Le cose che non ho detto di Azar Nafisi

Le cose che non ho detto di Azar Nafisi

“Molto prima di scoprire come un regime dispotico possa imporre una nuova immagine all’individuo e rubargli la sua vera identità, la sua idea di sé, io l’avevo già vissuto all’interno della mia famiglia; e molto prima di scoprire cosa significhi per le vittime diventare complici dei crimini commessi dallo Stato, io avevo già conosciuto, in una sfera molto più personale, la vergogna della complicità. In un certo senso, questo libro è una risposta al censore che è in me.”

Avevamo letto Leggere Lolita a Teheran, avevamo amato e ammirato la Nafisi per il suo coraggio e per la sua intelligenza, ma forse non avevamo avuto la possibilità di conoscerla più intimamente, vedere come e in quale atmosfera culturale aveva formato una personalità così forte e battagliera: questo recente libro sembra voler soddisfare questa curiosità e questa lacuna.
Amare uno scrittore significa, oltre che apprezzare il suo stile e la sua opera, sentirne tutta l’umanità e la vicinanza.  

Che cosa c’è di più intimo della famiglia? I genitori, che solo da adulta riesce a guardare con il necessario distacco impossibile in età infantile o nell’adolescenza, sono i primi ad essere presentati al lettore dalla scrittrice.
La madre, sempre tristemente ripiegata su di sé e insoddisfatta, e di conseguenza dispotica, legata a un ricordo lontano: un primo marito, morto dopo solo due anni di matrimonio, di cui la donna amava parlare solo per confrontare quella situazione all’attuale, al secondo marito, il padre di Azar, giudicato malissimo. Perenne la contrapposizione tra madre e figlia, nessuna complicità, insomma esattamente l’opposto del rapporto con il padre.

La tirannia materna la univa con forza e affetto al padre a cui va anche il merito di averle regalato l’amore per la letteratura e per la tradizione culturale persiana.
La figura del fratello è solo accennata, l’evento di maggior rilievo è invece la perenne crisi tra i genitori, i loro litigi, i tradimenti del padre di cui la figlia si sente complice, vendicandosi così del non sentirsi amata dalla madre.  

Bambina piena di problemi, Azar cresce e nel raccontare quegli anni fa conoscere ai lettori vari personaggi, amici di famiglia, parenti… e qualche brutto ricordo: le molestie subite e mai raccontate, il senso di vergogna e di colpa provato.  
Gli studi all’estero, in Inghilterra, le difficoltà iniziali, il sostegno della madre, e infine le nuove amiche e il suo inserimento in un ambiente totalmente diverso. Quando torna a Teheran, il padre è sindaco della città e l’intero Iran sta vivendo forti cambiamenti. Un rapidissimo processo di modernizzazione, l’avvicinarsi a grandi passi del concetto di laicità dello Stato: cambiamenti che naturalmente non sono accolti molto bene dagli ambienti religiosi con cui però il padre continua a mantenere cordiali rapporti, cosa che non è certo apprezzata dal governo e che gli costerà ben presto il carcere, ma che in seguito lo salverà da una sorte peggiore.

La madre è eletta al parlamento pochi mesi prima dell’arresto del marito e quello sarà per lei il periodo migliore. 
Una prima proposta di matrimonio non è non accettata da Azar, ma poi, per uscire dalle tensioni sempre più forti con la madre, sposa un altro pretendente, anche se sicuramente è la persona sbagliata. Il matrimonio è un vero disastro e si conclude con il divorzio. Nel frattempo, dopo lunghi mesi di carcere, subito per false accuse, il padre, a cui la figlia è sempre stata molto vicina, viene scarcerato e assolto.  

Primi anni Settanta, il malcontento nei confronti dello scià aumenta, in patria e all’estero, gli studenti iraniani che studiano negli Stati Uniti, come Azar, si organizzano per operare forme di contestazione incisive. In quel clima battagliero, ecco nascere un amore vero e un secondo matrimonio, questa volta nato dalle affinità e dal sentimento. La contestazione allo scià, da sinistra, viene però gradualmente sostituita da quella religiosa: un perfetto piano di Khomeini per realizzare lo stato islamico a cui aveva sempre teso. In una prima fase anche la famiglia di Azar appoggia Khomeini, ma la luna di miele non dura molto.
La guerra contro l’iraq è un diversivo utile al nuovo regime, ma l’insegnamento universitario rappresenta in quel periodo una possibilità per la scrittrice di stare al di fuori di tutto ciò che la circonda. Nel 1981 le università però vengono chiuse e il regime si fa più duro di giorno in giorno. La nascita di due figli, il divorzio dei genitori: periodo di grandi cambiamenti anche nella vita privata della Nafisi. Nell’87 riprende a insegnare (fino al ’94 quando capisce che la situazione le impedisce di lavorare liberamente) e quel momento rappresenta anche un avvicinamento alla madre, che adora. Tra Stati Uniti e Iran passano così parecchi anni e l’idea di trasferirsi definitivamente negli Usa prende sempre più piede, pur tra mille ripensamenti e sensi di colpa per lasciare da sola la madre e per abbandonare il proprio Paese in un momento in cui serviva una voce apertamente critica, per “pigrizia morale” infatti molti fingevano di acconsentire al regime, pur aggirando i mille divieti.  

La morte della madre è vissuta con grandissima sofferenza, con la sensazione di non averla mai né capita né aiutata a vivere. Il libro si chiude con la morte del padre tanto amato, affrontata però con la serenità che attenua il dolore. E la vita certo prosegue, la storia si conclude nel 2005, e il futuro sarà sempre più ricco di eventi e di soddisfazioni per la Nafisi che ha, con questo libro, sentito l’esigenza di fissare tutto il suo passato in un libro. Anni che sono anche quelli cruciali del suo Paese e il pregio di Le cose che non ho detto è quello di farci conoscere, dall’interno, l’evoluzione politica e culturale dell’Iran, una nazione controversa e problematica, con un regime durissimo che non ha però potuto cancellare un’opposizione battagliera.

Azar Nafisi – Le cose che non ho detto
342 pag., € 19,50 – Adelphi (La collana dei casi)
ISBN 978-88-459-2434-7

da www.wuz.it

 

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