NON SOLO MAFIA A PALERMO!

da Paolo Borrello

27 dicembre 2009

Dario, i suoi ragazzi strappati alla mafia e un quartiere come lo Zen di Palermo

 

Una signora di 73 anni mi ha scritto pregandomi di non scrivere solamente post in cui vengono descritte ed analizzate le “disgrazie” italiane e del mondo. Stimolato da questa sollecitazione ho deciso di prendere in esame la storia di Dario e della sua attività in uno dei quartieri italiani dove è più difficle vivere, lo Zen di Palermo. Comprendete subito che la sollecitazione l’ho tenuta in considerazione solo a metà. Più di tanto però non sono in grado di fare…

Ho preso spunto da un articolo di Mariano Maugeri pubblicato da “il Sole 24 ore” che, in parte, riporto:
 
“…Presidente Fini, complimenti per la casa, ma si sta facendo tardi e noi dobbiamo vedere Roma». Andrea, 10 anni interamente vissuti al quartiere Zen di Palermo, si è congedato così dal presidente della Camera il pomeriggio del 14 luglio del 2009, il giorno di Santa Rosalia. La comitiva di ragazzi palermitani si muove a scatti tra gli arazzi e le boiserie di Montecitorio, ribattezzata da Andrea «la casa di Fini».
La loro guida è  Dario Pennino, 28 anni, studente fuori corso di Scienze politiche e fondatore dei ‘ragazzi di strada’, una specie di Don Ciotti laico che ha strappato alla mafia di Salvatore Lo Piccolo, il boss del mandamento di San Lorenzo, decine di killer e guardiaspalle minorenni.
A invitare Dario era stata la segretaria di Fini attraverso le pagine di Facebook. Dario è sempre pronto a partire con i ragazzi dello Zen: Roma, Bruxelles, Bologna. Nella città emiliana era stata la Coop Adriatica a ospitarli, un viaggio premio offerto dalla Fondazione per il Sud (fondazioni delle Casse di risparmio, associazioni del volontariato, terzo settore), che ogni anno finanzia progetti sociali nel Mezzogiorno.
Dario scova per caso il bando navigando su internet, scrive un piano d’intervento di una decina di paginette per il recupero dei ragazzi borderline dello Zen che s’intitola «Dire, fare, cambiare» e si aggiudica 90.000 euro. «I viaggi aprono la testa», ripete questo ragazzo palermitano con due occhi arabi e i capelli ricci. A Bologna i ragazzi di Dario aiutano quelli delle Coop a organizzare le sagre paesane di Castenaso e Granarolo. Cucinano, servono ai tavoli, incontrano i partigiani, ai quali fanno solo domande sulle armi che usavano: calibro, caricatore, modelli.
Tra loro c’è pure Gaspare, un diciannovenne analfabeta e ultimo di sei figli, per anni pusher di cocaina davanti al bar dello Zen 1 e prestanome di tre esercizi commerciali di mafiosi. Dario l’ha accolto tra i suoi ragazzi (Gaspare ha ottenuto un impiego di cameriere presso un agriturismo nei pressi di Bologna e alo Zen non ha messo più piede)… 
Dario, Andrea e Giorgio, un giovanotto di neppure vent’anni con la faccia mite e i capelli biondi che fino a diciassette anni faceva da palo durante le riunioni segrete del boss Lo Piccolo, nella Zona espansione Nord ci vivono ancora.

Zen 1, una selva di palazzoni occupati abusivamente dai palermitani in fuga dal centro storico dopo il terremoto del Belice del 1968; Zen 2, un cubo sull’altro ripetuto diciassette volte e ingentiliti dal nome romantico di insulae dal maestro Vittorio Gregotti, il suo inventore.
I panni stesi al sole, una parabolica per finestra e le carcasse di piccole Smart spolpate di ogni pezzo di ricambio sono la traduzione palermitana di un’idea di architettura che non è affatto così mostruosa come è stata rappresentata. Il quartiere è sprofondato in una piana circondata dal Monte Pellegrino e da Pizzo Sella, la collina punteggiata dagli scheletri di villette abusive. Pure lo Zen 2 è stato occupato dagli abusivi dello Zen 1, malgrado fosse stato progettato per ospitare i funzionari della Regione Siciliana e i dipendenti della Polizia di Stato. Due volte abusivi, insomma, con lo Zen 1 appaltato agli immigrati e alle giovanissime coppie (una ragazza su due diventa mamma ancora minorenne) che pagano fino a 5.000 euro agli assegnatari di questi appartamenti in cambio del loro silenzio. Dario la racconta così: «Qui si deve distinguere tra poveri veri e fasulli. Ci sono abitanti dello Zen con automobili da 40.000 euro e ville di proprietà a Carini».

La mafia non ama questo giovanotto. Una volta un mafioso ha affrontato Dario urlandogli in faccia: «’n pupiddo si, ‘n pupiddo si » («un pupo sei»). Dario e i 30.000 abitanti dello Zen sono gli appestati di Palermo…
Dario Zen,
così hanno soprannominato l’inventore dei ‘ragazzi di strada’. Figlio di un operaio e di una casalinga, questo ragazzo è un antieroe inconsapevole. Nel 2003, con altri sette soci, tutti studenti universitari, fonda l’associazione ragazzi di strada, allora ospitata nei locali disadorni della sede del Pds per gentile concessione del segretario provinciale del partito, l’attuale deputato regionale del Pd Antonello Cracolici.
L’ospitalità dura poco:un anno dopo Cracolici li invita a sloggiare. «La sezione serve al partito», spiega. Alle elezioni provinciali di quell’anno il deputato regionale candida il medico della mutua del quartiere, Natale Di Maso; Dario Zen e i ragazzi di strada gli contrappongono uno studente sconosciuto di 26 anni, Lorenzo Di Maio. A urne capovolte, il rappresentante dei ragazzi di strada conquista oltre 700 preferenze, l’uomo di Cracolici solo 230 voti.
Così la stanza a piano terra con due sedie, un tavolino e un divanetto rosso, svaligiata qualche mese fa di sette computer, torna ai ragazzi di strada, che da anni assistono alle passerelle di esponenti politici scortati dai poliziotti. Luciano Violante, l’ex presidente della Camera, è stato uno dei più assidui, così come Beppe Lumia, ex vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, e persino l’ex capo dell’organizzazione del Pd, Maurizio Migliavacca.
I big promettono sempre di aiutarli, ma non succede niente. Non che i giornalisti siano migliori. Un inviato della Rai in cerca di scoop offre una ventina di euro a un pugno di ragazzini per farsi scagliare qualche pietra mentre la telecamera riprende la scena. Dario, dopo aver saputo, gli sussurra all’orecchio: «Potevi dirlo a me e le pietre te le facevo lanciare gratis».

Altri, al posto del fondatore dei ragazzi di strada, su un’intuizione e un ruolo così ci avrebbero costruito un mestiere o una carriera politica. A Dario, invece, bastano 500 euro al mese, lo stipendio di consulente del lavoro in nero. Il suo precariato palermitano non durerà ancora a lungo. Appena avrà la laurea scapperà al Nord. Forse a Udine, dove il fratello è funzionario di una Asl, forse a Copenhagen, come sogna la sua ragazza.
 
L’associazione ragazzi di strada ha un blog:
www.ragazzidistrada.myblog.it.

Indubbiamente a Palermo, in Italia, di ragazzi come Dario ce ne vorrebbero molti. Ma affinchè il loro impegno non sia vano, sarebbe necessario che venissero aiutati dalle istituzioni, concretamente e non a parole.

Il governatore della Sicilia Lombardo è impegnato attualmente nel formare una nuova maggioranza, in cui siano esclusi gran parte dei consiglieri del Pdl e quelli dell’Udc, e si ipotizza l’appoggio esterno, a certe condizioni, dei consiglieri del Pd.
E perchè, tra le condizioni, questi consiglieri regionali non inseriscono l’aiuto ai pochi o molti Dario che vivono in Sicilia, per impedire fra l’altro che, alla prima occasione, emigrino e abbandonino la Sicilia. Sono un ingenuo? Forse… (questa domanda me la sono posta recentemente già in un’altra occasione nel mio blog).

Ma se si vuole realmente avvicinare la politica alla società, in Sicilia e nel resto d’Italia, inserire nei programmi amministrativi il sostegno concreto ai pochi o molti Dario che ci sono, non dovrebbe apparire, come in realtà avviene, una bella utopia, ma che rimane tale. E questo dovrebbe valere soprattutto per i partiti o movimenti politici che propongono un cambiamento nel governo del nostro Paese, che dicono di voler sconfiggere la mafia.
La mafia si sconfigge anche sostenendo quelli come Dario.

 

grazie