24 marzo 1944 – l’eccidio alle Fosse Ardeatine

Ai membri di Archivio dei diari

Antonella Brandizzi 24 marzo alle ore 12.10 Rispondi Segnala
“Orlando al buio non si vede, ma se ne sente la voce giovanissima. Diciotto anni, dice, solo diciotto, e poi la vita si fermò.
Non fu malattia, non fu sua volontà e neanche incidente. Fu che si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato. Fu che i tedeschi cominciarono a contare – uno, due, tre… – e tu te ne stai lì nella tua cella a sentire quei numeri che non capisci, uniti a rumori di chiavistelli che si aprono, a voci di italiani che chiedono spiegazioni e voci di tedeschi che continuano a contare – dieci, undici, dodici… Qualcuno azzarda una frase in romanesco, che in queste celle quasi tutti sono romani, romani come te Orlando, che continui a disegnare una scacchiera su un foglietto, che magari ci scappa una partita con il compagno tuo di cella, con il dottore, che quando uscirete da qui ti farà studiare e magari lavorare con lui – trentatré, trentaquattro, trentacinque… – e potrai fare anche tu il medico che l’hai sempre sognato – quarantasette e quarantotto… Quarantotto come i giorni che stai qui dentro; dal 3 febbraio che stai qui dentro e sono passati quarantotto giorni, che quella sera lì c’era il rastrellamento al quartiere Montesacro e tu – che ti disse la testa! – volesti passare a salutare Marcella, la tua innamorata. Ma come? Avevi salvato i compagni dalla retata dei nazisti e invece di scappartene subito, volesti salutare l’innamorata? E lì t’aspettavano quelli, i tedeschi delle SS, gli stessi che adesso continuano a contare – ma che se contano questi, pensi, in romanesco lo pensi – e ti portarono via davanti a lei, a Marcella e alla tua mamma, che anche lei ti venne in mente di baciare prima di fuggire. Ti portarono qui in queste celle di via Tasso […]
Trecentotrenta. Trecentotrenta è il numero di persone da raggiungere per una giusta vendetta. Ma si sa, nella fretta delle cose un conto può sfuggire di mano – soprattutto se mezzi li conti in un carcere, mezzi in un altro e mezzi ancora per strada o nelle case – e ne hanno presi cinque in più: trecentotrentacinque tra ufficiali, sottufficiali, partigiani rossi, bianchi, gente di religione ebraica, detenuti comuni e altri rastrellati a caso. E fra di essi trecentotrentacinque ci sei anche tu, Orlando, che anche la tua cella hanno aperto, e vi hanno portato alle Fosse Ardeatine senza tempo per capire e lì hanno compiuto il massacro. Era il 24 marzo 1944: chi comandò l’esecuzione fu l’ufficiale delle SS Herbert Kappler; chi la eseguì furono i suoi scagnozzi sempre delle SS, mentre i compagni di plotone di quei trentatré giovanotti poco più grandi di te, Orlando, si rifiutarono di vendicare in quel modo i propri commilitoni uccisi.
E poi, dopo la mattanza, il botto. Le cave, riempite di mine dai tedeschi, esplosero per seppellire a vita l’orrore compiuto, per coprirlo ai loro stessi occhi – che anche gli occhi di una SS, di fronte a quello scempio, c’è il rischio che cedano. Così facendo rischiarono di seppellire non solo i corpi ma anche la memoria di quelle persone. Potevano cancellarle dalla Storia. Ma la sorte volle che venisse tutto alla luce: i fatti e anche i corpi.
Di Orlando, poi, rimasero anche quei fogliettini miracolosamente transitati per le mani delle feroci SS che non s’accorsero di nulla, quei fogliettini che la mamma conservò a lungo, per decenni, e poi diede da custodire al cugino di Orlando, il pilota d’aerei, Giancarlo. Quei fogliettini che dopo aver attraversato sessant’anni di storia nel silenzio, arrivarono in Archivio un giorno del 2003 […]

dal libro “Il paese dei diari” di Mario Perrotta (Terre di Mezzo editore)