rurale.

Diverse dispute sono sorte negli ultimi anni riguardo agli espropri, fortemente voluti dal governo a guida comunista del Bengala occidentale, di una serie di vasti terreni agricoli per fare spazio a nuovi megaimpianti industriali all’interno delle cosiddette Special Economic Zones (Sez). A farne le spese i piccoli agricoltori, presto organizzatisi nel Bhumi Ucched Pratirodh Committee (Comitato contro le requisizioni delle terre) e scontratisi in diverse occasioni, talvolta in maniera molto violenta, con la polizia e con gli attivisti del Partito Comunista inquadrati in milizie paramilitari. Emblematico, in questo senso, è stato nel 2007 l’episodio del massacro di Nandigram, quando circa 3000 poliziotti, insieme a militanti armati del Cpi-M, vennero inviati da Bhattacharjee a riprendere controllo di un’intera area rurale a sud-ovest di Calcutta nella quale era in progetto la costruzione di un grande polo chimico da parte della compagnia indonesiana Salim. I comitati dei contadini, che si opponevano alla creazione della Sez, avevano infatti instaurato una sorta di amministrazione provvisoria sui territori contesi, interrompendone anche le comunicazioni con il resto del Paese. Lo scontro fu frontale e violentissimo, lasciando sul campo almeno 14 morti (la cifra esatta non si è mai saputa) e più di 70 feriti dal lato dei manifestanti. In quell’occasione, i comitati contadini ebbero l’appoggio di Mamata Banerjee e del Trinamool Congress, ma anche quello dei “naxaliti”, ovvero dei ribelli maoisti che da circa quarant’anni combattono una guerra di bassa intensità contro il governo centrale, oltre che nel West Bengala, anche in altri stati dove particolarmente acuta è la povertà rurale.

La logica seguita da Bhattacharjee e dai comunisti indiani, in linea con il modello cinese e con la cosiddetta “politica dei due tempi”, afferma in sostanza che, non essendo possibile né auspicabile costruire un’economia e una società socialiste a partire dalla miseria, la priorità va data alla creazione di ricchezza e di posti di lavoro. Solo in un secondo tempo, quando cioè lo sviluppo delle forze produttive e della tecnologia avrà garantito un più alto rendimento del lavoro e un più diffuso livello di benessere e di cultura nella società, si potrà pensare a socializzare quanto è stato prodotto dalla dinamica del profitto e dell’accumulazione capitalistica. D’altro lato, va detto che né Mamata Banerjee, che è stata più volte ministro nel governo centrale indiano, né il Trinamool Congress possono vantare chissà quale indipendenza dai grandi gruppi industriali, mentre i maoisti (i cui vari tronconi si sono fusi nel 2004 per dar vita ad un nuovo partito, il Partito Comunista dell’India-Maoista, guidato da Muppala Lakshman Rao, detto Ganapathi) propendono per una visione ruralista e antindustrialista dal respiro abbastanza corto, in un paese che si avvia a diventare una delle più grandi potenze economiche mondiali. Sullo sfondo delle vicende elettorali e degli antagonismi politici, si intravedono in realtà scenari più ampi, nei quali entrano prepotentemente in gioco le forze materiali e sociali messe in moto dall’irrompere della nazione indiana nel mercato globale.

(19 maggio 2011)