LIBERTA’ DI INFORMAZIONE: QUALE FUTURO?

Vi inviamo i sunti dell’incontro su LIBERTA’ DI INFORMAZIONE: QUALE FUTURO?, che si terrà Martedì 20 Ottobre alle ore 20.30 a Brescia presso le Acli, via Corsica 65.

Sofia Borri
Gian Carlo Costadoni

Icei

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LIBERTÀ DI INFORMAZIONE: QUALE FUTURO?

(Brescia, 20 Ottobre 2009)

 

Il pluralismo nella libertà di espressione e nella libertà di impresa

Vittorio Angiolini

professore ordinario di Diritto costituzionale

nell’Università degli studi di Milano

 

Il futuro dell’informazione è legato ancora, da un punto di vista giuridico e costituzionale, al coordinamento della disciplina tra i due aspetti che connotano, in tutti i paesi dell’Occidente e anche nel diritto sovranazionale, i mezzi di comunicazione di massa, dopo l’evoluzione tecnica e sociale degli ultimi decenni, la quale ha enormemente ampliato i canali e le possibilità di informare.

Questi due aspetti sono la libertà di espressione, da un lato, e la libertà di impresa, dall’altro.

È in particolare divenuto sempre più chiaro come sia insufficiente, e difficile, l’impostazione soddisfacente dei problemi relativi alla garanzia delle libertà altrui come diritti essenzialmente individuali (diritto alla riservatezza, alla reputazione ecc.), in relazione a quella che in Italia chiamiamo “funzione sociale” dei mezzi di comunicazione di massa e che, peraltro, anche in altri sistemi giuridici e tradizioni differenti da quelli italiani, pur avendo altri nomi, gioca costantemente un ruolo ambiguo: spingendo talora verso un rafforzamento della libertà di espressione, come “cane da guardia della democrazia” (secondo il linguaggio della Corte di Strasburgo), e in altri casi valendo invece a rafforzare la responsabilità dei mezzi di informazione rispetto alla lesione delle libertà individuali altrui.

Sicché è venuta maturando nella dottrina giuridica anche a livello internazionale il convincimento che la garanzia più autentica della correttezza dell’informazione vada ricercata, piuttosto che nei limiti a tutela dei diritti di singoli soggetti incisi dalla libertà di espressione, i quali sono necessariamente variabili a seconda dei contesti storici, nella più precisa demarcazione del ruolo che appunto la libertà di manifestare il pensiero viene a giocare allorché si inserisce e si combina con l’organizzazione dei mezzi di comunicazione di massa come fatto imprenditoriale. Sotto questo profilo, è opinione diffusa che la prima garanzia anche di un’efficace tutela delle posizioni individuali su cui si ripercuote la libertà di informare risieda nella garanzia del “pluralismo” delle fonti informative.

In questo senso, rileva la distinzione, tracciata ormai da tempo da studiosi e giurisprudenza, tra il “pluralismo interno” e il “pluralismo esterno” dei mezzi di informazione; intendendo per “pluralismo interno” la pluralità delle voci, e dunque delle fonti e delle possibilità informative, nel quadro di un’attività unitariamente organizzata a livello imprenditoriale; e intendendo per “pluralismo esterno”, invece, la pluralità di una serie di iniziative anche economiche distinte, e dunque di una pluralità di imprese, agenti in concorrenza tra loro.

Sul versante del “pluralismo interno”, al di là dei limiti costituzionali che possono e sono correntemente posti alle ingerenze nella libertà di informare del potere pubblico o anche alle reciproche interferenze di soggetti privati (come il divieto di “censura”), è peraltro manifesto che le garanzie giuridiche di carattere eteronomo e non pattizio possono avere solo un peso modesto, giacché allorché si discute di libertà di informazione all’interno di un contesto di mezzi di comunicazione unitariamente organizzati in impresa si discute dell’equilibrio tra le posizioni di una pluralità di soggetti i quali sono tutti parimenti titolari di una libertà di espressione egualmente meritevole di tutela (per es., in un’impresa editoriale, tanto l’editore che il direttore o il giornalista o i suoi interlocutori possono tutti a buon diritto rivendicare la propria libertà di esprimersi attraverso i mezzi che l’impresa stessa mette loro a disposizione). Pertanto, o l’equilibrio tra le diverse posizioni di libertà da tutelare è ivi raggiunto mediante accordi o contratti (dai “codici di comportamento” sino alle “clausole di coscienza” inserite nei contratti dei giornalisti), oppure appare problematico imporre un equilibrio esclusivamente con mezzi eteronomi e autoritari (come la legge o anche la sentenza di una corte).

Ne discende che è risolutiva, per l’effettiva libertà dell’informazione, la garanzia del “pluralismo esterno”, ossia della coesistenza di una pluralità di iniziative e di imprese, differenti e in concorrenza tra loro, tese a esprimersi liberamente nell’informare; con l’ulteriore avvertenza che, in questo campo, per tutte le ragioni inerenti alla difficoltà di un assetto stabilmente appagante della tutela dei diritti individuali incisi dall’informazione e inerenti al “pluralismo interno”, sembra altresì al tramonto l’idea che la garanzia effettiva di un pluralismo delle imprese private possa essere surrogata, o sostituita, dall’avocazione alla mano statale e pubblica dei mezzi informativi.

Proprio perché il “pluralismo esterno” dell’informazione è risolutivo per la libertà, va peraltro denunciata la gravità della situazione per cui in molti paesi, e per la verità soprattutto in Italia, la garanzia di tale medesimo “pluralismo esterno” sia macroscopicamente deficitaria, nonostante le novità apportate, sul piano tecnico ed economico, da internet.

 

 

Libertà d’informazione: bavaglio o guinzaglio?

Nunzia Vallini

direttrice di Teletutto

 

Penso non risponda al vero affermare, in breve, che in Italia, considerato l’attuale contesto geopolitico, non esista la libertà d’informazione, prima precondizione per il funzionamento del sistema democratico.

Corretto, a mio modo di vedere, è, invece, affermare che questa libertà è oggi limitata dai forti condizionamenti (quando non addirittura dalla commistione) del potere politico e del potere economico. Non mancano però antidoti, ai quali si può e si deve fare appello a tutela e in difesa della capacità critica collettiva.

È di tutta evidenza (e sarebbe ingenuo pensare diversamente), che il potere politico promuove la propria immagine e difende la propria posizione dominante anche utilizzando con disinvoltura i mezzi di comunicazione di cui ha il controllo diretto o indiretto.

Le voci libere, autonome, indipendenti, si fanno così sempre più flebili.Ma non credo siano riducibili al silenzio. Perché l’azione a macchia d’olio, incalzante e aggressiva, con l’obbiettivo di controllare tutto e tutti, di monopolizzare, imbavagliare cioè tutta l’informazione del paese, mi pare destinata all’insuccesso, un tentativo che solo tentativo resterà.

La diffusione degli strumenti di informazione (quelli telematici compresi), infatti, è talmente ampia e costante, capillare, incomprimibile e incontrollabile, che la libertà di stampa penso non corra pericoli mortali. Oggi ciascuno di noi può ancora liberamente scegliere: collegarsi a internet e leggere, vedere, capire che cosa sta accadendo nel mondo, comunicare da un capo all’altro del pianeta; acquistare quotidiani nazionali e stranieri a pagamento o gratuiti (ce ne sono decine, ad ogni angolo di strada); contare sui sistemi televisivi nazionali – ce ne sono anche di assolutamente autonomi, non schierati su un fronte o sull’altro – sulle tivù locali e internazionali via satellite che garantiscono la possibilità di una scelta libera, cercata e gradita. Ecco perché credo che il temuto “controllo totale” rimarrà un’idea, un disegno buono soltanto per polemiche e dibattiti.

Non mi nascondo la criticità del momento, né ritengo si debba stare alla finestra e subire l’assalto al fortino della libera informazione. Ritengo piuttosto vadano sostenuti e alimentati gli antidoti che pure ci sono. Cominciando dall’Europa delle democrazie, con la recente richiesta del Parlamento alla Commissione Barroso di predisporre una direttiva che regoli con norme uniche in tutta Europa la concentrazione dei mezzi di comunicazione, il conflitto di interesse e il pluralismo dell’informazione. È l’estensione del “caso Italia” che rende l’intera Europa consapevole della “paralizzante anomalia italiana del conflitto d’interessi” (come l’ha definita di recente il premio Pulitzer Carl Bernstein che smascherò lo scandalo Watergate cui seguirono le dimissioni del presidente statunitense Nixon) che tiene al guinzaglio una considerevole parte di stampa e televisioni, inquinando la formazione dell’opinione popolare.

Si diceva: non va abbassata la guardia. Mi piace pensare a una nuova resistenza che vede in prima fila noi giornalisti, non fosse altro perché siamo nella condizione privilegiata di raccontare e essere ascoltati e/o letti. Sta a noi garantire una informazione puntuale, veritiera e completa, costituzionalmente tutelata e smascherare, continuando a denunciare le cose che non vanno, gli arbitrii, il malaffare.

Confidando naturalmente nella tenuta di coraggiosi, liberi editori e di colleghi, molti dei quali, pur allettati da ricchi contratti, si sono rifiutati di diventare zerbino o scendiletto di chicchessia.

In altre parole libera informazione e libera critica in libero stato, secondo scienza e coscienza, nel rispetto delle leggi e, consentitemi, anche del buon senso e del buon gusto. Peculiarità, queste, che dovrebbero tutte stare nel codice genetico del giornalista, quale che sia il suo ruolo nell’azienda cui appartiene e nella società che informa.

 

LIBERTA’ DI INFORMAZIONE: QUALE FUTURO?ultima modifica: 2009-10-19T09:27:00+02:00da paoloteruzzi
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