IL REPARTO

Andai in Reparto, non per una visita o perchè dovevo essere ricoverato, ma per una ragione che in questo breve racconto non ha la sua importanza.

Vi rimasi, quel giorno, una ventina di minuti circa.

Erano più di tre anni che non varcavo quella porta che divide il Reparto dal resto dell’ospedale, ma anche dal resto del mondo, visto che è chiusa a chiave e che per i pazienti è un po’ come il confine tra il Reparto e ciò che c’è fuori. Attraverso quella porta entrano i dottori, le visite, il carrello con i pasti. La porta si apre qualche volta per andare al bar dell’ospedale accompagnati da un infermiere, se si ha il permesso del dottore. Da quella porta prima o poi si esce perchè dimessi. E’ forse una sorta di carcerazione a breve termine ospedalizzata.

Comunque quel giorno riconobbi diverse persone che avevo già visto in passato lì dentro.

C’era un ragazzo che avevo conosciuto più di tre anni prima; non stava bene come allora. Ai tempi mi aveva detto che lavorava e forse, allora, era uno dei suoi primi ricoveri. Ora lo vedevo ingrassato, sicuramente non stava tanto bene e credo non lavorasse più.

Poi c’era un ragazzo che non avevo conosciuto in Reparto, ma fuori, grazie ad una conoscenza comune che cominciò a parlarmi. Non capivo se era per come si sentiva in quel momento o se era per i farmaci che aveva preso, ma intuii che mi parlava perchè si ricordava di avermi già visto, ma non sapeva dove. Gli ricordai dove ci eravamo già visti e in quale occasione.

 Poi c’era un ragazzo che stavano ricoverando. Era lì con la madre. L’avevo già visto diversi anni prima. Era abbattuto, triste. Si mise in fondo al corridoio del Reparto e incominciò a piangere. Ci sono tante ragioni per piangere in quei frangenti o comunque in quel posto.

Ma io non sono un bravo scrittore perchè per rendere l’idea di ciò che si sente e si respira li dentro bisognerebbe essere veramente capaci di far rivivere al lettore le sensazioni provate che sono molto più forti dai sentimenti descritti con parole come triste o infelice.

A un certo punto vidi una donna passare nel corridoio. Era una di quelle persone che avevo visto più volte in Reparto. Era molto abbattuta e camminava a fianco di un’altra ragazza. Ricordo che le diceva che era depressa e che quando si è fortemente depressi, diceva, si pensa al suicidio e che quindi è meglio stare in Reparto quando ci si sente così.

Poi c’era un uomo anziano che sentivo parlare e dire cose un po’ sconclusionate. Mi si avvicinò e incominciò a dirmi: “6 per 6”. Non risposi. Non sapevo cosa dire. Si avvicinò di più e disse ancora: “6 per 6”. Risposi: “36”. E disse: “6 per 6”. Risposi: “36”. Poi disse: “8 per 8”. Risposi: “48”. Disse solo: “64” e si allontanò. Solo dopo un attimo realizzai il giochino che mi aveva fatto.

Era tanto che non entravo li dentro e nei miei ricordi non mi sembrava un posto poi così triste e deprimente. La sofferenza che vidi quel giorno fu una cosa tremenda; da pianto. Ma nel giochino che mi fece quel uomo riconobbi ciò che spesso mi era capitato di capire stando in reparto o in altri luoghi legati alla psichiatria: ci sono molte persone che sembrano strane, singolari o in difficoltà, ma che poi hanno delle risorse loro che all’apparenza non sembrano avere, ma che sanno tirare fuori. Forse non faranno una vita piena di agi e benessere come la moda impone, ma hanno delle risorse che tu non vedi, perchè sei troppo preoccupato a vedere quanto sono migliori e più belle le tue, ma se presti attenzione ti rendi conto che chi a volte dice frasi incoerenti o sconclusionate o appare fuori dagli schemi consueti di questa società forse, su come sono fatte le persone, ha molte cose da insegnarti…..

 

 

RLE

 

 

 

 

 

                        

IL REPARTOultima modifica: 2009-10-03T12:29:38+02:00da paoloteruzzi
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