Campagna “LasciateCIEntrare”




 
La Campagna “LasciateCIEntrare” nasce a seguito del divieto di informazione nei CIE (Centri di identificazione e di espulsione) e nei C.A.R.A. (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) espresso nella circolare n.1305 del primo aprile 2011 firmata dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni…



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GIUSTIZIA, CARCERE, OPG : NEWS DA RISTRETTI.ORG

Ristretti Orizzonti, 11 ottobre 2012 Laganà: sovraffollamento ancora altissimo, iniziative in 12 città.”I provvedimenti adottati per ridurre il sov…


Tm News, 11 ottobre 2012 La velocità dell’iter parlamentare dei provvedimenti legislativi “dipende moltissimo dalla volontà politica”. Lo ha sottol…

Si uccide in carcere dopo la visita con lo psichiatra

 

 Discutine nel forum

 

Milano. Sabato mattina Alessandro Gallelli, 21 anni, si è sottoposto all’ultima seduta con il suo psichiatra. È tornato in cella, si è annodato la felpa al collo e si è impiccato. Accusato di 14 reati che vanno dalla violenza sessuale allo stalking nei confronti di alcune ragazze agganciate su Facebook, due delle quali minorenni, da 4 mesi era in carcere in attesa di giudizio e – afferma l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere – «aveva più volte denunciato di aver subito violenze».
Ora il suo nome aggiorna le fredde statistiche: sono 10 i detenuti che si sono tolti la vita da gennaio e 24 i decessi in carcere. Alessandro andava ripetendo: «Qui subisco angherie, ho problemi con gli altri carcerati». Il trasferimento nel reparto di psichiatria, dove si trovava in isolamento da fine gennaio, non l’ha salvato da se stesso. Il pm Giovanni Polizzi ha aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato né indagati, e ha deciso di acquisire una relazione della casa circondariale e la cartella sanitaria del Policlinico dove il giovane è arrivato in agonia. Per la famiglia Gallelli di San Vittore Olona – papà impiegato, mamma casalinga, un fratello maggiore e una sorellina – troppi sono i buchi neri nella morte di Alessandro. A cominciare dal fatto che sia stato trasferito dal sesto raggio, il cosiddetto ”protetti” dove è recluso chi è accusato di reati sessuali, al reparto psichiatria: «Era in isolamento senza che ce ne fossero le condizioni – sostengono i genitori – e soffriva molto perché era in una cella di due metri per due, dove entrava il freddo». Agli atti non figurerebbero al momento denunce del ragazzo sulle presunte violenze subite in cella. «Non ci risulta che possa essere stato vittima di abusi – rilevano i vertici del carcere – e non sembrava un soggetto a particolare rischio».
Anche se il suo percorso è abbastanza tormentato. «Un giovane fragile con problemi a relazionarsi con gli altri», lo ricorda il suo avvocato Giuseppe Lauria. A marzo di un anno fa è stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio, il referto evidenziava problemi di asocialità e al medico il ragazzo aveva detto di consumare saltuariamente marijuana.
FONTE: Il Mattino del 21/02/12

Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri

Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri

 
 
 

copdi Korallina

Nonostante il titolo, “Quando hanno aperto la cella” (Il Saggiatore 2011, pagg. 243, euro 19) non è un libro sul carcere. Chi lo dice è Luigi Manconi, sociologo, già senatore, sottosegretario di Stato alla Giustizia e garante dei diritti delle persone private della libertà, che con Valentina Calderone, economista ricercatrice, lo ha scritto.

«Un pugno nello stomaco», si legge nella Prefazione di Gustavo Zagrebelsky, assestato a suon di storie, racconti di vita e di morte, di donne e di uomini vivi, entrati in quel braccio di ferro «tra chi dispone della forza e chi ne è a disposizione» – per uscirne morti. Non importa se colpevoli o innocenti; se dalla camera di sicurezza di un carcere, dalla finestra di una questura, dal cortile di un ospedale psichiatrico giudiziario o dal parco sotto casa. Vite umane, spesso giovani, giovanissime, di cui poco o niente sappiamo; riportarle alla luce, è ciò che vuole e dichiara, fin dal sottotitolo “Stefano Cucchi e gli altri”, il libro. Il cui tema, avvisa nelle pagine introduttive l’ex presidente della Corte Costituzionale, è altamente politico.

«Politico perché riguarda il fondamento stesso della politica», ci spiega Manconi, «ossia il rapporto tra il cittadino e lo Stato, quella questione fondamentale della tutela dei diritti, delle garanzie, delle prerogative di tutti i cittadini, qualunque sia la loro condizione, anche di essere privati della libertà. Lo Stato trova la sua legittimazione morale e giuridica nel patto che stringe con i cittadini. Sta a dire che può chiedere al cittadino lealtà e ubbidienza fino a quando ne garantisce l’incolumità. E che diviene ancora più impegnativa e vincolante quando il cittadino si trova nelle mani dello Stato: in quel momento la sua vita è sacra. Scriviamo il libro perché la sacralità della vita del cittadino viene ripetutamente violata, subisce strappi, abusi, illegalità. Documentiamo questa rottura a opera dello Stato del patto stipulato con i cittadini. Peggio, si è reso responsabile di un attentato alla loro incolumità».

Da Giuseppe Pinelli fino a Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Stefano Gugliotta e gli Altri. Non tutti, non basterebbe una vita a comporre la Spoon River di queste morti, che accadono con una frequenza tale da «non poter escludere una vera e propria strategia dell’abuso e della sopraffazione». Quarant’anni fa come oggi, «quando la crisi del sistema della giustizia e del welfare», prosegue Manconi, «ha portato a sostituire il sociale con il penale. Facendo del carcere, e di ogni altro luogo di privazione della libertà (un Cie, un Opg, gli stessi reparti detentivi degli ospedali), la principale agenzia di stratificazione sociale. Se guardiamo la popolazione detenuta, esclusi i criminali di media e alta pericolosità, tutto il resto – la stragrande maggioranza – è povertà, dipendenza, immigrazione, malattia. Persone ai margini e spesso oltre i confini del sistema dei diritti di cittadinanza, in balia delle istituzioni di controllo e della sindrome securitaria».

Un “j’accuse” impietoso, il libro, e che malgrado l’incomunicabile violenza, lo strazio da cui muove e di cui è intriso, non restituisce disperazione. «Il nostro non è un atto di denuncia generalizzato e indistinto», dicono gli autori. «È una precisa presa di posizione basata su fatti, circostanze, nomi e cognomi. Atti giudiziari, referti clinici, perizie autoptiche, interviste ai parenti. Ma mai abbiamo detto, né lo hanno detto Ilaria Cucchi o la mamma di Katiuscia o l’amico di Pino Uva: buttiamo le bombe sulle prigioni, sciogliamo l’arma, diamo fuoco alle caserme. Né d’altro canto, il tono necessariamente emotivo reso dalle testimonianze dei familiari, in virtù di una chiara opzione narrativa, è quello della ragione del cuore contro la ragione di stato. È la determinazione di un cittadino che, a partire dalla consapevolezza di quello strazio, ingaggia una lotta – parola così estranea in apparenza, politica e democratica insieme, per affermare la propria piena cittadinanza».

Una lotta il cui punto di partenza è bene riassunto nel titolo del libro “Una storia quasi soltanto mia” di Licia Pinelli, moglie del “ferroviere anarchico” di Milano. La prima di una lunga teoria di spose mamme sorelle figlie «che hanno scelto di trasformare la tragedia più intima in una risorsa pubblica. Donne che hanno tradotto l’inaccettabile perdita dei loro cari», conclude Calderone, «in domanda di verità e giustizia, da perseguirsi all’interno della legalità».

LE PRIGIONI MALATE – Rapporto dell’Osservatorio di Antigone

LE PRIGIONI MALATE – Rapporto dell’Osservatorio di Antigone

 
 
 

Si intitola “Le prigioni malate” l’ottavo rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione, a cura dell’Osservatorio Antigone, che ha analizzato 206 istituti di pena sul territorio nazionale.
I detenuti presenti al 30 settembre 2011 sono 67.428 a fronte di una capienza regolamentare di 45.817. Tra gli istituti più affollati c’è Lamezia Terme che non dovrebbe superare le 30 presenze, mentre al 30 giugno 2011 vi erano 91 detenuti; poi c’è Canton Monbello di Brescia che sulla carta possiede 206 posti e nella realtà ospita 532 detenuti, seguito da San Vittore che ha una capienza di 712 persone, mentre ne contiene 1.635. E così via dal Nord al Sud, passando per Varese, Treviso, Firenze, Reggio Calabria, Foggia, dove sono in 705 e dovrebbero essere al massimo in 371. Il tasso di sovraffollamento medio, pari al 147%, è il più alto d’Europa.
Il Rapporto di Antigone mette a confronto la situazione delle nostre strutture detentive con quelle degli altri paesi europei. I dati che Antigone riporta sono forniti da Space (Statistiques Pénales Annuelles du Conseil de l’Europe), un sistema di monitoraggio del Consiglio d’Europa sulla condizione della detenzione e il sistema delle pene nei 47 stati membri.
Il primato (in negativo) e le anomalie del sistema italiano riguardano ben quattro aspetti: il tasso di sovraffollamento, il tasso di criminalità, il numero di detenuti per reati legati alla droga, le persone in misura alternativa.
Al 1° settembre 2009 il tasso di sovraffollamento in Italia era del 148% (grosso modo analogo a quello attuale), in Francia del 123,3% in Spagna del 141%, nel Regno Unito del 98,6% e in Germania del 92%. In questi ultimi due paesi, quindi, si contavano meno detenuti della capienza massima, un dato in linea con la media europea che è del 98,4%. Paradossalmente, però, il tasso di criminalità del nostro paese è di molto inferiore a quello di Germania e Regno Unito: in Italia su 100.000 abitanti si registrano circa 4.500 reati contro gli 8.400 della Germania e 7.436 della Gran Bretagna. Ciò vuol dire che in Italia il carcere viene considerato il principale, se non l’unico strumento utilizzato per scontare una condanna, ma anche per aspettare una sentenza (i detenuti in attesa di un pronunciamento definitivo sono 28.564). Altrove non è così.
Da noi, inoltre, si scontano nelle celle i reati previsti dalla legge sulle droghe in percentuale molto più alta che in altri stati: in Francia il 14,5% dei detenuti, in Germania e nel Regno Unito il 15%, in Spagna il 26,2% mentre in Italia circa il 37%, stando ai dati del 2009.
Altro primato negativo riguarda il ricorso alle misure alternative. L’istogramma che mostra il confronto con le altre nazioni europee è quasi grottesco: la colonnina dell’Italia con i suoi soli 13.383 casi si stacca a mala pena da terra, mentre quelle di Francia, Germania e Regno Unito svettano a tutt’altra altezza. Nel 2009 sono stati 123.349 i detenuti francesi che hanno scontato la pena fuori dalle mura carcerarie, 120.000 i tedeschi, 197.000 nel Regno Unito.
Qui da noi, poi, accade che ogni tribunale di sorveglianza segua le proprie abitudini. Un interessante capitolo del Rapporto è dedicato all’analisi dell’atteggiamento di undici tribunali nei confronti di quattro misure alternative previste dalla normativa: l’affidamento in prova ai servizi sociali, l’affidamento terapeutico, la detenzione domiciliare e la semilibertà. Le risposte variano moltissimo da città a città. Può accadere che il tribunale di Napoli accolga solamente l’11% delle richieste di affidamento ai servizi sociali, mentre quello di Milano il 39,43%. O che Perugia e Venezia concedano la semilibertà in percentuale decisamente maggiore (20% e 18%) rispetto a Napoli, Roma e Torino (circa l’8%). È un fenomeno noto ai sociologi del diritto come local legal culture: i tratti culturali tipici di alcuni luoghi possono determinare le scelte dei magistrati. Con il risultato che il destino di un detenuto dipende anche dal carcere in cui si trova.

Per approfondimenti:
SINTESI DEL RAPPORTO

 

grazie

dietro le sbarre un inferno ignorato

 Ristretti – Carcere

CARCERE – RICEVO E GIRO

Ricevo e giro (ovviamente non posso dare garanzie perchè non conosco lo scrivente)

Paolo

rocco ha scritto un nuovo commento in risposta al tuo post http://paoloteruzzi.myblog.it/archive/2009/10/23/ristretti-orizzonti-il-giornale-del-carcere-di-padova.html nel tuo blog SOCIALE (e informazione) IN RETE:

“siamo un pò di imprenditori di Padova e anche di italia stiamo creando un srl di garanzia al credito io penso che sarebbe interressante far partecipare pure i detenuti che lo desiderano.Cosi da poter avere una possibilità in piu quando usciranno. Sono uscito pure sul PADOVA del 19/10/2009 con un’articolo .

GRAZIE rocco Email: geometraroccoruotolo@libero.it”