SOVRANITA’ E DIRITTO D’INGERENZA – IL CASO DEL TIBET

sOVRANITÀ E DIRITTO D’INGERENZA.

IL CASO DEL TIBET

(Vimercate, 15 ottobre 2009)

 

Il sud del mondo. Tre continenti fra storia e politica

Gian Paolo Calchi Novati

Docente dell’Università di Pavia e direttore di ricerca all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi)

 

      La globalizzazione è attuata dagli stati costituiti, spingendo alla moltiplicazione dei soggetti se può giovare a tenere a freno l’instabilità e le inquietudini, ma si fonda su un’economia internazionalizzata e chiede (o impone) agli stati il sacrificio di alcune proprietà della statualità. Il modello individual-competitivo della globalizzazione disgrega soprattutto la periferia. I diritti dei popoli e degli stati del Terzo mondo non vengono tutelati adeguatamente perché i loro ordinamenti non garantiscono le libertà fondamentali dei cittadini o le minoranze racchiuse nei loro territori. La “guerra umanitaria” ha sovvertito postulati che sembravano acquisiti autorizzando il “diritto d’ingerenza”. L’approdo più diretto è l’unilateralismo caro alla destra americana, che ha trasformato gli Stati uniti in uno stato “revisionista” accarezzando il progetto di istituire una lega delle democrazie togliendo voce al Terzo mondo. Dopo l’impero del male messo all’indice da Ronald Reagan ai tempi della guerra fredda, George W. Bush jr. dichiarò pubblicamente che Iran, Iraq e Corea del Nord formavano l’”asse del male” ponendole per ciò stesso fuori dalla comunità delle nazioni. 

Le vicende del Medio Oriente dopo il 1990 sono il migliore esempio di come l’Occidente abbia cercato di interferire nei processi del Terzo mondo. Una regione su cui un tempo insistevano grandi civiltà è disseminata di basi militari al servizio di un’unica potestà. La democrazia viene vista come il centro di irradiazione della potenza, che costituisce e legittima l’impero. La vittoria del capitalismo e del neoliberismo ha confermato, anzitutto metaforicamente, la superiorità dell’Occidente. Conflitti apparentemente locali hanno suscitato i ripetuti interventi delle potenze occidentali in operazioni di polizia per le quali manca un vero consenso a livello internazionale. La Nato, che non è mai stata impiegata per tutto il periodo della guerra fredda, è entrata in funzione per la prima volta dopo la dissoluzione dell’Urss e in aree esterne rispetto allo spazio di pertinenza del Patto atlantico. Se il fine era blindare la mappa geopolitica del petrolio e dei rifornimenti energetici la guerra contro Saddam Hussein contraddiceva anche la globalizzazione, che reca in sé l’idea di un mercato aperto a tutti. Da quando la violenza nel Terzo mondo non ha più freni, si preparano forse altre guerre preventive destinate a mandare messaggi inequivoci alle potenze mondiali o regionali con cui sarà necessario raggiungere un modus vivendi.

Può essere penoso riprendere il gergo della modernizzazione occidentalista, ma sostenere e perseguire la democrazia e i diritti umani senza legarli alla sorte dell’Occidente spezza le gerarchie e svela i lati oscuri del potere dominante. I paesi ricchi deplorano le dittature che spadroneggiano in molti paesi del Terzo mondo, come se la loro permanenza fosse un affronto per il “mondo libero”, dimenticando che le conseguenze più gravi dei tanti regimi autoritari o totalitari sono scontate in realtà proprio dal Terzo mondo. I governi africani perdono consensi per la mancanza di democrazia anche quando solo lo stato può dare una risposta alle domande che salgono dal basso. Neppure la Cina viene risparmiata, come dimostrano le ferite del Tibet e dello Xinjiang. La strategia di esportare la democrazia con la forza ha aggravato il quadro complessivo. Nel suo primo discorso all’assemblea generale dell’Onu da presidente, Barack Obama ha ammesso l’errore. La democrazia è in parte il prodotto naturale dello sviluppo economico ma è soprattutto l’assetto istituzionale di una realtà storica e geopolitica determinata. Dopo tutto è l’oppressione delle masse (o moltitudini) del Terzo mondo il cardine di tutte le crisi. Il mercato globale produce estraneità e alienazione. La democrazia è minacciata in tutto il mondo. L’equilibrio tradizionale fra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario è uscito malconcio dalla globalizzazione e dalle sue guerre. Solo la democrazia è in grado di por fine alla guerra come politica. Anche il Terzo mondo potrebbe beneficiare degli effetti pacificatori della democrazia e dell’interdipendenza che hanno costituito nel Nord una sorta di “comunità di sicurezza”. La modernità non è un percorso tutto occidentale ma piuttosto “un lungo processo globale di interazione fra le società dell’Eurasia”. Senza gli apporti del mondo arabo e musulmano dall’VIII secolo in poi l’intera parabola della modernità occidentale sarebbe stata inconcepibile. Anche l’universalità a cui guardano i teorici dell’africanismo è in funzione delle grandi sfide del mondo moderno ed è volta a produrre “relazioni di associazione, e non di dominio o di etnicismo”.

 

Breve storia del Tibet

Piero Verni

Scrittore e videogiornalista

 

All’inizio degli anni ’40 il Tibet era un’oasi di pace al centro di un continente sconvolto da guerre e rivoluzioni.

La Cina, dove per anni si erano sanguinosamente combattuti comunisti e nazionalisti, cercava allora di resistere come può all’invasione giapponese. In Cina, nel 1949, terminò una delle più sanguinose guerre civili che la storia ricordi e il partito comunista prese il potere, guidato dal suo carismatico leader Mao Tsetung. Fu proprio quest’ultimo evento ad avere enormi e tragiche conseguenze sulla storia tibetana: fu lo stesso Mao ad affermare con forza che il Tibet doveva essere riconquistato dalla madrepatria cinese e strappato alle “forze imperialiste”.

 

Il XIV Dalai Lama e l’invasione cinese

Il 7 ottobre 1950 le truppe del potente vicino cinese attaccarono la frontiera tibetana in sei luoghi diversi. Nell’aprile 1951 il governo del Dalai Lama inviò in Cina una delegazione, che era autorizzata ad esporre il punto di vista di Lhasa e ad ascoltare le posizioni cinesi ma non poteva firmare alcun accordo. A Pechino però, i tibetani furono sottoposti a minacce di vario genere e venne loro impedito ogni contatto con le autorità di Lhasa. In queste condizioni la delegazione tibetana fu costretta a firmare un trattato in diciassette punti secondo il quale il Tibet entrava a far parte della Cina sia pure in condizioni di notevole autonomia.

In risposta alle innumerevoli violenze compiute dai cinesi, i tibetani diedero vita a un vasto movimento di resistenza, il Gushi Gangdruk, letteralmente “Quattro fiumi e sei catene di montagne”. Durante tutto il 1957 e il 1958, alle incursioni della guerriglia Pechino rispose colpendo indiscriminatamente la popolazione civile e coloro che erano accusati di aver aiutato i partigiani.

La notte tra il 19 e il 20 marzo 1959 cominciò la battaglia di Lhasa. I cinesi bombardarono il Norbulinka (il palazzo d’estate del Dalai Lama che si trova a circa 5 chilometri dal centro di Lhasa) e poi attaccarono la città. Il governo tibetano venne sciolto e tutte le autonomie riconosciute dal “Trattato dei Diciassette Punti” abolite. Il Dalai Lama riuscì a stento a mettersi in salvo in India, dove il governo di Nuova Delhi gli concesse immediatamente asilo politico.

 

Il Tibet occupato

Il 5 aprile 1959, accompagnato da un’ingente scorta militare cinese, il Panchen Lama (è considerato la seconda autorità spirituale del Tibet) s’insediò a Lhasa come presidente del “Comitato Autonomo della Regione Autonoma del Tibet”, un’organizzazione creata dai cinesi per dare l’impressione che i tibetani contassero ancora qualcosa nel loro paese. In pratica il Tibet venne smembrato e le sole regioni centrali di U-Tsang formarono la “Regione Autonoma Tibetana” (creata ufficialmente nel 1965). L’intera società tibetana venne divisa in sei classi secondo i rigidi schemi dell’ortodossia maoista.

Ben presto i generali cinesi si resero conto che oltre il 90% dei tibetani era ancora fedele al Dalai Lama e decisero di reprimere la popolazione attraverso i famigerati thamzing, dei veri e propri linciaggi pubblici. Vennero chiusi o distrutti i monasteri e i monaci dispersi; fu proibita e perseguitata ogni manifestazione (sia pubblica sia privata) di fede religiosa.

Di fronte a questo drammatico stato di cose il Panchen Lama tentò di criticare l’operato cinese in Tibet, chiedendo un immediato cambiamento. Il Panchen Lama fu arrestato, processato e sottoposto a thamzing. Dopo il processo sparì nelle carceri cinesi da cui poté riemergere solo nel 1978.

Nella seconda metà degli anni ’70, con la scomparsa di Mao e l’ascesa al potere di Deng Tsiao Ping, molte cose cambiarono: alcuni monasteri furono parzialmente riaperti e qualche monaco poté essere nuovamente ordinato. Contatti informali si stabilirono con il Dalai Lama, che tra il 1979 e il 1982 poté inviare in Tibet alcune sue delegazioni. Il ricordo del vecchio Tibet indipendente era ancora ben vivo nei cuori del popolo tibetano, il quale accolse i delegati del Dalai Lama con un entusiasmo che non piacque alle autorità cinesi: nel 1982 queste dichiararono chiusa la breve stagione delle delegazioni.

 

Tibet anni ’80/’90

L’inizio degli anni ’80 segnò anche l’apertura del Tibet al turismo internazionale. Il turismo portò nel cosiddetto paese delle nevi migliaia di stranieri, e questi incontri prepararono il terreno per una rinascita della resistenza.

Il 21 settembre 1987, davanti alla “Commissione per i Diritti Umani” del Congresso statunitense, il Dalai Lama espose il “Piano di Pace in Cinque Punti” che costituiva una proposta per intavolare delle trattative su basi realistiche con il governo di Pechino, con l’obiettivo di risolvere il problema del Tibet.

Purtroppo la dirigenza cinese rispose negativamente al piano del Dalai Lama, e a Lhasa esplose la collera della gente. Il 29 settembre e il 1° ottobre migliaia e migliaia di persone diedero vita a manifestazioni di protesta che la polizia represse con inaudita violenza. In questo clima rovente, il 28 gennaio 1989 morì, in circostanze misteriose, il 10° Panchen Lama. Ufficialmente la causa del decesso fu attribuita a un infarto, ma il fatto che solo pochi giorni prima della sua scomparsa il Panchen Lama avesse rilasciato ad un giornale cinese una intervista in cui accusava apertamente Pechino di essere responsabile di molti errori in Tibet, fece ritenere ai tibetani che il Panchen Lama fosse stato avvelenato dai cinesi timorosi di una sua fuga all’estero.

I sospetti sulle vere cause del decesso della seconda autorità spirituale del Tibet gettarono altra benzina sul fuoco della tragedia tibetana. Il 5 marzo, oltre diecimila persone scesero in piazza a Lhasa dando vita alla più imponente manifestazione dai tempi dell’insurrezione del 1959. Ma se il Dalai Lama non ottenne nulla da Pechino, il suo messaggio venne invece recepito da molti uomini politici internazionali, in modo particolare dal Parlamento europeo che, dopo aver approvato numerose risoluzioni di condanna delle violazioni dei diritti umani in Tibet, il 13 luglio 1995 votò con schiacciante maggioranza un documento in cui si considerava il Tibet uno stato sotto occupazione illegale. E lo stesso Parlamento europeo, nella sua sede di Strasburgo, accolse ufficialmente e con grande calore il Dalai Lama il 23 e il 24 ottobre 1996. Nel mondo intanto la questione del Tibet cominciò ad essere sostenuta da un numero sempre crescente di persone.

 

SOVRANITA’ E DIRITTO D’INGERENZA – IL CASO DEL TIBETultima modifica: 2009-10-14T18:03:00+02:00da paoloteruzzi
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