RIPARTE IL FUTURO

senza corruzione

RIPARTE IL FUTURO

Ciao Paolo

Grazie alla tua firma stiamo dando voce alle migliaia di cittadini che vogliono combattere la corruzione. Ma dobbiamo fare di più: dobbiamo raccogliere altre firme per essere sicuri che al primo momento utile il Parlamento rispetti l’impegno preso con tutti noi. 

 

Ecco due modi con cui puoi fare la differenza:

 

1) VIA MAIL

Invita i tuoi amici scrivendogli via posta elettronica. Messaggio da inoltrare alla tua rubrica: 

 

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Ciao!

 

Ho firmato la petizione di Riparte il futuro contro la corruzione. Entro i primi cento giorni di attività parlamentare dobbiamo riuscire a cambiare la legge contro la corruzione. 

È importante ed urgente. Firma anche tu anche tu su http://www.riparteilfuturo.it/

 

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2) CON FACEBOOK E TWITTER

Condividi ora con i tuoi amici l’appello video di Don Ciotti:

donciotti.png

“I primi 100 giorni del nuovo Parlamento stanno volando via. Dobbiamo fare in fretta e modificare il voto di scambio. È un primo passo importante, per arrivare a una legge sulla corruzione più forte e incisiva. Non ci possiamo fermare, dovete contaminare, interloquire con quei politici che hanno scelto di giocare a carte scoperte. Riparte il futuro deve diventare la vostra voce, il nostro punto di riferimento, uno strumento che entra nelle nostre coscienze. Questo sito ci accompagnerà in questa grande scommessa, che ci serve per voltare pagina.”

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PADRE PINO PUGLISI, UCCISO OGGI DALLA MAFIA

Ti invio un intervento del senatore Giuseppe Lumia, in ricordo di don Puglisi, pubblicato da “Liberainformazione”.
Ciao a presto.
Paolo Borrello

Padre_Pino_Puglisi.jpg

Il 15 settembre del 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, davanti al portone di casa veniva ucciso dalla mafia, per mano del killer Salvatore Grigoli, don Pino Puglisi. Una figura a me molto cara, che mi ha accompagnato da giovanissimo nel mio impegno associativo in Azione Cattolica e nel volontariato. Con lui in particolare, insieme a tanti altri giovani universitari, ho trascorso uno dei periodi più intensi e significativi della mia vita quando don Pino era assistente del gruppo Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) di Palermo ed io il presidente. Ci accumunava l’idea che la scelta religiosa non potesse e non dovesse essere interpretata come una delimitazione di campo, ma piuttosto un modo di essere e di agire in tutti gli ambiti della realtà, nessuno escluso: dal culturale al sociale, dall’economico al politico. Secondo lo stile dell’incarnazione, del dialogo, della condivisione, della ricerca comune di ciò che favorisce lo sviluppo integrale della persona umana.

Di don Pino ci colpiva la capacità di mettersi subito in relazione con chi incontrava e di attivare immediatamente energie ed entusiasmo attorno ad un’idea, ad un progetto. La sua fede si traduceva in un impegno quotidiano al servizio della persona e della comunità. Tanto mite e umile, quanto tenace e determinato, non conosceva ostacoli quando si trattava di salvaguardare la dignità dei più deboli ed emarginati, soprattutto se bambini. Trasferito nella parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, iniziò un importante lavoro con i ragazzi e le famiglie del quartiere. Brancaccio era, ed è ancora, una delle zone a più alta densità mafiosa della città. Uno di quei quartieri a rischio, dove i giovani possono cedere facilmente al richiamo criminale di Cosa nostra. Qui il degrado economico e sociale, infatti, rappresenta il brodo di coltura ideale della mafiosità e dell’illegalità.

In un posto abbandonato dallo Stato, dove tutto viene controllato dalle famiglie mafiose dei Graviano, don Pino irrompe con la sua semplicità, il suo sorriso dolce, il suo amore per la giustizia, la legalità, la solidarietà. La scelta religiosa si fa impegno per un’opera di evangelizzazione e promozione umana volta ad ottenere diritti e non favori, a far sì che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, ad aiutare la gente a liberarsi dal giogo mafioso che umilia e abbrutisce. Si rifiuta di far gestire le feste patronali ai boss che fino ad allora decidevano orari, spettacoli, fuochi d’artificio. Durante le omelie, di fronte agli stessi mafiosi seduti sui banchi della parrocchia, don Pino parla della necessità di ribellarsi alla mafia perchè contro le persone ed il Vangelo.
Con il Centro Padre Nostro don Pino voleva dare ai giovani la possibilità di un posto sano dove giocare, fare sport, studiare e crescere insieme agli altri: un percorso di crescita ed emancipazione da un contesto arido e negativo, dove fino ad allora ai ragazzi non era stata offerta nessuna alternativa.

Per la mafia, il Centro e l’opera di Padre Pino Puglisi rappresentavano un’insidia. La mafia ha paura dell’istruzione e dell’educazione più di quanto ne abbia del carcere. Don Pino aveva scardinato un sistema culturale, aveva messo in crisi quello che gli studiosi chiamano il “sentire mafioso”. Nessuno poteva permettersi di insidiare il dominio di Cosa nostra, neanche un prete.
Quando il 15 settembre del 1993 ricevetti la notizia dell’assassinio di don Pino per me fu un colpo durissimo. La rabbia e lo scoramento però non ebbero il sopravvento e non poteva essere altrimenti dati i suoi insegnamenti. Oggi il ricordo di don Pino è una memoria feconda che ci spinge a non perdere mai la speranza, a fare ognuno la nostra parte fino in fondo, perché come ripeteva don Pino “se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…”.

Don Ciotti, 35 anni di rivoluzione

– Chiese e Religioni – Good news –
Grazie al cielo la Chiesa non è fatta solo da cardinali Sepe, Bagnasco ecc.
C’è anche, come don Ciotti, come Alex Zanotelli, come il cardinale Pellegrino, chi “si sporca le mani”, chi sta con gli “Ultimi”
Buon compleanno al Gruppo Abele anche da parte mia.

Enrico
Dal sito di Megachip

Mi associo (e me la tiro un pò perché feci venire Don Ciotti, già sotto scorta, ad una festa della mia associazione AMI quasi una ventina di anni fa!). Paolo
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Don Ciotti, 35 anni di rivoluzione

da antimafiaduemila.com
Grazie al Gruppo Abele i tossicodipendenti non sono più criminali ma “uomini da ricostruire”. Il sereno e carismatico cardinale Michele Pellegrino si affacciò alla tenda e poi vergò poche righe di telegramma per il presidente della Repubblica Giovanni Leone.

La città inspirò appieno la forza di quei giovani raccolti intorno a un sacerdote «di strada», come si diceva allora: 28 giugno 1975, piazza Solferino, ippocastani, la fontana Angelica e una battaglia contro la criminalizzazione dei consumatori di droga. L’opera di informazione e pressione avviata da don Luigi Ciotti e dal Gruppo Abele divenne una legge dello Stato, la 685, promulgata il 22 dicembre dello stesso anno. I tossicodipendenti non più banditi da arrestare ma gente in difficoltà da accogliere, seguire e ricostruire.

Alla data del 28 giugno sono passati 35 anni e il Gruppo Abele non si celebra, anzi si offre come allora, soltanto che quella di tenda di tela sulla piazza è diventata, dice don Ciotti, «una tenda tecnologica – accessibile, mobile, leggera, perché non sia d’intralcio al cammino – per diffondere oggi quello stesso bisogno di un sapere che non pecchi di superficialità, quella stessa capacità di tradurre la profondità in parole semplici, parole di vita e di speranza». La tenda tecnologica è il nuovo sito del Gruppo, con un «bottone SOS» per emergenze, richieste d’aiuto, poi aggiornamento delle notizie di rilevanza sociale, rassegna stampa, galleria di foto, video e audio, accesso alla banca dati, al catalogo della Biblioteca del Centro Studi e Ricerche (28 mila volumi), gli indici delle riviste («Animazione» e «Narcomafie»).

Non celebrazione, ma filosofia che prosegue. Quegli Anni ’70 erano quelli dell’eroina che entrava nelle case e nelle vene, devastava le famiglie, soffocava vite per overdose. Nel 1973 il Gruppo Abele inaugurò in via Verdi, centro storico, il «Molo 53», primo spazio del genere per l’accoglienza, aperto 24 ore su 24. Don Ciotti: «Lo gestivamo con alcuni generosi medici contrari a una legge che li obbligava tra l’altro a denunciare i tossicodipendenti».

Comprensione, che non vuol dire alibi o pacca sulla spalla ma punto di riferimento. La Tenda nasce sul solco di quell’impegno. E Luigi Ciotti ricorda sì i messaggi di associazioni, medici, magistrati, ma soprattutto che «arrivò tanta gente», che guardava quei ragazzi sdraiati in uno sciopero della fame non per sé ma per un principio educativo e di recupero. I detenuti del vecchio carcere «Le Nuove» volevano un incontro e il 2 luglio poterono narrarsi.

L’arcivescovo monsignor Pellegrino, pastore della città dei credenti e dei laici, è ritratto mentre si china a scrivere quello che per il presidente Leone divenne più che un invito un monito umilmente imperioso. Il quarto Governo Moro (Dc-Pri), vicepresidente Ugo La Malfa, ministro dell’Interno Luigi Gui, della Giustizia Oronzo Reale, della Sanità Pietro Gullotti, varò la legge 685 nella quale «finalmente si considerava il consumatore di droga una persona e non un delinquente» e si creavano i «servizi pubblici dove alla dimensione strettamente sanitaria si associavano competenze psicologiche, sociali ed educative».

Nascevano quelli che oggi sono i Sert, fiorivano le comunità – spesso con confini ardui tra aiuto, liberazione di un peso per la famiglia, business – e una cultura della persona.

Il Gruppo Abele, capostipite (simbolica la cascina di Murisengo, nel Monferrato), correva avanti. La prima cooperativa, poi le altre, per i tossici come per gli ex detenuti in generale, un’occasione di crescita che non si arrende a delusioni improvvise. Il messaggio è nitido: non basta togliere dalla sostanza e dalla vita ai margini, si ricostruisce la persona.

Ma la Storia che da domani si respirerà nel nuovo sito si fonda su una convinzione: d’accordo occuparsi del singolo in difficoltà, ma il singolo non è soltanto l’acquirente dello sciagurato che vende eroina (oggi, più cocaina, anfetamine, sintesi chimiche sempre più alterate), il singolo è il terminale di un crimine organizzato potente, mescolato ai poteri economici e politici. Chi devasta una vita o una famiglia? Il piccolo spacciatore o mafie come la ’ndrangheta che, scrive il procuratore della Dda calabrese Nicola Gratteri, ha un incasso annuo di 44 miliardi di euro, il 2,9% del Prodotto interno lordo?

Qui prosegue la fiducia della tenda di piazza Solferino. Ciotti: «Da allora tante cose sono cambiate. Gli stili di consumo come il volto delle dipendenze, che oggi richiedono nuovi strumenti». Ma il grande traffico è quello che la tenda telematica ci farà vedere senza sosta. Nacque «Narcomafie», il giornale sulla realtà internazionale, poi si è imposta l’associazione «Libera» e da qui la legge che alle organizzazioni criminali dispensa, oltre al danno, la peggiore offesa: il sequestro dei beni che – salvo tranelli o inganni – devono essere tutti sfruttati contro chi li aveva accumulati.

Sotto quella tenda, in effetti, nasceva l’attenzione, come in via Verdi, la rivalutazione degli individui e la sfida vera contro la morte e la rovina organizzate su scala internazionale. Ciotti: «Oggi abbiamo più che mai bisogno di conoscenza autentica, di evitare semplificazioni e parole di circostanza. L’accoglienza è la nostra anima, ma abbiamo sempre scommesso sull’importanza della cultura per cambiare le cause della povertà e dell’esclusione».

Tratto da: antimafiaduemila.com

Fonte: La Stampa

DON CIOTTI: “I corleonesi sono cugini dei bergamaschi”

DA BERGAMO NEWS
L’incontro – Dibattito su mafia e legalità in Seminario tra gli studenti orobici e il fondatore di Libera, che pesca una provocazione nella storia: “Nel 1237 da queste terre partì una migrazione verso la Sicilia e i luoghi che poi diedero i natali a Riina e Provenzano: nord e sud sono la stessa cosa”.
Don Ciotti: “I corleonesi discendono dai bergamaschi”
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“I corleonesi sono cugini dei bergamaschi”. Don Luigi Ciotti pesca una provocazione nella storia per lanciare il suo messaggio. Gli studenti, arrivati in Seminario a centinaia per partecipare all’incontro sulla legalità organizzato dall’Ufficio scolastico di Bergamo e dalla consulta studentesca, si sentono subito spiazzati e ascoltano senza fiatare. 
“Nel 1237 – spiega il sacerdote fondatore di Libera, la rete di associazioni che si batte contro le mafie – ci fu un flusso migratorio da Bergamo e Brescia verso la Sicilia e Corleone, terra di tanta gente onesta ma anche di Riina e Provenzano. Questo per dire che nord e sud sono la stessa cosa e che tutti allo stesso modo dobbiamo batterci contro ingiustizie e violenze. Ognuno deve fare la sua parte”.
La sua, don Ciotti la fa dal 1972, quando il vescovo Michele Pellegrino lo ordinò sacerdote: “Per me fu come un padre. Quel giorno, davanti ai ragazzi del carcere minorile e agli emarginati, che assistevo da anni con il gruppo Abele, disse: la sua parrocchia sarà la strada. Don Ciotti è nato con voi e io ve lo lascio”. Vent’anni dopo, alla compassione per l’altro si affiancò la passione civile. “Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio arrivò il momento di impegnarsi anche nel contrasto all’illegalità:
nacque Libera. Oggi conta 1500 associazioni in tutta Italia, siamo presenti in 30 nazioni d’Europa. La mafia è diventata globale, noi abbiamo globalizzato l’impegno e la solidarietà”. 
Intervistato dai ragazzi della consulta studentesca, don Ciotti impartisce soprattutto una lezione: bisogna aprire gli occhi. “Oggi tutto avviene in superficie, tutto è per sentito dire, tutte le conoscenze sono di seconda mano. E’ questo il peccato del sapere. A voi dico di scendere in profondità, di conoscere le cose in maniera diretta. E se incontrate uno che sa tutto, che non ha dubbi, salutatelo e cambiate strada”.
Parla con enfasi, don Ciotti, dentro le parole ci mette grinta, quasi furore. “Riempite la vita di vita, non spendetela in egoismi e individualismi. La malattia mortale della nostra società è la rassegnazione, il dire che non cambierà mai niente. Invece il cambiamento siamo noi”.
Poi punta dritto al cuore del problema: “La mafia non è solo al sud. Sapete dove investe i soldi guadagnati in modo illecito?Al Nord, in Lombardia. Dove gestisce il traffico di droga e molti altri affari sporchi: la lista è interminabile”. Bisogna vigilare, per “tenere fuori la mafia da questo vostro territorio”, come spiega Francesco Galante di Libera Terra. Il provveditore Luigi Roffia avvisa: “Ci sono illegalità e prevaricazioni anche nel nostro piccolo, bisogna riflettere e guardarsi dentro”. 
Ma è ancora don Ciotti a mettere bene a fuoco il concetto: “Oggi parliamo di legalità, ma il nostro obiettivo non può essere questo: la legalità è la condizione minima, il traguardo è la giustizia, la realizzazione dell’uguaglianza tra le persone. E la giustizia inizia dalla prossimità, dall’ascolto. Tutti dobbiamo rispettare le regole:
non basta la legalità sostenibile, quella che rispettiamo solo quando ci fa comodo”. 

DON CIOTTI: “AIDS – ANCHE L’INDIFFERENZA E’ UN VIRUS”

Paolo Borrello ha inviato un messaggio ai membri di Sosteniamo Don Luigi Ciotti e le sue attività.

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Oggetto: Aids, Don Ciotti, “Anche l’indiffernza è un virus”

Ti invio una nota dell’ufficio comunicazione del gruppo Abele, di Manuela Battista, in cui è contenuta una dichiarazione di don Ciotti.
Ciao a presto.
Paolo Borrello

Di Aids si parla sempre meno anche se nel mondo sono 33 milioni le persone colpite dalla malattia, di cui i due terzi nell’Africa subsahariana. La medicina fa progressi, ma non arriva dove il virus è più diffuso, perché l’accesso alle cure non è garantito a tutti. Al Gruppo Abele la celebrazione della giornata mondiale dell’Aids.
Di Aids si parla sempre meno. Una constatazione che viene ribadita a più voci nella giornata mondiale della lotta alla malattia, che quest’anno si celebra per la ventunesima volta. Rispetto ai battages degli anni Ottanta e Novanta, il dibattito e le campagne informative di oggi risultano smorzate, un atteggiamento non confortato dai dati, ricordati per il Piemonte dall’assessore alle Pari opportunità e politiche giovanili del Comune di Torino Marta Levi, nel corso del convegno organizzato all sede dell’associazione Gruppo Abele: «Nel 2008 – ha spiegato l’assessore Levi – ci sono state 322 nuove diagnosi di Aids in Piemonte e il 66% delle infezioni è stata causata da rapporti sessuali non protetti. Circa un terzo delle nuove diagnosi arriva troppo tardi, quando le cure hanno meno efficacia. Siamo di fronte a un calo di attenzione e a una insufficienza nella conoscenza che investe tutte le fasce d’età e che vanifica gli sforzi della medicina nel contenere l’infezione del virus».
Ma al di là della malattia, c’è un altro virus da combattere, quello dell’egoismo e dell’indifferenza, come ha sottolineato don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele: «Siamo di fronte a una crisi dei diritti, dell’etica e della politica che giustifica con la mancanza di denaro prodotta dalla crisi economica l’egoismo con cui si tagliano le risorse nelle politiche sociali e di sostegno alle fragilità. E questo avviene sia a livello mondiale, con la promessa mancata fatta dalla Comunità internazionale nel 2005 di assicurare l’accesso alle cure anche ai Paesi poveri, sia a livello locale, dove è necessario investire di più sulle politiche sociali».
Nel mondo sono 33 milioni le persone colpite dalla malattia, di cui due terzi nell’Africa subsahariana. L’accesso alle cure, lungi dall’essere universale, raggiunge solo il 42% di chi ne ha bisogno.
In una condizione politica, sociale ed economica difficile tuttavia, non è possibile dimenticare chi ha bisogno, ma al contrario – come ha ricordato don Ciotti – «è necessario sentire la necessità di fare di più, anche nel ricordo delle tante persone che abbiamo salutato, nelle nostre accoglienze, sconfitte dalla malattia. Anche a loro, alle storie che ci portiamo dentro, dobbiamo il nostro sforzo e il nostro impegno quotidiani».
Centrale nella cura delle persone colpite dalla malattia è la costruzione di relazioni, caratterizzate dal reciproco riconoscersi, dall’ascolto faccia a faccia, dall’annullamento delle distanze: «questo è vero negli ospedali, nelle nostre comunità – ha proseguito Ciotti -, ma più in generale in ogni altro luogo in cui si instaura una relazione».
“L’altro” come elemento fondamentale nell’affrontare la malattia, come ha sottolineato il vice presidente del Gruppo Abele Leopoldo Grosso: «Se l’altro non mi giudica, mi è vicino, si instaura un legame reciproco riconoscimento». L’io pone allora al centro della relazione il bene dell’altro e questo legame crea fiducia e consente alla persona di progettare percorsi di vita, oltre la malattia.
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DON CIOTTI: I BENI CONFISCATI SONO COSA NOSTRA

Firma l’appello: “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra” di don Luigi Ciotti
post pubblicato in Mafie, il 25 novembre 2009

Con l’emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria l’impegno preso con la legge 109/96 rischia di essere tradito. La proposta potrà permettere la vendita dei beni confiscati che non riescono a essere destinati entro tre o sei mesi. Firma l’appello di libera
Firma l’appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell ‘impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

Per aderire all’appello clicca qui
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780


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