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La European Job Day Brussels è organizzata da EURES e Commissione europea.

 

 

 

 

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proposta lavoro

sito interessante (firma la petizione contro il precariato)

 

Cosa è Propo-st@ Lavoro?

Propost@ Lavoro nasce dall’idea di un gruppo di giovani provenienti da settori diversi, accomunati dalla voglia di analizzare il mondo del lavoro per provare a cogliere nuove opportunità nonostante le difficoltà contingenti. Siamo convinti che il lavoro sia ancora un profondo valore da difendere, e soprattutto un diritto che va garantito. Il nostro sforzo si muove nella direzione dell’affermazione di questo principio, per questo abbiamo deciso di mettere a disposizione le nostre conoscenze e le nostre esperienze per offrire delle possibili alternative, proposte pratiche, consigli e tutto quanto possa servire a chi come noi ha cercato e cerca il proprio “posto”.

Gli Autori di Propost@ Lavoro

http://www.propostalavoro.com/

 

ciao

GREENJOBS: ANNUNCI DI LAVORO VERDI E SOCIALMENTE RESPONSABILI

Greenjobs.it : annunci di lavoro verdi e socialmente responsabili

Ai membri di VERDI LOMBARDIA

DA Rino Pruiti 10 gennaio alle ore 9.36
Greenjobs è un progetto ambizioso che mira a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per tutti quei lavori che hanno una finalità socialmente responsabile. In questo modo si vuole rispondere da un lato alle esigenze di personale specializzato…

Continua a leggere…| http://www.verdilombardi.org/dblog/articolo.asp?articolo=66 |

GRAZIE

FLESSIBILTA’ ATTO III

Il giorno 19/ott/09, alle ore 19:12, Attilio Mangano ha scritto:


caro Riccardo, di sicuro affronti delle questioni importanti e credo che esse meriterebbero una discussione seria e perfino un qualche convegno, non posso fare tutto io, se venisse fuori anche un bel libro da te curato   me ne rallegrerei perchè il tema è decisivo. Credo anche io che  esistano questioni di natura antropologica in cui il risvolto etico è centrale, rimane il fatto che ci sono livelli diversi e da articolare, in fin dei conti verrebbe da osservare che se tutto fosse retto da una antropologia su base etica  sarebbe forse  bene per certi aspetti  ma  riduttivo per altri, il campo dei ” diritti” è nato da una diversa tradizione culturale, quella fondata sul concetto di libertà e anche sul riconoscimento del soggetto. So bene che esiste in campo filosofico e antropologico nella tradizione cattolica un concetto come quello di ” persona”  ( compresa la  filosofia personalista, altrettanto suggestiva)  che contribuisce ad articolare il discorso dello stesso cattolicesimo politico  e a correggere il tiro rispetto alle istanze più totalizzanti ( non dico totalitarie) che sono comunque  tipiche di una religione e di ogni religione. In questo senso  la storia di come la ” sinistra”, intesa come cultura democratica, abbia dovuto più  volte fare i conti con la cultura della libertà individuale e quindi col liberalismo ( e quindi anche, perchè il nesso rimane anche se sono piani diversi) col liberismo  è parte integrante di una storia  che arriva fino a oggi. Non so se hai letto l’altro giorno
una mia risposta a Ostellino che in nome del liberal-liberismo accusava a sua volta la sinistra di eticismo totalizzante ( non aveva tutti i torti ma  torceva a sua volta il bastone da una sola parte del manico), sembrerebbe il lato complementare del tuo discorso.  Per tornare a noi mi spiego con l’esempio classico del tema vita-morte, esiste una tradizione che possiamo chiamare laica che riconosce il diritto al suicidio e financo a una buona morte, tema che si complica enormemente  appena si carica di risvolti giuridici ed etici, se uno decide in  coscienza di  voler morire ( e non parlo solo della morte eroica di chi  combatte per una causa)  esiste la condanna giuridica del reato ed etica  rispetto alla vita ma esiste al tempo stesso la libera coscienza di chi decide  per ragioni varie (  non solo inerenti la salute) la sua stessa morte, ammetterai che il tema del suicidio è  quanto meno spinoso perchè  rientra in un terreno minato in cui non valgono le condanne ma la pietas, comunque questo esempio è in parte calzante per specificare che se  puoi avere in parte ragione nel descrivere una sorta di contaminazione  culturale ( consumismo, primato del soggetto, libera concorrenza) che ha i suoi lati negativi  essa ha  il suo rovescio della medaglia quando  in  nome di  aspetti presenti nello stesso capitalismo il singolo voglia vincere, veder riconosciuto il suo merito, etc. , con una  cultura del soggetto ricco e libero che non è solo egoismo  ma riconoscimento del proprio ruolo nella società.   Mi sono allargato a bella posta e volutamente, credo che si possa proseguire. Il mio voler coniugare socialismo e libertà è solo una parte del discorso.
Il giorno 19/ott/09, alle ore 18:15, Riccardo De Benedetti ha scritto:
Caro Attilio,
grazie per la segnalazione. In effetti sia Bevilacqua che Levy dicono molto già solo nell’indicare il problema. Tu aggiungi un carico pesante chiedendo nuovi riti e confini di solidarietà alla sinistra. Credo però non ti sfugga il contesto molto particolare in cui il tuo invito viene a cadere. Da parte mia provoco, con una domanda. Ti sembra attrezzata la cultura della sinistra che rivendica il diritto di morire e l’estensione di meccanismi eutanasici o simili ad affrontare il discorso della nuova anomia lavorativa? O non credi che voglia ancora una volta scamparla distinguendo l’anomia lavorativa da quella sociale che poi non avrebbe effetti così devastanti se solo considerassimo i suicidi più o meno assistiti come un’estensione dei cosiddetti diritti civili? 
La sinistra non coglie, o non vuol cogliere, il nesso tra le due situazioni e ciò che concede all’individualismo proprietario che spira dalle società ultraliberiste e ultraindividualiste anglosassoni crede di poterlo negare, senza contraddirsi, alla sfera della produzione o di ciò che resta di queste stesse società. Non si avvede dello stretto legame che lega insieme il fastidio che la società produttiva mostra nei confronti dei soggetti che vedono le loro prestazioni diminuire se non azzerarsi per effetto dell’età o della malattia e l’infamia semantica del mito della flessibilità (come efficacemente la chiama Bevilacqua). Insomma, non si può avere un’antropologia ultraindividualista su certe questioni bio-etiche, valutate come del tutto sconnesse da implicazioni economico-produttivistiche e consegnate all’antropologia di Robinson Crusoe, stigmatizzata dal buon vecchio Marx, e nello stesso tempo reintrodurre la solidarietà coesiva dei corpi intermedi (tra l’altro quali? se la famiglia la si vuole in un certo modo o non la si vuole affatto?) dove sembra apparire ancora un simulacro di produzione e di soggettività da lavoro dipendente… giusto per illudersi di rappresentare ancora qualche soggetto sociale e non invece una sommatoria indistinta di individui molecolari o liquidi (alla Baumann).
Comunque la giri sono convinto, da conservatore, che o metti insieme i due aspetti della problematica e allora puoi aspirare a confezionare un discorso credibile e coerente, viceversa il discorso progressista è destinato a vivere in questa continua aporia, secondo la quale l’attenzione che è dovuta al soggetto che lavora non sia altrettanto necessaria all’uomo inefficiente malato e morente. Ben più coerente lo spirito liberista che assegna alle figure diverse che via via l’individuo veste nel corso della sua vita una medesima funzione: fornire alimento al meccanismo di riproduzione sociale in modo che non ci siano intoppi e rallentamenti sulla strada del progresso fine a se stesso… che poi è il vero Moloch sacrificale a cui tutto è dovuto.
Un caro saluto.
Riccardo  De Benedetti 
Sono daccordo con te, con Bevilacqua. con Levy e non credo di essere il solo. Parlo spesso, per rincuorarmi, con giovani che credono – come italiani figli di immigrati – che proprio questi siano gli argomenti sui quali costruire una nuova solidarietà (innanzi tutto tra loro, tra le loro diversità): nuova perchè fondata sul rispetto -appunto- della diversità di ciascuno e dunque anche sulla diffidenza nei confronti di qualsiasi versione del “primato del collettivo” come della “comunità” eccetera eccetera. Per altro, i mostri sacri della sociologia che citate, o almeno il loro capostipite, non è forse anche l’assertore del valore positivo della divisione del lavoro? Forse non intendeva così celebrare le virtù salvifiche del mercato capitalistico. Forse l’anomia va ulteriormente definita – chiedo scusa – facendo davvero inchesta sociale invece che limitarsi a cercare di capire
che cosa ne pensavano nell’ottocento. E forse Marx – vivo nonostante i marxisti e gli altri codificatori di vario tipo- c’entra ancora qualcosa. Love Giovanni Mottura
GRAZIE

ANCORA SULLA FLESSIBILITA’

Credo sia un errore cogliere nella ventata di suicidi a France Telecom solo l’aspetto più particolare di una vicenda, quello ” francese”, e non riconoscere la portata di fondo di un problema che riguarda – forse, anzi probabilmente, in modo diverso, con reazioni di tipo non univoco- l’intero mondo occidentale al cospetto dell’intreccio fra crisi economica, crisi diruoli e valori e affermazione implicita di una sorta di silenzioso e strisciante individualismo, quello del ” ciascuno per sè”. Se in questo senso, proprio come suggerisce Levy ricordando che la sociologia nasce appunto con i classici studi durkheimiani sul suicidio e l’anomia, si prova a cogliere il lato di fondo della nuova anomia di massa tutta dentro la crisi del lavoro, anche senza bisogno di recuperare i Quaderni rossi e la cultura dell’inchiesta, il problema riemerge e non più o non tanto come ipotesi di un tratto comune del comportamento collettivo ( come per la questione del cosiddetto OPERAIO MASSA) ma in quella di un tratto comune della disgregazione sociale e della crisi anomica. Cominciare a dire dunque qualcosa del genere ” ci siamo anche noi” non è qualcosa degno del volontariato e dell’assistenzialis mo sociale per salvare i buoni sentimenti, è un avvertimento politico e culturale che investe la sinistra e il suo rapporto con il mondo del lavoro. Che fare dunque? Mentre in conclusione riprendo un altro testo inquietante ( di Bevilacqua) per allargare il campo delle considerazioni) posso solo dire che sta arrivando il momento di produrre nuovi riti e confini di solidarietà. A chi tocca?
(attilio mangano)

Flessibilità

Piero Bevilacqua scrive….

Flessibilità. Con quale facilità si ripete questa parola come in un monotono rosario.

Eppure a pronunciarla, spesso, non sono uomini malvagi.

Alcuni di essi, anzi, sono persone pie, sono soliti andare in Chiesa, nella loro cultura è presente il rispetto per gli altri.

E tuttavia nessuno di essi sembra accorgersi dell’ infamia semantica racchiusa nella parola flessibilità, dell’ umana mortificazione e sofferenza cui essa rinvia.

La si usa come un sinonimo di prestazione atletica.

Ma flessibile è la molla, l’ elastico, i dispositivi tecnici inventati dall’ uomo per le applicazioni industriali.

Per quale suprema ragione gli uomini devono diventare elastici, saltare da un lavoro all’ altro, cambiare continuamente testa, posizioni di corpo, abilità delle mani, attitudini, prestazioni, orari, ambiente, relazioni sociali?

Le persone devono correre dietro al lavoro?

E’ questo mondo alla rovescia l’ avvenire delle società industriali, il “futuro”, come ci ripetono in coro e pomposamente tutti gli esperti che affollano le nostre giornate?

Certo, si tratta di un fenomeno di “falsa coscienza”, come avrebbe detto Marx.

Costoro perorano con passione la ricetta della flessibilità perchè non tocca a loro preparare il pasto.

Ad essi spetta solo il privilegio di mangiarlo.

Ma qualcuno deve pur ricordare, a chi detiene i centri di comando, e a tutti i teatranti al loro servizio, che stanno scavando negli ultimi arsenali del consenso, stanno assottigliando in modo pericoloso i fondamenti storici dell’ intero edificio.

dal corriere della sera di ieri

SUICIDI A FRANCE TELECOM
Quei nuovi luoghi di lavoro dove domina il «ciascuno per sé»
di BERNARD-HENRI LEVY

Certo, ogni suicidio è un mistero. Nulla è più azzardato, pericoloso, e anche odioso, del voler interpretare, a cose fatte, atti spesso senza parole e che scelgono, in questo caso, di richiudersi sul proprio segreto. E certo, in tale mistero, entra sempre, e inevitabilmente, la sofferenza più soggettiva, personale, intima, indicibile. Ma non basta.
Questi ormai famosi «suicidi aziendali» che funestano France Télécom (ma anche alcune banche, la Renault, la Peugeot o il ministero dell’Educazione nazionale… ) sono un fenomeno nuovo, apparso dieci anni fa e che quindi, per definizione, ha ragioni nuove e una logica nuova.
n poco che sappiamo, quel poco che ci dicono i primi risultati delle inchieste condotte, sul campo, da medici, ricercatori o sociologi del lavoro che hanno meditato su questi drammi, indica che i 25 disperati di France Télécom non erano né particolarmente vulnerabili, né ufficialmente depressi, né notoriamente infelici in famiglia 0 in amore.
Soprattutto, si può esaminare il problema dal punto di vista che si vorrà, ma suicidarsi così, scegliere di andare a morire, non più su un ponte, in una stazione, ma in ufficio; uccidersi letteralmente, dunque, al lavoro, gettare il proprio cadavere ai piedi del principale e fargliene il regalo ultimo e avvelenato, immolarsi sull’altare di un corpo collettivo al quale si è dedicata gran parte della propria esistenza e che è diventato, agli occhi del lavoratore, un nuovo mostro freddo che, come gli dei di Anatole France, ha sete del sangue delle proprie membra… Tutto questo lancia un messaggio abbastanza nuovo e, in certi casi, quando il suicida lascia un testamento, abbastanza esplicito e chiaro perché valga la pena soffermarvisi e decidere di smetterla, una buona volta, con la politica dello struzzo. Infatti, questa epidemia di suicidi rivela, in verità, tre cose.
Una forma di pressione — i dipendenti dicono di logoramento, 0 di management attraverso lo stress e la paura — che non esisteva nel mondo di ieri allo stesso stadio.
L’importazione, nell’universo dell’impresa, di una cultura della valutazione che già qualche anno fa abbiamo definito una cultura di morte e per la morte. 3. Infine, il declino dei sistemi di solidarietà che, un tempo, facevano da tampone e che questa ideologia
della valutazione, cioè della prestazione individuale, del «ciascuno per sé» e, per altri, del «vai avanti 0 crepa», ha metodicamente devastato: quanti operai demoralizzati, indeboliti, vacillanti che, una volta, i colleghi proteggevano! Quanti lattonieri, come il personaggio Coupeau di Zola 0, più esattamente, quanti anti Coupeau, a cui gli amici dell’«Assommoir» potevano dire «hai bevuto troppo, non devi andare al lavoro stamattina, ci andiamo noi al tuo posto»! Quanti impiegati, ancora qualche anno fa, pronti a mollare la corda ma che una catena di amicizia e di aiuto reciproco manteneva, a qualunque costo, nel circuito! Ebbene, tutto questo è andato in frantumi per una duplice batosta: l’agonia dei sindacati e l’aumentata potenza della cultura dell’egoismo. Nulla di tutto questo funziona più nella nuova cordata sociale basata sull’eccessiva mobilità e sullo sbriciolamento dei posti di lavoro, dove si è soli, disperatamente e definitivamente soli, come lo erano i contadini non molto tempo fa, quando, per le stesse ragioni, al culmine dell’esodo rurale, detenevano il triste record del numero di suicidi sul lavoro. Allora, bisogna resistere alla tentazione di designare un colpevole, uno solo, per risolvere tutto, come per incanto. Anche se parole ignobili sono state pronunciate, anche
se la formula del presidente di France Télécom, che riduceva quest’ondata di suicidi a una «moda» (termine di cui poi si è scusato), è evidentemente inqualificabile, bisogna evitare di fare, di qualunque persona si tratti, un capro espiatorio. Ma l’esistenza di un problema che, almeno quanto la crisi dei subprime e degli hedgefund, obbliga a interrogarsi sul nostro modello economico e sociale, è incontestabile. Dopotutto, la sociologia moderna è nata, con Durkheim, a partire da una riflessione sul suicidio. Ed è proprio un altro libro sul suicidio, quello del suo discepolo Maurice Halbwachs che ha gettato le basi delle rappresentazioni della società su cui oggi viviamo. Non vedo quindi perché dovremmo privarci, sulla scia di Durkheim e Halbwachs, di una riflessione senza concessioni sul nuovo malessere sociale. La cosa peggiore sarebbe non dire nulla e banalizzare. La cosa peggiore sarebbe considerare il fenomeno come facente parte dei rischi del mestiere 0 lasciarlo affogare nelle statistiche di «mortalità globale», assurde quanto indecenti. Rifiutare lo specchio che i morti di France Télécom ci tendono significherebbe ucciderli una seconda volta.
traduzione di Daniela Maggiori

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