Critiche ad Andreoli che racconta Basaglia

Commento a caldo di Pier Aldo RovattiIl dvd di Andreoli su Basaglia va oltre ogni immaginazione per quanto è vacuo, sconclusionato, pieno di errori e oscurantista. Ecco davvero un pessimo servizio …
Di Peppe Dell’AcquaLa collana di Psicologia dell’Espresso ha sfornato lo scorso venerdì il libricino e il dvd su Franco Basaglia, almeno così dovrebbe intendersi dal titolo: “Franco Basaglia e la p…
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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29 agosto 1980. Le parole che ci mancano (su Basaglia)

29 agosto 1980. Le parole che ci mancano
 
da http://www.news-forumsalutementale.it/29-agosto-1980-le-parole-che-ci-mancano/

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(foto di Raymond Depardon, dall’archivio del DSM di Trieste)

“Avevo imparato che della malattia mentale si sa poco o niente e che per questo viene per lo più definita incomprensibile. Che la ricerca da parte degli uomini di scienza e sempre orientata sulla causa della malattia, mai sul significato, perché la causa resta invischiata nel malato, mentre il significato coinvolge il terapeuta e il sistema di valori cui fa riferimento. Che è questo coinvolgimento personale che il terapeuta (e, oggi, diremo la rete dei servizi di salute mentale) tende a evitare, usando del suo ruolo anziché come di uno strumento di liberazione per chi ha bisogno del suo servizio, come un’arma di difesa che gli garantisce la distanza necessaria a confermare la propria sovranità sull’altro. L’addestramento alla medicina e in particolare alla psichiatria consisteva quindi soprattutto nell’addestramento all’esplicazione di un ruolo di potere e di prestigio, dove il sapere, la conoscenza tecnica che avrebbe dovuto agire da presupposto ai rapporto terapeutico, si traduceva automaticamente in uno strumento (di per sé antiterapeutico) di dominio e distanza. Agli occhi del medico, il malato nel momento in cui non risponde alla cura, è sempre colpevole della malattia di cui soffre, poiché mette in crisi gli schemi di riferimento che sono l’unica sicurezza del terapeuta. Nella misura in cui questi schemi non riescono a rispondere alla malattia e ai suoi sintomi, è il malato responsabile di questo fallimento, mai il medico; né i parametri cui egli si riferisce dato che si tratta di valori codificati e ormai indiscutibili che non hanno bisogno di trovare la loro verifica nella realtà. Se la realtà non risponde, è la realtà che non rientra nel quadro ed è la realtà che viene sacrificata per non smentire o contraddire l’interpretazione che ne è stata data. Di qui l’aggressività nei confronti dì chi rappresenta implicitamente Io scacco”.

(dalla prefazione di Franco Basaglia a La marchesa e i demoni: diario da un manicomio di Maria Luisa Marsigli, Feltrinelli 1973)

La lettera di Eleonora  (vedi) pone questioni cruciali e sempre di bruciante attualità.

Di cose molto buone ne sono accadute, e tante, in questi 30 anni. La stessa lettera di Eleonora  e il protagonismo crescente delle persone ne sono testimonianza. Di cose buone ne sono accadute, tanto da rendere evidente la resistenza delle psichiatrie a vedere le persone. Come se avessimo ormai rinunciato a interrogarci. Ad ascoltare.

Cosa accade quando una persona si trova ad attraversare il confine? Quando varca la soglia della “normalità”? Quando passa attraverso le istituzioni sanitarie? Quando incontra lo sguardo della psichiatria? Quando si trova a rischiare la sua stessa soggettività?

Non è facile per nessuno, in queste circostanze, salvaguardare la propria unicità, trattenere nella propria storia l’esperienza singolare (e dolorosa) che sta vivendo, coglierne il significato e dare senso alla relazioni che intanto accadono.  

Chi soffre, chi vive il dolore della mente diventa  malato di mente, ricoverato, utente. In quanto tale rischia di finire di essere una persona e  non può più essere uno che ama, che lotta, che protesta, che si dispera, che gioisce. Nello sguardo delle psichiatrie delle certezze, delle tecniche e delle distanze i sentimenti, le emozioni, i desideri possono manifestarsi solo come delirio, agitazione, paranoia, allucinazione, apatia. Segni, sintomi, diagnosi.

La breve citazione che pubblichiamo per ricordare Basaglia è per dare forza e senso alla riflessione di Eleonora.

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C’era una volta la città dei matti: il libro

C’era una volta la città dei matti: il libro, da forumsalutementale.it

 
 
 
C’era una volta la città dei matti: il libro

4 novembre 2011

fictionE’ in uscita per l’editore Alpha Beta Verlag, nella collana 180 archivio critico della salute mentale, il libro con il trattamento, la sceneggiatura e il dvd del film con sottotitoli in inglese. Con interventi degli autori e degli attori con bellissime foto di scena. Insomma tutto su questa straordinaria storia.

Il libro sarà presentato a Roma alla fiera della piccola editoria il 7 dicembreprossimo.

Il libro su uno dei più grandi successi TV del 2010. Tutti i retroscena, dall’idea alla sua realizzazione: soggetto, trattamento e sceneggiatura e infine, allegato in DVD, il film.

Un’appassionata narrazione delle storie individuali di pazienti, amministratori, operatori, un grande racconto collettivo che vede sulla scena più di cento personaggi. A partire dalla difficile e impensabile apertura delle porte del manicomio di Gorizia e di Trieste, viene narrata l’origine di un cambiamento epocale nel modo stesso di intendere la salute mentale che ancora oggi provoca e fa discutere.

Vengono pubblicati integralmente il Trattamento e la Sceneggiatura, corredati da note che danno informazioni sui principali eventi che hanno portato alla realizzazione della Legge 180, sugli scritti originali di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori, sulle circostanze storiche e politiche che hanno fatto da sfondo al processo di deistituzionalizzazione.

Il libro è arricchito dalle note di regia di Marco Turco e dalle originali considerazioni degli sceneggiatori sull’approccio ad un tema difficile e controverso e sulla modalità di scrittura dei testi.

Fabrizio Gifuni racconta come è entrato nel personaggio di Franco Basaglia e come si è avvicinato alla realtà storica che ha portato alla chiusura del manicomio.

Vittoria Puccini racconta come si è calata nel personaggio di Margherita, una giovane rinchiusa prima nel manicomio di Gorizia poi in quello di Trieste, negli anni in cui arriva Basaglia.

Elena Bucaccio, Katja Colja, Alessandro Sermoneta, Marco Turco

C’era una volta la città dei matti

Un film di Marco Turco – dal soggetto alla sceneggiatura

a cura di Con interventi di Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini

Edizione e note a cura di Barbara Grubissa

Lo sceneggiato originale Rai Fiction allegato in due DVD

Dicembre 2011, Euro 29,00; pp. 400 ca., ill.

ISBN 978-88-7223-168-5

su licenza esclusiva Rai Trade, Radiotelevisione Italiana S.p.A.

Edizioni Alpha Beta Verlag

39012 Merano (BZ), P.zza della Rena, 2 – Tel. 0473 210650 / Fax 0473 211595

www.alphabeta.it – E-mail: books@alphabeta.it

C’era una volta la città dei matti: il libro « forumsalutementale.it.

 

grazie

La Turchia inizia una seconda era Basaglia!

La Turchia inizia una seconda era Basaglia!

 
 
 

TurMNH5248In occasione della Giornata mondiale della salute mentale 2011, incentrata sul tema “Investire nella salute mentale”, è stato lanciato un nuovo piano d’azione nazionale di salute mentale per la Turchia. Il piano prevede la creazione di una rete di servizi di salute mentale territoriali come soluzione alternativa all’assistenza negli ospedali psichiatrici.

Lanciando l’ambizioso piano d’azione, alla presenza dei media, il Ministro della Sanità turco, Recep Akdag, ha invitato la sua squadra di esperti nazionali e la dott.ssa Maria Cristina Profili, rappresentante Oms, a rispondere alle domande dei media in merito al nuovo concetto di servizi per la cura della salute mentale comunitari. Ha inoltre sottolineato la positiva esperienza in alcuni paesi europei che hanno intrapreso un processo di riforme simili, tra cui l’Italia come uno dei pionieri della riforma della salute mentale negli anni ‘60.

Il Ministro della Sanità Recep Akdag ha inoltre informato i media che, attraverso la creazione di una nuova rete di servizi territoriali di salute mentale, l’uso degli ospedali psichiatrici diventeranno presto storia. Portare i servizi più vicini ai bisogni delle persone consentirà agli utenti e alle loro famiglie di godere di maggiore sostegno, da parte degli operatori territoriali, nell’affrontare le difficoltà che derivano dal disturbi mentali rispetto all’istituzione centralizzata dell’ospedale psichiatrico.

Il piano d’azione è stato sviluppato da un team di esperti nazionali con il consiglio e in consultazione con la sede dell’OMS, Ufficio Regionale per la Regione Europa e l’Ufficio Paese in Turchia. Il Ministro ha ringraziato l’OMS per il suo sostegno e ha cercato un ulteriore sostegno per l’attuazione del piano d’azione.

 
 
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La battaglia del cavallo che liberò i malati di mente

La battaglia del cavallo che liberò i malati di mente

 
 
 

Marco Cavallo è una macchina teatrale di legno e cartapesta, dal colore azzurro: un’opera collettiva realizzata nel 1973 dentro il manicomio di Trieste, di cui era direttore Franco Basaglia. S’ispira a un cavallo in carne ed ossa, adibito al trasporto della biancheria nell’ospedale psichiatrico, che fu salvato dal macello. Divenne il simbolo della volontà di liberare i malati di mente da una psichiatria antiquata, fondata sulla reclusione, contro la quale Basaglia si batté fino alla riforma del 1978, che sancì la chiusura dei manicomi.

Claudio Magris a colloquio con Peppe Dell’Acqua

La lotta di Trieste contro i manicomi. Con la legge 180 è stato restituito il pieno diritto di cittadinanza ai degenti

Il 12 giugno 1972, il presidente della Provincia di Trieste riceve una lettera firmata «Marco Cavallo», in cui l’animale, che ha sentito l’odore del mattatoio cui è verosimilmente destinato, rivendica il diritto a un meritato pensionamento, dichiarandosi pronto a continuare a svolgere il suo lavoro, documentando la sua capacità di farlo e testimoniando la volontà di molti suoi amici umani, viventi nello stesso Ospedale psichiatrico di Trieste, di provvedere al suo sostentamento vita natural durante e di pagare alla Provincia la medesima cifra che ricaverebbe dalla sua vendita. Il 30 ottobre dello stesso anno la giunta provinciale di Trieste delibera la vendita del cavallo in dotazione dell’Ospedale psichiatrico dal 1959 e addetto al trasporto di biancheria, rifiuti di cucina e altro materiale, decidendo di sostituirlo con un motocarro.

È così che comincia la storia di Marco Cavallo, che non sarà venduto e non morirà, anzi continua a vivere e a galoppare per il mondo, portando in groppa il malato che ha scritto per lui quella lettera e molti altri suoi compagni di sventura. Diventerà il simbolo, ilare e picaresco, di quella liberazione che è stata la cosiddetta riforma Basaglia, la legge 180 che ha trasformato l’istituzione manicomiale e soprattutto la condizione di molti dei suoi degenti e che non sarebbe stata possibile senza l’impegno di tanti che hanno lottato per essa e di quel presidente destinatario della lettera di Marco Cavallo, Michele Zanetti.

Basaglia e i suoi colleghi che hanno condotto quella battaglia non hanno mai negato la malattia mentale né ceduto ad alcuna «ideologia». Non a caso alcuni rapporti nati, nel fervore della lotta, con l’abborracciato e facilone estremismo movimentista degli anni Settanta sono sfociati nello scontro avvenuto a Trieste nel settembre 1977 nel corso del terzo Reseau di alternativa alla psichiatria. Gli psichiatri basagliani (non solo loro, anche altri pure estranei al gruppo, ma soprattutto loro) hanno costretto a vedere quella realtà che ogni ideologia copre e mistifica: la realtà dell’essere umano e della sua sofferenza. Un malato non cessa di essere una persona, cui la Costituzione attribuisce dignità e inalienabili diritti civili. Non si riduce soltanto alla sua malattia; tutti sappiamo che un uomo malato di cancro non è un cancro. Invece il «pazzo» – parola vaga che indicava confusamente le cose più diverse, dalla malattia mentale al disadattamento sociale – era, per la sensibilità corrente, pressoché solo un’incarnazione della follia; non una persona, ma una malattia. Pure i fattori sociali chiamati in causa dalla nuova psichiatria non sono astrazioni ideologiche, bensì elementi che concorrono alla malattia; un cardiopatico è certo malato di cuore, ma se abita al ventesimo piano senza ascensore ciò contribuisce al suo male.

A testimoniare il carattere non ideologico della riforma è ad esempio la rivendicazione anche della punibilità del malato che commetta reati, perché la dignità comporta pure responsabilità e doveri. La questione della punibilità rimanda alle angosciose e arcaiche condizioni degli ospedali psichiatrici giudiziari. La commissione parlamentare presieduta dal senatore Marino, che ha visitato i sei ospedali psichiatrici che sono attivi e che trattengono ancora 1400 internati, ha riferito al presidente Napolitano, che ha pubblicamente espresso la sua pena, invitando la commissione e il Parlamento ad arrivare in tempi rapidissimi alla chiusura di questi ospedali.

Ma anti-ideologico è anche l’elemento giocoso, la capacità di creare momenti di festa e di inventare la vita anche nella dura guerra contro il dolore. Ne è una prova tangibile pure Marco Cavallo, il destriero azzurro come quelli di Franc Marc costruito da Vittorio Basaglia in un laboratorio corale di degenti, artisti, infermieri, medici e tanti amici. Quel cavallo ha iniziato a girare il mondo il 25 febbraio 1973, quando Franco Basaglia ha spaccato con una panchina di ghisa il muro di cinta dell’Ospedale psichiatrico triestino – il muro della reclusione – perché Marco Cavallo era così grande che non riusciva a passare attraverso l’uscita normale. Da allora sono cominciati i suoi viaggi nei più diversi Paesi, viaggi da cui nascevano spettacoli, poesie, incontri in cui i singoli contributi e le storie drammatiche da cui nascevano si fondevano in una creatività diffusa che sarebbe piaciuta a Novalis o a Lautréamont. È stato uno scrittore e poeta dalla fantasia metamorfica, Giuliano Scabia, a scrivere questa storia, in un libro affascinante e plurimo – scritto fra il 1973 e il 1976 e ora ripubblicato, Marco Cavallo. Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura (ed. Alphabeta Verlag, Merano, pp. 247, € 20) – che contiene pure testi di Franco Basaglia, Umberto Eco, e un racconto dei viaggi del corsiero azzurro, scritto da Peppe Dell’Acqua ed Elisa Frisaldi.

È a Peppe Dell’Acqua che chiedo, incontrandolo a Trieste, cos’è stato, cos’è, cosa potrà ancora essere Marco Cavallo. Direttore del Dipartimento di salute mentale, Dell’Acqua è stato ed è uno dei protagonisti più concreti, più vivi di quel percorso di liberazione. Rigoroso e ironico, autorevole e fraterno, consapevole della complessità di ogni destino che non è mai solo un caso clinico e insieme aperto alla misteriosa semplicità della vita, Dell’Acqua smentisce già con il suo modo di essere ogni «ideologia». Nel suo libro Non ho l’arma che uccide il leone ha raccontato con precisione e felicità narrativa l’avventura della rivoluzione psichiatrica, ascoltando tante voci prima inascoltate di chi non poteva parlare e cogliendone non solo il dolore o l’infamia che l’ha provocato, ma anche la sorgiva creatività, quella capacità d’infanzia e di favola che talora perfino la sventura e la violenza non riescono a soffocare del tutto.

Cos’è stato veramente, gli chiedo, Marco Cavallo, quale è stata la sua strada?

Dell’Acqua – Marco Cavallo è la storia della libertà riconquistata dagli internati. È il testimone di una restituzione: il diritto di cittadinanza a tutti i cittadini, anche se folli. È una grande straordinaria macchina teatrale che la visionarietà di Giuliano Scabia ha reso capace di testimoniare storie intense, singolari e collettive, felici e drammatiche. Testimone di una svolta epocale, il cavallo è l’evidenza della «possibilità» riaffermata contro il destino segnato e ineluttabile della malattia mentale, come di ogni altra condizione umana di oppressione, di fragilità, di limitazione di libertà. Forse è per questo che non ha smesso mai di viaggiare.

Magris – Quale è stato l’impatto di Marco Cavallo sui ricoverati, sul gruppo che vi ha lavorato, su chi invece se ne è tenuto in disparte? C’è stato qualche malato che lo ha rifiutato? Talvolta si ha comprensibilmente paura di uscire da una reclusione; la si desidera come si desidera la tana. Ci si rifugia nel disagio per sentirsi paradossalmente protetti dalla difficoltà di cercare la vita vera e dalla frustrante amarezza di non poterla raggiungere…

Dell’Acqua – Vedi, i matti non hanno costruito Marco Cavallo. Solo Dino Tinta, un paziente del reparto sudici, saliva sulla pedana e quando fu pronto il corpo del cavallo, non ci fu verso, volle entrare nella sua pancia. I matti hanno costruito qualcosa che faccio fatica a definire. Qualcosa di più duraturo. Hanno riempito la pancia del cavallo di storie e di desideri: l’orologio che Tinta desiderava più di ogni altra cosa, il porto con le navi e il capitano della giovinezza di Ondina, le tante agognate Marie, il paio di scarpe nuove… Quel 25 febbraio un corteo di più di 600 matti attraversa con il cavallo le vie della città. L’uscita non può che essere festosa e tuttavia contiene paure profonde. Sembra ora veramente possibile che si potrà andare per il mondo ognuno con la sua storia. Zoran Pangher non uscì quel giorno. Poco più di 40 anni, carsolino, colto, orfano, i genitori morti in un campo di concentramento nazista, in collegio prima e in manicomio dopo, si oppose a quella festa. L’ipotesi, soltanto l’idea, che il manicomio potesse finire lo terrorizzava. Nelle lunghe e rigorose discussioni cercava di dirci che a San Giovanni c’erano i matti veri e che Basaglia era incosciente se solo pensava che potessero vivere altrove. Solo quelli come lui, forse, che matti non erano, avrebbero potuto uscire. Anzi non avrebbero mai dovuto essere rinchiusi. Ma, aggiungeva, lui, perseguitato da sempre e da sempre impedito ad una sua normale vita, non poteva che restare in manicomio. Era suo diritto restarci. Quel cavallo con le sue promesse di libertà per tutti lo disorientava. Comprese che il manicomio veramente poteva sparire. La sua angoscia divenne incontenibile. Il bisogno di «certezza» di Zoran segnerà negli anni a venire il percorso difficile e durissimo del cambiamento.

Magris – Non c’è stato forse, in qualche momento, un pericolo di entusiasmo facile, l’illusione di aver risolto festosamente i problemi? Alcuni degli stessi psichiatri protagonisti della vostra battaglia come Rotelli, una delle figure guida, e alcuni pazienti si erano opposti alla sortita di Marco Cavallo, temevano che quello squarcio nel muro desse la falsa idea di aver creato il mondo nuovo, mentre le cose erano e talora sono ancora terribili.

Dell’Acqua – L’opposizione all’uscita del cavallo, quella animatissima e crudele discussione che per quasi tutta la notte del sabato precedente alla festa coinvolse Basaglia, che voleva l’uscita, gli artisti e tutti noi (anch’io, anche se capivo poco, volevo l’uscita) costruì un’altra immagine del cavallo: «l’animale della buona coscienza», così lo chiamò Rotelli. L’animale che avrebbe potuto mettere a tutti l’anima in pace davanti alle orribili condizioni del manicomio invece di denunciarle. Il compromesso fu un volantino che diceva degli internati, del lavoro degli infermieri, della lentezza del cambiamento di fronte ai bisogni violenti degli internati di casa, di lavoro, di relazioni.

Magris – Marco Cavallo ha creato spettacoli, poesie, favole, testi letterari, lirici e teatrali. Pensi che quell’esperimento – a parte il suo valore liberatorio terapeutico, che è la cosa più importante – possa incidere direttamente sul linguaggio letterario o, per poterlo fare, debba essere tradotto, filtrato da una scrittura letteraria, come nel libro di Scabia?

Dell’Acqua – Credo che il filtro del linguaggio letterario, della traduzione poetica, come tu dici, sia stato e sia utilissimo. È quasi banale citare Alda Merini, John Nash, il premio Nobel, nel racconto di A Beautiful Mind. E tanto altro ancora.

Magris – La storia di Marco Cavallo è finita o continua, e come?

Dell’Acqua – Il cavallo continua a correre senza sosta, nei più diversi Paesi, anche oltre oceano. Dovunque va c’è sempre qualcuno che deve dire, denunciare, domandare: …quando ero ricoverato, mi hanno legato per una settimana… io ho visto mio figlio dietro una porta chiusa per più di 15 giorni… mio padre è morto dopo una settimana che era legato a letto nel servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Cagliari… Viaggia per allontanare la smemoratezza che rischia di cancellare dal presente ogni traccia del passato profondo; per restituire ai giovani una storia che non hanno potuto sapere. Ha cominciato a fermarsi davanti ai servizi psichiatrici chiusi, vigilati da sgradevoli telecamere, dove le persone sono legate; davanti ai luoghi dove le persone muoiono di psichiatria, davanti al dolore degli ospedali psichiatrici giudiziari e delle carceri, davanti ai centri di salute mentale vuoti, sporchi e privi di significato, davanti alle cliniche private, private di senso, che privano le persone di futuro e di storia: cliniche e imprese sempre sostenute dai contribuenti con centinaia di milioni di euro che ogni anno bruciano al di fuori di ogni sensata politica di salute mentale senza produrre un briciolo di salute nel Lazio, in Piemonte, in Sicilia, in Lombardia, in Puglia, in Emilia Romagna.

È per questo che vuole continuare a correre.

LINK A LAVORI DI LAURA TUSSI

Nefer Shoa 18 febbraio alle ore 20.31 Rispondi
Ecco alcuni link delle ultime pubblicazioni o segnalazioni di Laura Tussi

Franco Basaglia e La Legge 180
http://www.facebook.com/topic.php?topic=13833&uid=61304223016

Un Centro Studi per educare alla Pace e alla Nonviolenza
http://www.facebook.com/topic.php?topic=13834&uid=61304223016

Solidarietà e Diritti Umani
http://www.facebook.com/topic.php?topic=13835&uid=61304223016

Il Pensiero delle Differenze
http://www.facebook.com/topic.php?uid=61304223016&topic=13572

Il Disagio Insegnante
http://www.facebook.com/topic.php?topic=13836&uid=61304223016

Per Non Dimenticare – primi appuntamenti
http://www.facebook.com/topic.php?topic=13838&uid=61304223016#!/topic.php?uid=61304223016&topic=13837

Il Disagio a Scuola…
http://www.facebook.com/topic.php?topic=13838&uid=61304223016

Buona serata a tutti
Nefer

COS’E’ LA SALUTE MENTALE? INCONTRO A TRIESTE (9-12 FEBBRAIO)

Trieste 2010: che cos’è “salute mentale”? – “What’s mental health?”

Tipo:
Rete:
Globale
Inizio:
martedì 9 febbraio 2010 alle ore 14.00
Fine:
venerdì 12 febbraio 2010 alle ore 13.30
Luogo:
Trieste, Parco Culturale San Giovanni

Descrizione

Incontro Internazionale organizzato dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda per i Servizi Sanitari n°1 Triestina

International Meeting organized by The Mental Health Department of the Healthcare Services Agency n° 1 Triestina

Per una rete mondiale di salute comunitaria

Towards a global network of community health

Official URL :http://www.trieste2010.net/

Programma :http://www.trieste2010.net/ita/doc/programma.pdf
Programme :http://www.trieste2010.net/eng/doc/programme.pdf

INVITE YOUR FRIENDS!!!!

Lo abbiamo chiamato Incontro perché non è un convegno.

Che cos ‘ è “salute mentale ” oggi ? Questo tema invita e sollecita chi vuole condividere il “rischio” di incontrasi e discutere con altri, diversi per storia, esperienza, contesto in cui operiamo e viviamo, tutte e tutti con l ‘ intenzione di scambiare e costruire insieme. Dai vari Paesi nascono ragionamenti e pratiche diversi e tuttavia interessanti nel loro insieme.

L ‘ incontro vuole essere perciò internazionale e un crocevia di storie, di azioni, di esperienze, di studi, di ricerche. Le offerte di riflessione sono molte e diverse tra loro. Trieste mette a disposizione luoghi, accoglienza e spunti per cercare un ‘ opportunità perché l’incontro accada.

Il Dipartimento di salute mentale dell ‘ Azienda sanitaria triestina, assieme alla Provincia e all ‘ Università di Trieste, alla Cooperazione sociale e al Comune, condomini del parco culturale di San Giovanni (l ‘ ex-manicomio), “apre le porte” per accogliere chi vuole intervenire, confrontarsi, discutere.

È un incontro autogestito e in buona misura autofinanziato (fatto salvo per l ‘ impegno degli operatori e l ‘ uso degli spazi pubblici), come forse non si usa più o come si deve sempre più spesso immaginare quando si vuole marcare un ‘ indipendenza di pensiero nel rispetto degli altri, anche e soprattutto delle differenze.

Chi verrà a Trieste in quei giorni di febbraio probabilmente freddi si aspetti calore, accoglienza e un gran benvenuto al ritrovarsi, al riconoscersi, al confrontarsi. Ci saranno istituzioni e istituzionalizzati, ricercatori e praticanti, pensatori e tecnici, lavoratori e cittadini, professori e studenti, familiari e persone con l ‘ esperienza.

 

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grazie