SULL’ EUTANASIA

da Paolo Borrello

10 gennaio 2010

Io sono a favore dell’eutanasia e voi?

 

Io sono decisamente a favore dell’eutanasia. Come è scritto nel sito dell’associazione Luca Coscioni: “Eutanasia in greco antico significa letteralmente ‘buona morte’: con questo termine si definisce quindi l’intervento medico volto ad abbreviare le sofferenze di un malato terminale. Il progresso della medicina, che ha reso possibile il prolungamento della vita anche in condizioni per molti non accettabili, e il fenomeno dell’eutanasia clandestina,  impongono con urgenza il tema all’attenzione generale…”
 
Già queste poche righe sarebbero sufficienti per me quanto meno per ritenere necessario che di eutanasia si debba discutere ampiamente e pubblicamente, mentre avverto una certa ritrosia ad affrontare solamente il problema, diversamente da quanto avviene per il testamento biologico, per il quale ancora non è stata approvata una legge che lo consenta effettivamente ma sul quale ormai ci si confronta senza difficoltà da tempo e senza alcuna remora.

Se poi leggo almeno una parte della relazione al progetto di legge “Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina dell’eutansia”, presentato come primo firmatario nel 2006 dal parlamentare radicale Marco Beltrandi, le mie convinzioni in questo senso si rafforzano:

“‘Il pensiero della morte come fatto biologico disinnesca nell’uomo uno strano meccanismo di rimozione che è stato ben descritto da Lev Tolstoj nel racconto La morte di Ivan Il’ic laddove il protagonista, nel riconoscere come giusta e valida l’idea generica della morte quale decesso, vi si ribella quando la morte finisce con il riguardarlo personalmente.
Il rapporto dell’essere umano con l’idea della propria estinzione fisica riguarda la sfera individuale, come tale inaccessibile a qualsiasi ordinamento giuridico, pur dovendosi dare atto che psicanalisi (Freud: «si vis vitam para mortem») e cattolicesimo («Estote parati») quantunque da versanti opposti, pervengono alla concorde conclusione secondo la quale l’accettazione dell’idea della propria morte determina un più sereno rapporto con la vita.
Ma, al di là del rapporto esistenziale con l’idea del morire, l’ordinamento giuridico non è indifferente (o quanto meno non può esserlo) al concetto di morte come fatto liberatorio da una esistenza che si ritenga troppo dolorosa per poterla naturalmente concludere o far concludere o doverla artificialmente prolungare.
Tale è il caso dell’eutanasia,
secondo il concetto base della commissione per le questioni sociali e per la sanità presso il Consiglio d’Europa nel suo rapporto del 1976 dove si dà per acquisito che mentre l’eutanasia attiva implica un atto che ha effetto di abbreviare la vita o di mettervi fine, l’eutanasia passiva consiste nell’astenersi da ogni azione che potrebbe inutilmente prolungare il momento terminale ed irreversibile della vita’.
 
Sono queste le prime frasi della relazione della proposta di legge n. 2405, ‘Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina dell’eutanasia passiva’, presentata il 19 dicembre 1984 dall’onorevole Loris Fortuna, che proseguiva:
‘…Al di là delle iniziative legislative, numerose personalità del mondo della scienza e della cultura si sono pronunziate in favore della eutanasia attiva. Nel 1975 i tre premi Nobel J. Monod, L. Pauling e G. Thompson sottoscrissero, insieme a 37 personalità il Manifesto dell’eutanasia.
Il Manifesto era così letteralmente formulato:
«Noi sottoscritti ci dichiariamo per ragioni di carattere etico in favore della eutanasia. Noi crediamo che la coscienza morale riflessa sia abbastanza sviluppata nelle nostre società per permettere di elaborare una regola di condotta umanitaria per quanto riguarda la morte ed i morenti. Deploriamo la morale insensibile e le restrizioni legali che ostacolano l’esame di quel caso morale che è l’eutanasia. Facciamo appello all’opinione pubblica illuminata perché superi i tabù tradizionali e si evolva verso un atteggiamento di pietà nei confronti delle sofferenze inutili al momento della morte. È crudele e barbaro esigere che una persona sia mantenuta in vita contro la sua volontà rifiutandole la liberazione che esso desidera ‘dolcemente, facilmente’ quando la sua vita ha perduto ogni dignità, bellezza, significato, prospettive di avvenire. La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civili. Poiché ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità – benché tale diritto sia spesso negato nei fatti – ha anche il diritto di morire con dignità»’.
 
Il professore Umberto Veronesi, nel suo ultimo libro, sostiene che: “l’eutanasia non può essere altro che il «diritto di morire», il quale, come tutti i diritti della persona, fa capo unicamente al soggetto. Eutanasia soltanto se è la persona stessa ad averlo deciso. Quindi, eutanasia volontaria. Questo è il diritto che si vuole difendere, nell’ambito di quel concetto onnicomprensivo che è il diritto di ogni uomo all’autodeterminazione, cioè il diritto alla libertà”…
 
Alla luce di questi principi di libertà diventa assai agevole porre alcune domande circa il diritto di morire quando la malattia non è più curabile e quando la situazione non solo è irreversibile, ma porta con sé sofferenze e umiliazioni.

Quando è in atto una malattia incurabile e irreversibile, la morte è ineluttabile e la richiesta di eutanasia si limita ad anticiparla per renderla meno traumatica senza alcun sovvertimento dell’ordine naturale e senza nuocere a nessun membro della società.

L’autodeterminazione è un diritto e la negazione al riconoscimento del diritto naturale a morire è l’oppressione di tale diritto.

In una società libera e giusta, ispirata al principio evangelico di «non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te», ogni membro dovrebbe immedesimarsi nella situazione di sofferenza di chi chiede l’eutanasia.

Il diritto di morire fa parte del corpus fondamentale dei diritti individuali: diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, diritto alle cure mediche, diritto a una giustizia uguale per tutti, diritto all’istruzione, diritto al lavoro, diritto alla procreazione responsabile, diritto all’esercizio di voto, diritto di scegliere il proprio domicilio”.

Sulla base di questi principi il presente disegno di legge riafferma con chiarezza l’esigenza di regolamentare nel nostro paese l’eutanasia per tutelare la dignità della vita.
Esso si pone l’obiettivo di rispondere ad un bisogno sempre più avvertito da un numero sempre maggiore di cittadini, ma anche sollecitato da numerosi organismi internazionali, e, in ultimo, di aprire un dibattito parlamentare sollecitato anche dal Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, il quale, il 23 settembre 2006, rispondendo alla lettera di Piero Welby, copresidente dell’”Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica”, ammalato in condizioni terminali mantenuto in vita esclusivamente in via artificiale, che si era pubblicamente rivolto al Presidente della Repubblica, ha scritto: “Esso (il suo messaggio di tragica sofferenza…) può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più.
Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento.
Pur riconoscendo le difficoltà che hanno incontrato e che incontrano tutti i Parlamenti nazionali a legiferare su una materia come questa, è necessario che il Parlamento italiano, nel rispetto di posizioni diverse, ma tenendo conto dei numerosi i progetti di legge presentati da diverse forze politiche in questa come nelle altre legislature, allinei il nostro paese alle migliori esperienze internazionali e ai pareri ormai condivisi da larga parte della comunità scientifica, senza pregiudizi di carattere ideologico o di parte.
Piero Welby, a questo proposito, nella sua lettera al Presidente della Repubblica del 21 settembre 2006, aveva tra l’altro scritto: “In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.”
Si tratta di affrontare la questione della regolamentazione del diritto di veder tutelata la dignità della persona e della vita, insieme al diritto di una persona di porre consapevolmente fine alla propria vita, mediante l’assistenza di un medico, qualora si trovi in condizioni terminali o in caso di patologie non curabili e irreversibili.
Si considera come un diritto fondamentale per il malato terminale quello di astenersi o rifiutare di essere sottoposto a terapie, più o meno invasive, senza peraltro alcuna certezza di evitare la morte, riaffermando così il diritto ad una morte dignitosa e riconoscendo al singolo la facoltà di autodeterminazione per le scelte fondamentali della propria vita.
Dare importanza alla vita è anche proteggere la fase conclusiva del ciclo dell’esistenza come parte essenziale della vita stessa, partendo dal presupposto che non si ha l’obbligo di sopravvivere a qualsiasi prezzo violando i limiti del rispetto della persona umana…
 
L’art. 1 definisce i casi nei quali è possibile, mediante l’assistenza di un medico, ricorrere all’eutanasia attiva o all’interruzione delle terapie di sostenimento vitale. Come si può osservare si è ritenuto di consentire l’applicazione della presente legge non solo ai pazienti in condizioni terminali, ma anche a chi in forma irreversibile e con prognosi infausta si trovi a vivere in condizioni di grave invalidità e quindi in condizioni che incidono in modo rilevante sulla qualità dell’esistenza.
L’art. 2 descrive in dettaglio le procedure per dare luogo all’eutanasia attiva su richiesta del paziente. Viene precisato che può fare richiesta di eutanasia attiva soltanto il paziente senza speranza, la cui sofferenza sul piano fisico o psichico sia persistente e insopportabile, non possa essere alleviata e sia la conseguenza di una causa fortuita o di una patologia grave e inguaribile.
Molte e rigorose sono le condizioni e le garanzie per i pazienti che facciano tale richiesta: la modalità scritta della richiesta, il carattere reiterato della stessa, la consulenza obbligatoria di almeno un altro medico, oltre a quello a cui la richiesta è stata rivolta, la necessità di rispettare un periodo di tempo di almeno sette giorni dalla richiesta del paziente, la conservazione nella cartella clinica dell’intera documentazione…
L’art. 4 disciplina l’interruzione o il non inizio delle terapie di sostenimento vitale, definendo innanzitutto le condizioni per le quali si possa definire un paziente in condizioni terminali, e cioè: «incurabile stato patologico cagionato da lesioni e malattia e dal quale secondo cognizione medico-scientifica, consegue la inevitabilità della morte, il cui momento sarebbe soltanto ritardato ove si facesse ricorso a terapie di sostenimento vitale utilizzando tecniche meramente rianimative nonché apparecchiature meccaniche o artifici per sostenere, riattivare o sostituire una naturale funzione vitale»…”

Io onestamente, per quanto mi riguarda, non so cosa sia necessario più di questo per arrivare alla conclusione che non solo è necessario discutere ampiamente dell’eutanasia ma che è opportuno e legittimo consentire che l’eutanasia sia possibile anche in Italia.
Questo almeno è il mio pensiero.
E voi cosa ne pensate?