3 gennaio 1944. L’eccidio di VALAPERTA di Casatenovo (Lecco).

3 gennaio 1944. L’eccidio di VALAPERTA di Casatenovo (Lecco).Il 3 gennaio 1944 le Brigate Nere di Missaglia, comandate da Emilio Formigoni (padre dell’ex presidente della Regione), fucilano quattro partigiani a Valaperta di Casatenovo.

Il 23 ottobre 1944 il brigadiere del distaccamento di Missaglia della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) incaricò un suo milite, Gaetano Chiarelli, di fornire informazioni su di un renitente alla chiamata alle armi di Valaperta.
Un gruppo di partigiani, avvertiti della presenza del repubblichino in Valaperta, circondarono il gruppo di case e intimarono al Chiarelli di alzare le mani e consegnare loro la bicicletta e le armi; di fronte al suo rifiuto gli spararono addosso, uccidendolo.
Alle 22,30 piombano su Valaperta una quindicina di brigatisti neri. Intanto era sopraggiunto anche il segretario del Fascio e il Commissario Prefettizio di Missaglia, nonché comandante del locale Distaccamento della Brigata Nera, l’ingegner Emilio Formigoni, padre dell’attuale presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni.

I militi della G.N.R., sparsi per la cascina, sparano all’impazzata nei cortili, incendiando le stalle e i fienili, razziando le case, percuotendo le persone inermi per tre giorni per ottenere i nomi dei partigiani, sotto gli occhi indifferenti del capitano che risponde, a chi gli chiede di calmare i suoi uomini, che essi stanno esercitando la legittima vendetta del camerata ucciso.

Vengono arrestati per l’uccisione del Chiarelli quattro partigiani: Natale Beretta di Arcore di 25 anni, Nazzaro Vitale di Bellano di 24 anni, Mario Villa di Biassono di 23 anni, Gabriele Colombo di Arcore di anni 22.
La mettina del 3 gennaio 1945 a Valaperta i quattro partigiani vengono fucilati.
All’esecuzione erano presenti i militi della G.N.R. di Missaglia, il Commissario prefettizio di Casatenovo, prof. Firmiani, il medico condotto dott. Della Morte e il comandante della Brigata Nera di Missaglia, ing. Formigoni.

Dopo la guerra Formigoni scappò in esilio ma condannato in contumacia solo come collaborazionista potè rientrare tranquillamente in Italia così come tanti altri fascisti.

Dalla popolazione locale Formigoni papà è ricordato anche per aver più volte sequestrato e seviziato inermi civili. Roberto il figlio ha sempre negato il passato del padre ed anzi ne ebbe a citare positivamente l’esempio.

MEMORIE DELLA RESISTENZA

Il 30 dicembre 1944 partigiani della 55° Brigata F.lli Rosselli e della ex 86° Brigata Issel – molti dei quali provenienti dalle fabbriche di Sesto San Giovanni, Monza, Cinisello Balsamo – trovano rifugio al Baitone della Pianca , sui monti tra la Valsassina e la Val Taleggio al Culmine di San Pietro. Con loro un gruppo di operai di Dalmine in fuga dalla pianura perché ricercati, un radiotelegrafista inglese e l’interprete. Quella notte uomini della brigata Nera “Cesare Rodini” al comando del capitano Noseda, catturano 36 partigiani. Franco CARRARA, “Walter”, comandante della 55° Rosselli viene ucciso mentre tenta la fuga. I partigiani catturati, legati ai polsi, vengono condotti a piedi ad Introbio per l’interrogatorio. Il giorno dopo Leopoldo SCALCINI, “Mina”, comandante della 86° Issel viene torturato e ucciso. Sempre il 31 dicembre tre partigiani vengono fucilati al cimitero di Maggio, undici a Barzio. Tra loro i monzesi Silvio PEROTTO, Mario PALLAVICINI, Giuseppe PENNATI.
partigiani

DANILO DOLCI, L’UOMO DELLA NON VIOLENZA

Muore in Sicilia, a Trappeto, a 73 anni, Danilo Dolci, sociologo e poeta italiano. Dolci è considerato una delle figure più significative del movimento della nonviolenza nel mondo.

http://www.raistoria.rai.it/articoli/danilo-dolci-luomo-della-non-violenza/11694/default.aspx

Danilo Dolci, l`uomo della non-violenza
raistoria.rai.it
Muore in Sicilia, a Trappeto, a 73 anni, Danilo Dolci, sociologo e poeta italiano. Convinto antifascista, Dolci, nel 1950, aderisce all’esperienza di Nomadelfia, la comunità animata da don Zeno. Do […]

Massacro di Wounded Knee, 29 dicembre 1890

Anpi Crescenzago e Carlo Monguzzi hanno condiviso un link.
Massacro di Wounded Knee, 29 dicembre 1890
Chankpe Opi, nella lingua dei Sioux Oglala, vuol dire “ginocchio ferito”. “Wounded Knee”, nella lingua degli invasori. E’ il nome di un torrente del South Dakota. E’ il 29 dicembre 1890. http://ilblogfolk.wordpress.com/2012/10/19/massacro-di-wounded-knee-29-dicembre-1890/
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RICORDARE CHICO MENDES

22 dicembre 1988. A Xapurì, nella stato brasiliano dell’Acre, Chico MENDES, 44 anni, è ucciso sulla porta di casa. Raccoglitore di caucciù, aveva lottato tutta la vita per organizzare i lavoratori rurali e per difendere la foresta amazzonica. Era stato più volte processato, incarcerato e torturato. Aveva contribuito, insieme a Lula, a fondare il PT (Partido dos Trabailhadores).
foto di Alberto Panaro.
foto di Alberto Panaro.

ABBONAGGIO PARTIGIANO A CASA CERVI

Domenica 22 dicembre 2013:
ABBONAGGIO PARTIGIANO A CASA CERVI
abbonaggio partigiano

I Cervi erano una grande famiglia: mamma Genoeffa, papà Alcide, le figlie Diomira e Rina, e i sette ragazzi. “Uno era come dire sette, sette era come dire uno” diceva Alcide dei suoi figli. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore, insieme al loro compagno Quarto Camurri, vengono fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943. A settant’anni dal loro sacrificio andiamo a Casa Cervi, oggi Museo della Resistenza.

Iniziativa aperta a tutti!

Domenica 22 dicembre 2013:<br />
ABBONAGGIO PARTIGIANO A CASA CERVI</p>
<p>I Cervi erano una grande famiglia: mamma Genoeffa, papà Alcide, le figlie Diomira e Rina, e i sette ragazzi. “Uno era come dire sette, sette era come dire uno” diceva Alcide dei suoi figli. Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore, insieme al loro compagno Quarto Camurri, vengono fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943. A settant’anni dal loro sacrificio andiamo a Casa Cervi, oggi Museo della Resistenza.</p>
<p>Iniziativa aperta a tutti!

7 dicembre 2004 muore a Cinisi Felicia Impastato

Associazione Culturale immaginARTE

Grande donna Felicia Impastato!


7 dicembre 2004 muore a Cinisi Felicia Impastato

“Ho solo uno scopo: riuscire a fare accertare che mio figlio Giuseppe non si è suicidato e che non era un terrorista. Io sono certa che a mio figlio hanno teso un agguato. Gli assassini hanno avuto un obiettivo: quello di fare apparire Giuseppe un sanguinario che va a fare un attentato per screditarlo agli occhi del paese, dell’opinione pubblica e dei suoi compagni di partito”. (F.Impastato)
Grande donna Felicia Impastato! 7 dicembre 2004 muore a Cinisi Felicia Impastato “Ho solo uno scopo: riuscire a fare accertare che mio figlio Giuseppe non si è suicidato e che non era un terrorista. Io sono certa che a mio figlio hanno teso un agguato. Gli assassini hanno avuto un obiettivo: quello di fare apparire Giuseppe un sanguinario che va a fare un attentato per screditarlo agli occhi del paese, dell’opinione pubblica e dei suoi compagni di partito”. (F.Impastato)


http://www.postpopuli.it/7208-peppino-impastato-una-vita…/
PEPPINO IMPASTATO, UNA VITA CONTRO LA MAFIA » PostPopuli
www.postpopuli.it
Una vita contro la mafia, quella breve, vissuta da Peppino Impastato. Il 9 Maggio 1978 viene brutalmente assassinato in Sicilia.

CIAO MADIBA (DI MOHAMED BA)

CIAO MADIBA

6 dicembre 2013 alle ore 12.31

Caro fratello, lascia che ti racconti.
Vedevamo gli antichi imperi sottomessi alla riga, alla squadra e al compasso;
le foreste falciate e le colline annientate.
Vedevamo le nostre storie individuali e collettive sepolte sotto i reticoli tracciati dalle caravelle, vedevamo i negroafricani al lavoro come un silente formicaio.
Il lavoro è santo, ma quel lavoro non andava più col gesto, né tam-tam né la voce ritmava più il passo alle stagioni.
La generazione migliore fu scelta con cura, i ragazzi ingrassati come delle oche perché il peso determinava il prezzo del negro.
I seni della dona determinavano la sua destinazione finale, se non pendevano, avrebbe passato la sua esistenza a soddisfare le fantasie erotiche di un proprietario terriero.
Il prezzo del bambino assoggettato ai suoi denti.
I negri lavoravano nei campi, nelle miniere e la sera, segregati nei ghetti della miseria. E mentre i padroni ammucchiavano montagne di cotone e d’oro , essi morivano di fame.
E vidi un mattino emergere con il bagliore dell’alba, delle teste lanose, le braccia fiaccate, lo stomaco cavo, gli occhi spalancati.
Li sentì chiamare un Dio che sembrava impossibile. E poi arrivasti te..
C’insegnasti ad alzare il pugno, avvicinarci a coloro che ci trattarono da bestie, guardarli negli occhi, e dire loro: PERDONIAMOCI. Per questo Mandela non può morire, continuerà a vivere in noi con lo spirito di fratellanza e di unione, pesante eredità che ci lascia. Ne saremo degni? Lo spero tanto e lavoro tutti i giorni poichè ciò sia. Pace all’anima tua, nonno MADIBA.

Mohamed Ba

TAHAR LAMRI RICORDA MANDELA

Tahar Lamri

Perché vedete, l’Africa oggi non piange Rolihlahla, è il suo nome, Mandela. Nell’Africa animista – un Xhosa non può essere che animista – quando muore un vecchio si fa la festa. L’Africa piange perché non ha altri Lumumba, altri Fanon, altri Kenyatta, altri Cabral, altri Nkrumah, altri Sankara. Altri Mandela ci sono ancora, c’è Marwan Barghouti nelle prigioni israeliane, c’è il popolo di Gaza in prigione che sta affogando nelle acque reflue. Gli eredi di Mandela sono in America Latina e riempiono il mondo di speranza: Evo Morales che è stato quasi ucciso quest’estate dall’Italia, dalla Francia e dal Portogallo, negando al suo aereo il transito nei loro cieli. Pepe Mujica che vive come dovrebbe vivere un cittadino-presidente. In Italia, c’è Don Ciotti, c’è Alex Zanotelli, ci sono migliaia di giovani che non accettano i soprusi qui o altrove. Ma l’apartheid resiste ancora: c’è certamente in Israele. E’ nei CIE della Fortezza Europa. E’ sotto casa negli occhi dei rifugiati abbandonati nelle piazze, nelle stazioni e nei giardini. E’ sulla pelle di ogni senza tetto che non vogliamo incrociare che non vogliamo vedere. Rolihlahla significa “tagliare un ramo”, cioè “fare casini”. Lui continuerà a fare casini lassù..
Perché vedete, l’Africa oggi non piange Rolihlahla, è il suo nome, Mandela. Nell’Africa animista – un Xhosa non può essere che animista – quando muore un vecchio si fa la festa. L’Africa piange perché non ha altri Lumumba, altri Fanon, altri Kenyatta, altri Cabral, altri Nkrumah, altri Sankara. Altri Mandela ci sono ancora, c’è Marwan Barghouti nelle prigioni israeliane, c’è il popolo di Gaza in prigione che sta affogando nelle acque reflue. Gli eredi di Mandela sono in America Latina e riempiono il mondo di speranza: Evo Morales che è stato quasi ucciso quest’estate dall’Italia, dalla Francia e dal Portogallo, negando al suo aereo il transito nei loro cieli. Pepe Mujica che vive come dovrebbe vivere un cittadino-presidente. In Italia, c’è Don Ciotti, c’è Alex Zanotelli, ci sono migliaia di giovani che non accettano i soprusi qui o altrove. Ma l’apartheid resiste ancora: c’è certamente in Israele. E’ nei CIE della Fortezza Europa. E’ sotto casa negli occhi dei rifugiati abbandonati nelle piazze, nelle stazioni e nei giardini. E’ sulla pelle di ogni senza tetto che non vogliamo incrociare che non vogliamo vedere. Rolihlahla significa “tagliare un ramo”, cioè “fare casini”. Lui continuerà a fare casini lassù..

CIAO MADIBA, INVICTUS

Nuovo articolo su Brugherio Futura Blog

CIAO MADIBA, INVICTUS
by brugheriofutura

Ieri se ne è andato uno di quegli uomini che hanno cambiato la storia.

E’ morto Nelson “Madiba” Mandela, il leader politico che ha contribuito in modo determinante a sconfiggere il regime dell’apartheid nella Repubblica Sudafricana e a creare quella che oggi è nota come “the rainbow nation”, la nazione arcobaleno.

Nelson Mandela e, sullo sfondo, la bandiera della Repubblica Sudafricana

Nelson Mandela e, sullo sfondo, la bandiera della Repubblica Sudafricana

Nel 2009 il regista Clint Eastwood ne ha celebrato le gesta come Presidente del Sudafrica nel bellissimo film Invictus, dove il ruolo di Mandela è interpretato dal grande Morgan Freeman.

Qui vogliamo ricordare Madiba con le parole della poesia che da il titolo al film e che gli fu di ispirazione durante i lunghi anni della prigionia a Robben Island.

INVICTUS di William Ernest Henley (1849 – 1903)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.

Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo d’ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Il testo in inglese:

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.