Don Paolo Farinella: Lo “sgomento” all’acqua di rose del cardinale Bagnasco


– Chiese e Religioni –
Chiese e religioni
Coem al solito la distanza tr achi ogni giorno cerca di seguire gli insegnamenti del vangelo tra i più umili e chi predica dall’alto c’è una distanza abissale!
Ciao
Fabio

segnalato da Paolo (grazie)
 
Da http://domani.arcoiris.tv/lo-%E2%80%9Csgomento%E2%80%9D-all%E2%80%99acqua-di-rose-del-cardinale-bagnasco/

Ha parlato, ma non detto, in modo che tutti possano interpretare le sue parole secondo la convenienza. La soddisfazione del ministro Sacconi per la botta chiara alle inchieste dei giudici. Invitare alla sobrietà un satiro è come invitare un pedofilo in un asilo infantile

Lo “sgomento” all’acqua di rose del cardinale Bagnasco

27-01-2011 di don Paolo Farinella

Mi stupisco dell’unanimismo dei giornalisti della tv e della stampa che vedono nel discorso di Bagnasco un «severo monito a Berlusconi… un forte attacco». Ho letto tutta la prolusione al consiglio permanente della Cei (Ancona, 24 – 27 gennaio 2011) e sono rimasto «sgomento» dello «sgomento» del cardinale. Hanno ragione i cortigiani di Berlusconi a negare che il prelato si riferisse al capo del governo o alla maggioranza: «un discorso alto rivolto a tutta la classe dirigente e non solo», commenta il ministro fra’ Sacconi. Come dargli torto? E’ la pura verità. Chi legge il discorso senza conoscere i retroscena non solo non capisce niente di quello che accade, ma non capisce affatto le parole di Bagnasco.

Poco più di 6.500 parole sparpagliate in sette paragrafi e 15 pagine sono servite al cardinale Bagnasco, presidente della Cei, per dare una carezza al cerchio di Berlusconi e un colpo alla botte dei giudici, pretendendo di avere anche la moglie ubriaca. Senza mai nominare espressamente l’uno o gli altri, nel più rigoroso stile clericale che si ammanta di retorica fumosa, l’eminenza non quaglia niente. Il cardinale aveva promesso di parlare in «consiglio permanente», suscitando attese e per una volta facendo stare Berlusconi sulla graticola un par di giorni. Alla fine ha fatto i gargarismi di acqua e alloro o come scrive una mia amica «all’acqua di rose». Lo stile del linguaggio è il solito, àulico, infarcito di domande retoriche, incisi, citazioni e autocitazioni: un discorso «decoupage» senza anima e senza sentimenti. «Dico/non-dico – alludo/non alludo – punzecchio/ accarezzo». Ha parlato, ma non ha detto perché tutti possano interpretarlo a modo loro, però ha parlato «in sede istituzionale». Il metodo Veltroni ha fatto scuola. Le sue parole al vento sono un invito stantìo a tutti e non direttamente connesse con «i fatti del giorno». Si sa, i preti sono tanto abituati a parlare di eternità che non riescono proprio a vedere l’orizzonte di casa.

Benedetto XVI è citato 13 volte, la parola «papa» 7 volte, Dio 5 in forma assoluta e volte e 4 in espressioni improprie, Gesù e Vangelo 1 volta ciascuno. Questo è l’orizzonte di riferimento. E’ difficile trovare affermazioni basate su «soggetto, predicato e complemento». La gravità tragica in cui versa il Paese esigerebbe una presa di posizione non equivoca e limpida sullo schema morfosintattico «soggetto, predicato e complemento» del tipo: «Silvio Berlusconi (soggetto) è (copula, per restare in argomento) un porco (predicato nominale). Noi (sogg.) vescovi (apposizione del sogg.) chiediamo (pred. verbale) le dimissioni (compl. ogg.) del presidente (1° compl. di specificaz.) del consiglio (2° compl.o di specificaz.), Silvio Berlusconi (compl. denominativo, appositivo del 1° compl. di specificaz.)».

Invece saltellando per monti e colline, con volto burbero e tisana calmante incorporata, il cardinale s’inventa addetto meteorologico: «nubi ancora una volta preoccupanti si addensano sul nostro Paese» (p.1 premessa). Bisogna aspettare ben 10 pagine e arrivare al punto 5 per leggere questa prosa prosaica:

«La desertificazione valoriale ha prosciugato l’aria e rarefatto il respiro. La cultura della seduzione ha indubbiamente raffinato le aspettative ma ha soprattutto adulterato le proposte. Ha così potuto affermarsi un’idea balzana della vita, secondo cui tutto è a portata di mano, basta pretenderlo. Una sorta di ubriacatura, alle cui lusinghe ha – in realtà – ceduto una parte soltanto della società».

Mi chiedo come ha fatto a diventare cardinale uno che scrive e parla così. Chiunque legga si domanda cosa abbia mangiato a pranzo per arrivare a simili arditezze. Noi però possiamo assicurarlo che non abbiamo ceduto alle lusinghe del berlusconismo e fin dal giorno prima del suo apparire in politica avevamo previsto dove saremmo andati a parare. I vescovi e il Vaticano sono corsi sullo yacht del satrapo, hanno levato le àncore e abbandonato il mare incerto della Provvidenza per l’oro certo del corrotto e corruttore. Non abbiamo fatto gli schizzinosi come i cardinali e i vescovi che lo hanno cullato, coltivato, protetto perché attecchisse nell’antropologia culturale e politica del nostro popolo che oggi ne è vittima plaudente. Qualcuno era di casa a cena. Prosegue il cardinale presidente:

«Bisogna infrangere l’involucro individualista … Quando un anno e mezzo fa cercavamo di trovare il senso di ciò che la crisi poteva richiedere, si parlò ad un certo punto di una necessaria conversione degli stili di vita. Ora ci siamo arrivati … Se a questo si aggiunge una rappresentazione fasulla dell’esistenza, volta a perseguire un successo basato sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé, ecco che il disastro antropologico in qualche modo si compie a danno soprattutto di chi è in formazione» (par. 6).

Qui il cardinale tocca il parossismo della pornografia perché un brivido scende per le carni dei lettori che – brrrr! – sentono parole come «mercimonio e antropologico»: è la contraddizione clericale perché descrive con parole arcaiche l’essenza del berlusconismo e la sua intima filosofia o meglio il vuoto che poggia sul nulla, ma di cui il Vaticano e la Cei sono sostegno e garanzia. Padrini.

Arriviamo al «il Top», all’urlo di Tarzan, al grido della tigre di Mompracen:

«Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all’altra, è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese. La collettività, infatti, guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale. La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative» (n. 7, pp. 11-12)…

Sì, tutto qui. Né più né meno. Certo il cardinale, a sera, avrà detto a se stesso: gliele ho cantate, eccome se gliele ho cantate … chi ha orecchi da intendere intenda. Peccato che quelli non solo sono sordi alla morale, al decoro e alla dignità, ma hanno compreso bene che il cardinale doveva parlare per non fare incazzare i cristiani scandalizzati e nello stesso tempo non ha scomunicato Berlusconi, che anzi continua ad appoggiare perché riafferma per lui l’ossessione dei giudici a indagare su di lui: «qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine» Qualcuno chi? L’unico che può essere questo qualcuno è solo Berlusconi e la sua canèa prezzolata e farabutta. Ora costui è più forte nella sua lotta contro i «giudici comunisti». Non una parola sulla prostituzione minorile, non un lamento sulla dignità delle donne, non un rilievo sull’ingente quantità di denaro sperperato da un debosciato che educa alla prostituzione, induce alla corruttela e paga perché le minorenni tacciano e dichiarino il falso. Intanto l’Italia muore schiacciata dalla disoccupazione, ma il cardinale non lo sa.

Invitare alla sobrietà un satiro è come invitare un pedofilo in un asilo infantile; parlare di «evidente disagio morale» significa che assolvere preventivamente tutte le ignominie del priapo di Arcore facendo finta di arrabbiarvi. Non ci caschiamo, anche se ci siamo illusi che almeno i vescovi, che si sciacquano la bocca tre volte al giorno nell’acqua santa per pontificare di etica e di morale, di famiglia e di valori, avessero una coscienza e una dignità. Non hanno detto che adescare e corrompere minorenni è peccato così grave che non può essere perdonato né in cielo né in terra, memori delle parole del Signore: «Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!» (Mt 18,6-7).

Il vangelo esige che vi schieriate dalla parte dei deboli, che accusiate il potente e ricco, novello Erode Antipa, che compra vergini (sillogismo!) come un drago assatanato (lo dice la moglie che ha convissuto con lui per oltre 30 anni), le usa e le conserva nell’harem del suo residence. Una sola parola dovevano dire, quella di Giovanni Battista: «Non licet!» (Mc 6,18). I cardinali invece hanno applaudito il disegno di legge che il governo del satrapo ha approvato per punire i clienti delle prostitute di strada (11 sett. 2008); hanno chiesto e ottenuto che il governo non legiferasse su convivenze; ora stanno alla sua porta col tricorno in mano per salutarlo quando entra e quando esce dalla suoi postriboli e dall’indecenza della sua politica a servizio solo delle sue perversioni.

Il Cardinale, in un impeto di generosità, si lancia anche a favore del pagamento delle tasse, con un ritardo di decenni, specialmente quando era lo Ior Vaticano a prestarsi come strumento ambìto per evaderle nel riciclaggio di denaro sporco della mafia e della prostituzione:

«Anche la crescente allergia che si registra nei confronti dell’evasione fiscale è un segnale positivo, che va assecondato. Adesso più che mai è il momento di pagare tutti nella giusta misura le tasse che la comunità impone, a fronte dei servizi che si ricevono. Bisogna snellire e semplificare, ma nessuno è moralmente autorizzato ad autodecretarsi il livello fiscale. Chi fa il furbo non va ammirato né emulato. Il settimo comandamento, «Non rubare», resiste con tutta la sua intrinseca perentorietà anche in una prospettiva sociale».

Come può un cardinale dire queste cose, quando non ha mai detto una sola parola su un presidente del consiglio ladro, evasore di professione recidivo, anche in carica? E sufficiente richiamarsi all’art. 54 della Costituzione? Le basta l’accenno alla «misura e alla sobrietà»? Se questo è tutto, è segno che i vertici della Cei o sono o ci fanno e comunque fanno finta di non conoscere Berlusconi che invece vogliono avere come interlocutore in forza dell’invito finale:

«È necessario fermarsi − tutti − in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro. Come Pastori che amano la comunità cristiana, e come cittadini di questo caro Paese, diciamo a tutti e a ciascuno di non cedere al pessimismo, ma di guardare avanti con fiducia. È questo l’atteggiamento interiore che permetterà di avere quello scatto di coscienza e di responsabilità necessario per camminare e costruire insieme»

Basta che Berlusconi chiarisca pacato e sollecito nelle sedi appropriate, per avere la certezza che può andare avanti senza «avventurismi», visto che i pastori che amano il Paese continuano ad allevare un porco senza cedere al pessimismo, sperando che ingrassando lui, ingrassino anch’essi. Ci aspettavamo che il cardinale comunicasse la notizia che il papa avesse revocato il titolo di «nobiluomo» al portinaio del lupanare, Gianni Letta, invece ancora una volta hanno tradito se stessi e il loro popolo. Finché il gioco dura. Ora, ascolti, il cardinale, quello che ho da dirgli: «Ho compassione di te e di Berlusconi e dei suoi servi e schiave: la maledizione di Dio incombe; sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…» parola di P. Cristoforo e di Manzoni (Promessi Sposi, cap. VI). 

DA DON PAOLO FARINELLA, PRETE

«La collera dei poveri e il delirio del 30%»
di Paolo Farinella, prete

Genova, domenica -13-17 gennaio 2010.- Credevamo che il 2009 fosse stato l’anno della feccia. Ingenui! Dovevamo ancora cominciare. Il 2010 inizia con la realizzazione della profezia di Paolo VI nel 1967, in un documento ufficiale come l’enciclica Populorum Progressio:

«Ostinandosi nella loro avarizia, non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili. Chiudendosi dentro la corazza del proprio egoismo, le civiltà attualmente fiorenti finirebbero con l’attentare ai loro valori più alti, sacrificando la volontà di essere di più alla bramosia di avere di più. E sarebbe da applicare ad essi la parabola dell’uomo ricco, le cui terre avevano dato frutti copiosi e che non sapeva dove mettere al sicuro il suo raccolto: «Dio gli disse: “Insensato, questa notte stessa la tua anima ti sarà ritolta”» (Lc 12,20). (Enciclica Populorum Progressio, del 26 marzo 1967, n. 49)

«La collera dei poveri».

Un fatto eccezionale: gli immigrati in Calabria si ribellano alla ‘ndragheta e al sistema perverso dei caporalato e questi rispondono affermando il loro potere sul territorio e sconfiggendo ancora una volta lo Stato latitante. Invece di ringrazia questa gente, il ministro Maroni non trova di meglio che le parole d’ordine della sua cricca: «tolleranza 0». Sì ma verso il governo dell’amore e della sicurezza che lascia interi pezzi di Paese in mano alla malavita e al malaffare.
1500 persone che lavorano in nero per 20,00 euro per 12/14 ore di lavoro al giorno e di cui 5,00 li devono dare al caporale che li recluta (cioè alla mafia) e 3,00 al pulmino che li trasporta. Fanno 8,00 euro e all’immigrato lavoratore in nero ne restano 12 per una giornata sempre di 12 ore, e cioè per 1 euro e anche meno all’ora. Nessuno può dire che erano invisibili, nessuno può dire che non fossero necessari, nessuno può girarsi dall’altra parte e dire: non sapevamo. E’ cominciato il conto alla rovescia e i nodi assaltano i pettini.
Il problema è la miope politica del governo che ha dato mano libera alla Lega che vuole la secessione del Lombardo-Veneto dal resto dell’Italia e ha tutto l’interesse di questo mondo a fare scoppiare guerre al Sud per terrorizzare, per ricattare e per mostrare il suo volto «feroce» con i deboli. Hanno sparato contro inermi, dando spettacolo di una vera e propria caccia all’uomo. Un safari umano, tanto è gente che viene dall’Africa ed essendo nera di pelle, di notte è più divertente cercare di impallinarli. Un ministro dell’Interno che risponde come Maroni, in qualsiasi Paese poco meno che civile si sarebbe dimesso o sarebbe corso in soccorso degli immigrati e avrebbe dichiarato lo stato di emergenza sociale per tutta la regione e avrebbe sospeso i diritti costituzionali in tutta la regione e l’avrebbe occupata militarmente fino all’estirpazione totale della malavita organizzata. Non lo ha fatto, né lo può fare perché la malavita è dentro il parlamento, nella fila del partito dell’amore, in adorazione del volto santo miracolato.

Pronto intervento della Chiesa
Questa volta non si è fatta attendere la voce della Chiesa in diverse sue componenti: Bertone ha parlato quasi in presa diretta, dando, certo, un colpo al cerchio e uno alla botte, ma ha parlato e bisogna riconoscerlo. Anche il papa ha parlato, senza mai fare nomi, ma rivolgendosi all’universo intero: «Bisogna partire dal cuore del problema e cioè che ogni migrante è un essere umano che va sempre rispettato, aiutato, mai sfruttato». Parole giuste, parole forti. Esse, a mio modesto avviso, avrebbero avuto un impatto formidabile se fossero state non a tutti indistintamente, ma nel contesto della realtà italiana. Se il papa avesse detto: «I fatti di Rosarno in Calabria sono la prova della miopia della politica del governo italiano che parla di sicurezza, ma alimenta e fomenta la violenza e l’ingiustizia. Il presidente del consiglio che parla e sparla di partito dell’amore, farebbe bene ad andare a curarsi la mascella con una spremuta di arance raccolte dagli immigrati in Calabria. Non è tollerabile che uomini e donne e bambini (alcuni dei quali sono stati anche battezzati nella parrocchia di Rosarno) devono essere sfruttati peggio che le bestie e poi devono anche essere disprezzati e cacciati via perché si ribellano alla ‘ndragheta. Noi chiediamo al governo che sia un governo civile e custode del diritto; se è vero come mi ha scritto il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che i valori cristiani sono al centro dell’azione del governo che presiede, lo dimostri oggi concedendo a tutti gli immigrati di Rosarno la cittadinanza perché sono eroi nazionali e fondamento dell’economia. In caso contrario, i suoi valori cristiani, glieli rimandiamo senza ricevuta di ritorno». Il governo sarebbe caduto. Come fanno a parlare di legalità, lui, loro, essi che si affannano a tempo pieno ad aggirare la Legge, ad eliminare la legalità e a disseminare la nazione di spirito xenòfobo? Bellissimo l’editoriale di Marco Politi «La fede e la spada» su «Il Fatto» (mercoledì 12 gennaio 2010), lucido e completo.
Le parole e i sentimenti più belli però, li ha espressi Don Pino Varrà, parroco di Rosarno che durante l’omelia, e quindi nel cuore del sacramento dell’Eucaristia, tra le altre cose ha detto:

«Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno”. Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. “Lo vedete anche voi. Non c’è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica”. I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. “Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati … Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E’ facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo … Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare … [indicando il presepe] Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli».

Secondo i dati ufficiali e definitivi (Istat) per l’anno 2007, gli stranieri regolari hanno dato un apporto lavorativo di 122 miliardi, cioè il 9,2% del PIL nazionale e hanno versato contributi previdenziali per 7 miliardi di euro, cioè il 4% dei contributi previdenziali pagati in Italia.Queste persone cioè stanno pagando una pensione che non avranno forse mai e finisce così che i poveri continuano a fare regali ai ricchi (per la cronaca: l’Inps in Italia per 2008 ha un attivo di circa 8 miliardi di euro, cioè i contributi degli immigrati). Ora è arrivato il momento della resa dei conti. Gli immigrati si sono ribellati alla delinquenza organizzata e il ministro del lavoro Sacconi, quello che urlava e sbraitava per salvare la vita ad Eluana Englaro, emerge dalla melma del governo per dichiarare che manderà ispettori in Calabria a controllare azienda per azienda. Siamo al delirio, siamo alla demenza governativa, siamo alla deriva umanitaria. Avrebbe dovuto nominare ispettori gli immigrati impallinati dalla ‘ndragheta ed espropriare le aziende malavitose che prima sfruttano e poi non solo fanno cacciare gli sfruttati, ma non gli pagano nemmeno quei pochi, sporchi e luridi euro: hanno rubato anche ai morti.

L’inizio di gennaio 2010 è una vergogna per l’Italia intera e per l’occidente sedicente civile e cristiano, un mese che ci squalifica da ogni punto di vista. Senza appello.

PROPONGO UNO SCIOPERO GENERALE DI TUTTI GLI IMMIGRATI
SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE,
APPOGGIATO DA TUTTI I LAVORATORI E LE LAVORATRICI
DI TUTTI I SINDACATI, SPECIALMENTE DELLA CGIL
PER AFFERMARE IL DIRITTO AL LAVORO
CHE STA DIVENTANDO UNA CONCESSIONE IN ITALIA,
DOVE IL GOVERNO CREA, FOMENTA E SI SERVE DELLA PRECARIETÀ
PER DOMINARE E CONDIZIONARE.
FERMIAMO L’ECONOMIA NAZIONALE E VEDIAMO SE SENZA IMMIGRATI
L’ITALIA TIRA LO STESSO O SE FA FLOP
SU SE STESSA E SUL GOVERNO DELLA VOLGARITA’.

Ogni volta che mangiamo frutta o sbucciamo «clementine» non dimentichiamo che sono state raccolte dagli immigrati sfruttati, malpagati, presi a fucilate. Se gli immigrati incrociassero le braccia, l’Italia e l’occidente andrebbe a bagna, affonderebbe come un pezzo di piombo nell’acqua. Prego il mio Dio che ispiri gli immigrati a darci una dimostrazione della loro presenza e indispensabilità. Vi diranno che gli immigrati prendono il posto degli Italiani: è falso. In Calabria i braccianti che non lavorano guadagnano di più con i sussidi che andando a cogliere frutta. Gli immigrati hanno svelato il meccanismo di furto: se le arance e i mandarini sono sugli alberi e se solo a Losarno vi sono altre 1.500 immigrati che lavorano, come mai i braccianti italiani non lavorano? Ecco il problema: preferiscono fare marcire la frutta sull’albero che coglierla perché il guadagno delle sovvenzioni comunitarie e regionali è più sostanzioso di quello a cassetta.
I dimostranti calabresi avrebbero dovuto protestare insieme agli immigrati perché questi hanno difeso non una, cento, mille cassette di frutta, ma il diritto al lavoro e alla dignità del lavoro: quel diritto e quella dignità che il governo (assaggio di Brunetta) vuole depennare già dall’art. 1 della Costituzione. Alla indecenza non c’è fine.

Il cervello del 30%
Sapevamo che la ministra Gelmini non avesse un cervello sfolgorante, anche perché per avere l’abilitazione statale all’esercizio dell’avvocatura ha dovuto travestirsi da «extracomunitaria padana» ed emigrare nel profondo su calabrese dove finalmente, pagando, buon peso, è riuscita ad avere lo straccio di carta abilitante. Purtroppo, però, l’abilitazione non abilita il cervello al 100% perché a quanto pare è rimasto fermo alla basse aliquote originarie.
Classi con inquinamento di immigrati massimo al 30% per tutelare gli alunni italiani, altrimenti poverini non ce la fanno: il metro Gelmini, come se tutti in Italiana fossero come lei. Le statistiche ministeriali dicono che solo il 2% delle classi hanno immigrati sopra il 30%, ma uno studio della sua predecessora Moratti che per prima aveva avuto la bella pensata delle quote immigrati a scuola, ha dimostrato esattamente il contrario: nelle classi dove abbondano gli immigrati, gli studenti italiani sono più stimolati e rendono meglio. Detto fatto: poiché l’indagine non era secondo le premesse, è stata insabbiata.
Qualcuno deve avere informato la ministra che la maggior parte dei bambini che vanno a scuola sono nati in Italia e sono figli di immigrati addirittura di quarta generazione e quindi ha dovuto escluderli, per cui si passa alle classi con lo 0,001% da riformare, chiudere o spostare «nei quartieri vicini». Vorrei spostare la ministra e metterla nella villa di Sardegna, quella del suo capo e benefattore, e metterla al sicuro a curare cactus, dove possa fare meno male.
E’ tornato il miracolato a far danni e favori: fisco con due aliquote: 23% e 33%
Avevano detto i suoi medici di fiducia 90 giorni di prognosi, cioè fino a marzo. Costretto a rifarsi il muro di cinta che gli avvolge il volto, il crin immacolato. Si pensò subito che tanto tempo era necessario per smacchiare, lavare a secco e stirare la camicia del sangue che miracolosamente non si era posato sul colletto della medesima. Invece, no! Eccolo di nuovo a spasso a metà gennaio: nemmeno 30 giorni. Nessun segno, tranne l’uso mediatico immorale perché i casi sono solo due: o è stato ferito sul serio o è stato ferito per finta. Oppure vi è una terza possibilità: è stato fericchiato, ma vi ha costruito una fabbrica, la fabbrica del duomo di Milano. Fra le tre, la terza.
Ora che durante la sua assenza l’economia cominciava dare segni di ripresa, bisogna rassegnarsi ad andare a fondo. Qual è la sua prima proposta (tanto per depistare sulla riforma della giustizia che va avanti per vie segrete)? Naturalmente il fisco, le tasse con la stessa proposta del 2004: due sole aliquote, al 23% e al 33%.. Questa proposta è apparentemente innocua, perché mira direttamente a sovvertire la Costituzione che all’art. 53 della Costituzione sancisce: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».
Ecco le parole magiche « capacità contributiva» e «criteri di progressività». L’instaurazione delle due aliquote è delinquenziale perché fa guadagnare molto dai 40.000,00 euro in su, mentre fa un’elemosina al 90% della popolazione lavoratrice che verrebbe così a pagare uniformemente l’aliquota del 23% fissa con un risparmi fino a euro 800,00 fino a 30.000,00 e con un risparmio da 2.000,00 a 14,000,00 oltre dai 40.000,00 in su. Ancora una volta casalinghe e pensionati e lavoratori che votano lega e Berlusconi pagheranno loro il risparmio dei ricchi.
In uno Stato di diritto decente, fino a 20.000,00 euro non si dovrebbe pagare alcuna tassa, da quella soglia in alto, le aliquote dovrebbero essere graduali e continue. Si raggiunge invece il paradosso che chi specula in borsa e guadagna centinaia di migliaia di euro a botta senza lavorare paga il 12% di tassazione, chi lavora e suda dalla mattina alla sera deve pagare il 23%. Questo e solo questo è il governo vergognoso di Berlusconi e della Lega. I leghisti lo sanno o non lo sanno che sono turlupinati, derisi e manipolati?

PD: prove autoctone di distruzione di partito
Il Pd ce la mette tutta e si sforza anche a farsi male da solo. Si vede che la Binetti ha fatto scuola e il cilicio è diventato uno strumento personale di ogni dirigente o dei dintorni. Si disse che le primarie dovevano essere il toccasana; ora non vanno bene. Si disse che contavano programmi e persone; ora prima vengono le beghe, poi le persone assetate di potere e infine il programma è solo un optional. In Puglia il PD ha promesso a Berlusconi che gli avrebbero ceduta la regione e ci stanno riuscendo alla grande. Vendola avrebbe dovuto ritirarsi dopo l’infortunio di mezza giunta dimessa per corruzione; invece no: come lui non c’è nessuno e parla e parla e parla. Il Pd per rimediare e mettere una pezza manda un esploratore scout per trovare una soluzione soddisfacente e chi sceglie uno che si chiama “Boccia”, così tanto per essere coerenti.
Nel Lazio, l’indecisione è totale. Infine spunta Emma Bonino. Nulla da eccepire, ma fa parte di quel partito radicale che ha una politica di estrema destra su tutto, specialmente in economia (più a destra di Berlusconi: ci vuole poco per la verità), tranne che per i diritti civili, sui quali però un governatore ha poca competenza. Invece di trovare una candidatura «condivisa» con le varie anime, ne propongono una di rottura. Insomma, sembra che siano stanchi di governare. Come fanno volere e a fare le «riforme condivise» con Berlusconi, se non sono in grado di scegliere una candidatura condivisa al suo interno? Mi pare che sia diventato il partito delle anime perse. Papa Ratzinger dovrebbe ripristinare il Limbo e riservarlo ai Pidini.

Egitto: la religione omicida
All’uscita dalla funzione del Natale che per i cristiani di rito copto (circa 10 milioni in Egitto), i musulmani hanno sparato sulla folla e ammazzato 9 cristiani nella chiesa di San Giovanni a Nag Hamadi, nella provincia di Qena, 64 km circa da Luxor, luoghi importantissimi per le scoperte archeologiche (1945) di interesse universale (13 papiri cristiani di natura gnostica, tra i quali il più importante il Vangelo di Tommaso). Non si conosce ancora la dinamica, ma una cosa è certa: o si comincia da qualche parte del mondo a smettere di considerare le religioni come strumenti di guerra e contemporaneamente si cessa di alimentare e fomentare il razzismo e la xenofobia o andremo da alcuna parte, perché distruggeremo solo noi stessi.
Diamo noi l’esempio che onoriamo tutte le religioni, senza rinunciare alla propria, rispettiamo tutti i cittadini e le cittadine del mondo non perché di questa o quella religione perché uomini e donne, abitanti e cittadini di questo mondo e quindi meritevoli di rispetto e dignità, salvo che non delinquono in materia leggera, perché se dovessero delinquere in materia grave, come il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, noi gli daremo un lasciapassare speciale di sicurezza e di illegalità

La volgarità e i suoi cantori di don Paolo Farinella

[pubblicato su la Repubblica/Il Lavoro (locale) domenica 10 gennaio 2010, p. XIII con il titolo:
«Anche in politica è l’ora dei saldi. Contro le truffe occhio alla qualità»]

Passato il Natale, inizia il tempo dei saldi. Tutta l’Italia è in saldo: nei negozi per smaltire le giacenze dell’anno e rimediare qualche affare per chi vende e chi compra; nella politica è l’Italia in saldo dall’«Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno» (A. Manzoni, Cinque maggio 1821) e fa affari solo chi delinque, chi governa e chi «mafia», chi legifera ed è inquisito. C’è il mondo religioso o sedicente tale: qui il saldo supera ogni record perché basta parlare con diplomazia e tutto si aggiusta; i discorsetti sono generici, le affermazioni si adeguano a tutte le stagioni e mai si chiama per nome non solo il peccatore, ma anche il peccato. Siamo rispettosi delle buone maniere, noi! Nel mondo cattolico, si fa una enorme confusione tra verità e convenienza, tra denuncia e astio, tra indignazione e odio. Il vangelo è ridotto a galateo come se Gesù ci avesse mandati a fare i convenevoli: «non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada» (Lc 10,4). Era ineducato anche lui? In Calabria a Rosarno scoppia la guerra dei poveri che travolgerà l’Italia: gli schiavi si ribellano, lo Stato delinque e gli Italiani lucrano sul lavoro nero.
Anche la regione Liguria tra qualche mese sarà in saldo e già vediamo le offerte stracciate dei venditori interessati. Biasotti si affanna in cerca di alleati con cui spartirsi le spoglie della ligure terra con l’appoggio della destra eversiva berlusconiana-scajolana, a cui si è venduto anche il prof. Enrico Musso che così della sua intelligenza ha fatto «trombetta». In tempo di elezione tutti sono buoni e tutti hanno già fatto tutto, anche le Piramidi di Egitto, lanterna compresa. I saldi sono una necessità, ma bisogna stare attenti che non siano una svendita o peggio ancora una truffa. C’è un solo modo per sventare l’inganno: controllare i prezzi e la qualità, cioè verificare i programmi e le persone. Il programma esprime il contenuto di una politica e la sua fattibilità nel rapporto costi/benefici; le persone dicono la credibilità del programma e il grado di eticità possibile. L’Etica! Chi era costei?
Non ho niente di personale verso Biasotti o Musso: mi chiedo come possano essere credibili due che si appellano alla stessa destra nella quale militano «a chili e tonnellate» inquisiti, mafiosi, corrotti e corruttori, a cominciare dal loro presidente del consiglio che nelle pause tra una prostituta e un duomo dedica il suo tempo a modificare la Costituzione fin dall’art.1, che definisce la natura dello Stato, i confini del potere: Repubblica, Lavoro, Limiti costituzionali alla deriva plebiscitaria. Mi dispiace per loro, ma non possono essere credibili. In questo tempo di saldi, guardando all’Italia, viene da piangere perché il fondo è ancora lontano. E’ tempo di rivoluzione, è tempo di resistenza per chi crede ancora in uno straccio di dignità nazionale e civile. Non ci possiamo rassegnare che un manipoli di manigoldi possa distruggere la Carta Costituzionale per cui molti hanno dato la vita. No! Non possiamo permetterlo e non lo permetteremo. A Genova, battere Biasotti e Musso fa parte di questa nuova «Resistenza».
Il mio amico Prof. Ignazio Farina, docente all’Alma Università di Salerno, mi manda uno stralcio di una intervista del prof. Mario Lavagetto, docente di «Teoria della Letteratura» all’Università di Bologna in una intervista, data nel 2006 (quattro anni fa, un’epoca!). Dopo avere parlato del concetto di «bellezza», citando la risposta di Teofrasto riportata da Leopardi, l’intervistatore fa a bruciapelo la 25a domanda: «Qual è la sua idea di volgarità?». Il prof. Lavagetto risponde: «In generale potrei dirle che la mia idea di volgarità è perfettamente condensata ed espressa in ogni gesto, parola, atteggiamento del nostro presidente del consiglio». [il seguente è stato tagliato: Correva l’anno 2006, e non volavano duomi. All’unanimità, eleggo Silvio Berlusconi a uomo dell’anno della volgarità. Senza concorrenti].

CITTADINI SOVRANI. NÉ DI PIÙ NÉ DI MENO – di Paolo Farinella, prete

Manifestazione del 5 dicembre 2009, ore 16,00
Largo Lanfranco (Davanti alla Prefettura) Genova

Sono qui come cittadino sovrano orgoglioso di esserlo e senza paura di difendere questa mia dignità che non mi deriva dal potere, ma ce l’ho per nascita ed è un diritto inalienabile riconosciuto dalla Costituzione alla quale deve essere sottomesso ogni potere e ogni parlamento. Anche a costo della morte, anche a costo di andare sulle montagne non rinuncerò mai a questa libertà e a questa sovranità che è colorata dal rosso del sangue dei martiri della Resistenza a cui si aggiunge il sangue dei magistrati e degli avvocati e dei cittadini che per difendere la legalità sono stati ammazzati come cani. La loro memoria grida davanti alla nostra coscienza. O stiamo dalla loro parte o stiamo dall’altra. Non c’è via di scampo. Una nuova tirannia oggi sovrasta l’Italia e noi non possiamo permetterlo. A coloro che scrivono lettere anonime con minacce anche di morte, dico apertamente: non ho paura di voi che vi nascondete sempre dietro l’anonimato, dietro la vostra vergogna. Io ci sono e ci sarò sempre e nessuno riuscirà a farmi tacere in difesa della giustizia, del diritto, della libertà e della libertà di coscienza. Nessuno. Fino a tre giorni dopo la morte, io parlerò.

Parlo anche come prete perché lo sono e sono orgoglioso di esserlo e nessuno né vescovi né papi riusciranno a non farmelo essere. Poiché qualcuno mi accusa di essere eretico, voglio tranquillizzare i cattolici presenti: le cose che dico sono dottrina tradizionale della Chiesa. Se gli altri, compresi i vescovi, se le dimenticano, gli eretici sono loro, non io.

Nel vangelo di Lc si dice che alcuni farisei simpatizzanti misero in guardia Gesù da Erode che voleva farlo uccidere («Erode ti cerca») e Gesù rispose: «Andate a dire a quella volpe che io scaccio gli spiriti maligni» (13,31-32). Con la complicità e il sostegno della mafia uno spirito maligno si è impossessato del nostro Paese e noi come laici in nome della Costituzione e come credenti in nome del Vangelo abbiamo il dovere e il diritto di scacciarlo: «La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere» (CCC 2265).

Diciamo a Bertone, che va a braccetto come un fidanzatino con Berlusconi ad inaugurare mostre, che Paolo VI nella Populorum progressio del 26 marzo del 1967 al n. 31 prevede come lecita «l’insurrezione rivoluzionaria nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali di una persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese» (cf anche Giovanni Paolo II, L’Istruzione Libertatis conscientia (Libertà cristiana e liberazione, 22.3.1986).

Non ci troviamo forse di fronte alle prove generali di una tirannia? Lo Stato democratico e le Istituzioni repubblicane sono state invase dai barbari e da mafiosi, che di ogni principio morale e democratico hanno fatto e stanno facendo scempio immondo. Il barbaro per eccellenza, lo spirito immondo, la volpe di oggi, che fa i gargarismi con l’acqua benedetta, mentre fa accordi con la mafia, si chiama Silvio Berlusconi anzi Berluskonijad perché è un misto tra il comunista Putin del kgb e il reazionario iraniano Ahmadinejad. E’ lui l’ultimo sovietico rimasto in Italia. Infatti la Russia del dittatore Putin e i paesi arabi più retrivi dove non esiste democrazia, sono i posti più prediletti da lui Addirittura dorme anche nel letto di Putin. Rifiutato dalle cancellerie democratiche del mondo, avete un presidente del consiglio che si rifugia in Bielorussia, dove ha osannato il dittatore Lukashenko che il mondo civile non ha mai riconosciuto. Tra dittatori si capiscono. Oggi è partito per Panama, mentre sarebbe ora che partisse per san Vittore. Dico vostro presidente del consiglio perché io l’ho ripudiato pubblicamente il 6 luglio 2009.

Per lui parole come democrazia, verità, eguaglianza, diritti, serietà, legalità, ecc. sono bestemmie perché l’uomo è abituato fin dalla nascita a vivere di falsità, a nutrirsi di illegalità, ad architettare soprusi, a complottare con la mafia, a mettere in atto ogni sorta di prevaricazione con un unico e solo scopo: l’interesse privato e l’ingordigia del suo super ego.

Ora siamo all’attacco finale: lo chiamano «processo breve», ma è un solo l’abolizione del processo per annullare la giustizia perché c’è un’emergenza: bisogna impedire i processi che lo vedono imputato per reati gravissimi commessi prima di entrare in politica. Per capire di che si tratta e per divulgare in modo semplice, leggete la pagina che oggi sul Secolo pubblicano il Comitato per lo Stato di Diritto e Giustizia e Libertà hanno pubblicato, a pagamento, una pagina bella oggi sul Secolo XIX, dove potete vedere le conseguenze.

Io credo però che l’obiettivo non sia però il processo breve, ma il totale affossamento della giustizia: in questi giorni ne abbiamo le prove: Cosentino è indagato per Mafia e la maggioranza nega l’arresto; Dell’Utri è stato condannato in primo grado, Schifani (il nome stesso è un programma) frequentava e difendeva mafiosi e ora i pentiti parlano di Berluskonijad e del parto scellerato che sta alla base della fondazione del partito-azienda. I rapporti con la mafia sono naturali e quanto pare i mafiosi gli ha fatto da padrini nella sua nascita come imprenditore-truffatore. Sono motivi sufficienti perché il governo voglia dichiarare illegale ogni indagine per delitti di mafia, pagando così il pedaggio che egli e la sua famiglia e i suoi compari devono a «cosa loro» perché quella cosa non è e non sarà ma i «cosa nostra».

Tutti sanno che questa frenesia di interrompere il processo è condannata dal diritto e anche dalla morale tradizionale della Chiesa che esigono una giusta proporzione tra le parti in giudizio e la ricerca della verità morale. Noi sappiamo che la Corte Suprema lo bollerà ancora una volta, ma a lorsignori basta guadagnare tempo per andare in prescrizione. Lo sanno e proprio perché sono esperti in depistaggio, lo hanno usato per fare venire la diarrea al PD che c’è cascato. Ora aspettiamo i dossier arrivati dalla Bielorussia.

Bersani è la bella addormentata nel bosco che aspetta il bacio del principe che non arriva nemmeno travestito da rospo. Enrico Letta, il nipote del cardinal Mazzarino-Gianni Letta, Gentiluomo di Sua Santità, ha detto che è un diritto di B. difendersi «dal processo». Dovrebbe dimettersi non perché ha detto questo, ma perché è ignorante in fatto di giurisprudenza. Bocciato senza appello, all’ergastolo anche oltre la morte. Da quando ha cominciato a frequentare cattivi cattolici il PD è diventato come la maionese: si monta e si sgonfia in un baleno. Ora hanno la fregola delle riforme e di sedersi al tavolo del dialogo. Con questa gente non si può dialogare. Devono andare a casa, anzi in galera. Mafia e P2 sono al governo e stanno preparando le condizioni per impadronirsi definitivamente del Paese e delle nostre coscienze.

Le nostre coscienze non le avranno mai, perché noi saremo pronti ad andare anche sulle montagne a resistere perché non accettiamo e non accetteremo di essere governati da mafiosi, corrotti, frequentatori di minorenni e utilizzatori finali di prostitute e dall’avvocato Ghedini che paghiamo noi, mentre difende il ladro che ci ha rubato non solo una parte considerevole di denaro sottratto a noi (è fresca la notizia che la finanziaria taglia 103 milioni sui libri di scuola), ma ci deruba anche l’onore all’estero, la dignità sociale e la nostra sovranità di cittadini in casa.

Non possiamo rassegnarci. Non possiamo rassegnarci al luogo comune che la «politica è cosa sporca». E’ una trappola! Non è la Politica ad essere sporca, ma alcuni uomini e donne sporchi che la insozzano e coloro che li hanno votati sono correi e dovrebbero prendere un ergastolo per uno. Per noi Politica è il modo più nobile e diretto di servire il nostro popolo, senza servirsi di esso.

Vogliamo che Berlusconi e chiunque delinque, sia processato secondo lo statuto della nostra Costituzione. Vogliamo conoscere la verità sulla corruzione dei giudizi e dei testimoni. Vogliamo conoscere la verità sulle stragi della mafia. Vogliamo conoscere quanto la mafia sia dentro gli affari di Berlusconi. Vogliamo sapere con inequivocabile certezza se il presidente del consiglio sia un capobastone, un ricattato o una vittima.

Pretendiamo una magistratura libera, indipendente, senza condizionamenti di sorta. Vogliamo vivere in un Paese democratico, in un Paese civile, in un Paese dignitoso.

Vogliamo riappropriarci del nostro orgoglio di cittadini sovrani e non permettiamo ad una manica di mafiosi di sottomerci come schiavi. Costi quel che costi, anche a costo della vita.

Ai cattolici presenti io, Paolo prete cattolico tradizionalista dico: è parte della nostra missione nel mondo compiere e rendere attuale il programma politico del Magnificat della Madonna che celebreremo il giorno 8 dicembre: non ha senso andare in chiesa l’8 dicembre, se poi vanifichiamo le parole di Maria di Nàzaret, donna rivoluzionaria:

«51Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

52ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

53ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

54Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

55come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,51-55).

Queste parole hanno una traduzione laica, rivolta a tutti, credenti e non credenti che abitano, anzi che sognano un Paese autenticamente laico, dove la separazione tra Religione e Stato debba essere rigorosissima. Ecco a voi come parola d’ordine di questa sera, le parole di Pier Paolo Pasolini a 37 anni dalla morte: «E noi abbiamo una vera missione, in questa spaventosa miseria italiana, una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà» (P. P. Pasolini). Nulla di più, nulla di meno.

Genova, dal palazzo della Prefettura,
sabato 5 dicembre 2009, ore 16,00-18,00

messaggio di Don Paolo Farinella, prete

DON PAOLO A TUTTE LE AMICHE E AGLI AMICI DI FACEBOOK
 Oggi alle 10.02
Care Amiche e Amici,
il solito pacco del mercoledì, oggi anticipato a martedì perché domani non esisto per dedicarmi alla revisione dell’imminente mio prossimo libro che s’intitola “Il padre che madre”. Se qualcuno vuole essere cancellato, me lo dica e sarà fatto. Un abbraccio a tutti.
Paolo Farinella, prete

Nota previa:
Il giorno 1 novembre, Solennità dei Santi e il giorno 2 novembre Memoria dei defunti: ho celebrato la Messa anche per tutti i defunti di tutti coloro che sono iscritti nella mia rubrica e che sono amici di Facebook , quasi una “parrocchia virtuale” di amici e di amiche. Coloro che non sono credenti non se l’abbiano a male perché non è un tentativo di annessione, ma solo un modo mio di dirvi che vi sono amico: non ho oro o argento, ma vi do quello che ho: la mia fede e il mio essere prete che condivido con tutti, senza distinzione.


La lenta agonia della Democrazia e della Chiesa e una speranza

di Paolo Farinella, prete
Care Amiche e Amici,
Spedisco questa e-mail, corredata di liturgia (solo per chi l’ha chiesta). Ad oggi l’e-mail è spedita a n. 833 indirizzi. Mi scrivono ancora alcuni chiedendomi ragione della loro esclusione della Ripeto: alcuni non ricevono perché ho perduto oltre 2.000 indirizzi che lentamente sto ricostruendo. Vi invito a dire Nome, Cognome e Città. A coloro che lo hanno chiesto, invio la liturgia di domenica prossima, 32a del tempo ordinario del rito latino (non ambrosiano).

Dalla mia amica Ornella ricevo la cronaca del Corriere della Sera del 1 Novembre 2009 sulla commemorazione a Campo della Gloria del cimitero monumentale di Milano in memoria dei caduti partigiani a Milano, a cui ha partecipato anche l’Arcivescovado di Milano nella persona di Mons. Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano il quale, come ha fatto altre volte, non ha risparmiato critiche all’attuale governo, affermando senza mezzi termini che «Si assiste a una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica». Di seguito riporto non la cronaca del Corriere della Sera, che come tutti sanno è un noto covo di comunisti del Kgb, ma l’intero discorso di Mons. Gianfranco Bottoni a nome dell’arcivescovado della Diocesi di Milano e quindi si suppone con l’autorizzazione del card. Dionigi Tettamanzi.

Intervento [testo integrale] di Mons. Gianfranco Bottoni
La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza.
È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare.
La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti…
Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva “eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale.
Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente.
Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.
Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.
Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia – e, per chi crede, dinanzi a Dio – avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo.
L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo “libera e democratica”. – Fine intervento


APPELLO A QUANTI LEGGONO

L’intervento di don Gianfranco Bottoni ha provocato la reazione ringhiosa della destra fascista di Milano con una aggressione verbale virulenta, come è costume da quelle parti. Credo che sia obbligo morale di tutti noi fare giungere una parola di sostegno, specialmente in un momento in cui nella «chiesa gerarchica» rifulge il silenzio come metodo.
Chi volesse mandare un segnale, un parola di sostegno a don Gianfranco Bottoni può farlo al seguente indirizzo:
ecumenismo@diocesi.milano.it

Io ho inviato il seguente messaggio
Da: Paolo Farinella [mailto:paolo_farinella@fastwebnet.it] – Inviato: lunedì 2 novembre 2009 22.18
A: ‘ecumenismo@diocesi.milano.it – Oggetto: Paolo Farinella, prete – Grazie a don Bottoni

Caro don Gianfranco Bottoni,
sono un prete di Genova e ho appena letto il suo intervento del 1 novembre 2009 al cimitero di Milano in rappresentanza dell’Arcivescovo di Milano. Le sono grato per le parole che ha detto e per le profonde verità che non ha taciuto. Oggi la Chiesa è accusata di “tacere” per convenienza, mentre nelle sue parole ho sentito l’anelito della verità che libera e della profezia che si appella alla coscienza. Il suo intervento merita di entrare tra i documenti più significativi di questo secolo sul senso che un credente deve avere dello Stato, del Diritto, della Democrazia, per noi strumenti attraverso i quali lo Spirito agisce nella Storia e ci chiama a rendere ragione della speranza che è in noi. Grazie per questa sua testimonianza che partecipo anche ad altri.
Un abbraccio fraterno, suo Paolo Farinella, prete – Parrocchia S. Torpete – Genova


Postilla a margine

1. I fascisti della giunta fascista Moratti hanno reagito a muso duro perché per loro la «chiesa» è buona, simpatica e amabile solo quando o parla bene di loro o tace. D’altra parte il loro capo e padrone dichiara che non si dimetterà nemmeno di fronte a duna condanna per corruzione di giudice e inveisce livido che i giudici buoni sono quelli che gli danno ragione. Speriamo di poterlo vedere piegato alla giustizia e possibilmente in carcere. Ormai la maggioranza è alla rappresentazione finale di un gioco tra bande che dominano lo Stato e ognuno cerca di arraffare come e più che può.
2. «Se cambia la maggioranza si va al voto» [finto e manomesso, logicamente]. No. Se cambia la maggioranza, come è auspicabile, non si va al finto-voto perché il nostro ordinamento costituzionale è di tipo parlamentare e non presidenziale e quindi il presidente della Repubblica deve esperire ogni alternativa possibile. Solo se non è possibile formare una maggioranza parlamentare, si va al voto. Solo allora, con buona pace del Nano.
3. Noi intanto siamo in attesa che il Pd faccia i comoducci suoi, distribuisca le cariche secondo il manuale Cencelli, ripeschi il passato e si decida di scendere nella mischia per sparigliare le carte e proporre finalmente un programma di partito alternativo, di sinistra, popolare e laico.
4. Rigurgiti e vomiti in Italia di una riedizione del Ku Klux Klan: anni di politica leghista e berlusconista e finiana sullo “straniero” come nemico; sui comunisti mangia bambini; e frequentazioni di amici del Kgb come Putin, hanno prodotto in Italia il frutto maturo della follia che eccita i castrati nostrani.
5. Stefano Cucchi, in custodia cautelare, è morto per le percosse e l’abbandono curativo. Ho per le mani una perizia di un medico sulla morte di un altro carcerato su cui stiamo valutando quale via dire perché non si può tacere diventando complici. Coloro che hanno votato la legge sull’idratazione e nutrimento forzati, hanno lasciato morire un uomo per mancanza di nutrimento e idratazione. Io e altri 40 preti siamo accusati dalla Congregazione del Clero per avere firmato un appello puntuale su questi temi. Come mai ora lo (s)governo e la Chiesa tacciono? Perché nessuno grida “assassini” ai responsabili del carcere che hanno torturato (vedi registrazione pubblicata su tutti i giornali), anzi «massacrato» e per buon peso hanno lasciato morire per denutrizione e disidratazione un uomo affidato alla loro custodia perché fosse rieducato?
6. Sul versante ecclesiastico, ho chiesto che la mia risposta ai cardinali Bertone & Bagnasco fosse pubblicata sullo stesso giornale che ha pubblicato le loro missive: non ho avuto risposta. E’ la prova che si coltiva la verità parziale, quella che interessa e che fa comodo. A questo punto il problema è loro e non più mio.
7. Sto riflettendo sulla risposta da dare a Bagnasco in merito all’intervento della Congregazione del Clero inerente l’appello pro Eluana Englaro. Per ora è tutto nella testa che sta quagliando. Desidero dare una risposta non troppo articolata, ma chiara e lineare. Dovrò perdere un po’ di tempo, ma pazienza.
A tutti un abbraccio.

Genova, 4 novembre 2009 (anniversario n. 94° dell’inizio del primo macello mondiale, di cui si salva solo il Piave che ancora oggi mormora e bofonchia e mugugna: «passa lo straniero Berlusconi». No! Non passerà!).
Paolo Farinella, prete

Allego il mio articolo su la Repubblica del 1 novembre 2009-11-02

Se la Gerarchia cattolica smarrisce la Chiesa
di don Paolo Farinella
[pubblicato su la Repubblica/Il Lavoro (locale) 1 novembre 2009, p. XVII con il titolo:
«Cari Vescovi, le processioni vi illudono i fedeli ormai camminano da soli»]

Da tre settimane provo ad inserirmi nella corrispondenza tra il prof. Vittorio Coletti e il prof. Enrico Musso (la Repubblica dell’11 e 13-ottobre 2009) sul tema posto dal primo, riguardo alla candidatura del secondo e alle motivazioni etiche di supporto. Non ci sono riuscito a motivo di emergenze sempre in agguato. Mi riprometto di farlo: per le votazioni regionali c’è ancora tempo. Ora mi preme rispondere al prof. Coletti sul suo pezzo di domenica 25 ottobre dal titolo «Per chi lavora la Chiesa» e, nella pagina dei commenti, «Se la Chiesa ufficiale è lontana dalla gente». Dichiaro che mi sento perfettamente interpretato dal prof. Coletti che ha sintetizzato non solo il mio pensiero, ma anche i miei sentimenti e le motivazioni che li hanno sostenuti nelle mie esternazioni.
Il problema di fondo è proprio questo: da che parte sta la gerarchia cattolica in questo frangente storico in cui assistiamo alla deriva dell’etica politica o dell’etica «tout-court»? Come si giustifica la riluttanza di eminenti uomini di Chiesa ad intervenire nel lupanare che ha invaso la nostra società per merito di un presidente del consiglio che smania di avere rapporti intimi con il Vaticano e la «Chiesa che conta», professando la sua [spuria] cattolicità, salvo poi infognarsi in giochi di prostituzione, in relazioni con minorenni, in compravendita di giudici, di testimoni, di sentenze giudiziarie, di senatori e forse anche di droga e di mafia? Possibile che tutto abbia un prezzo secondo la logica berlusconiana che col denaro si compra tutto, anche la dignità morale e il silenzio dei vescovi?
Il cardinale Bagnasco dice che il suo collega Bertone «ha compiuto semplicemente il suo dovere istituzionale». Desidererei conoscere dove è scritto che un prete abbia come missione «il dovere istituzionale». So per certo che il prete, e quindi a maggior ragione il cardinale, deve essere integro non solo nel suo intimo, ma anche nel suo apparire pubblico e non può usare una doppia morale. Se di fronte all’ignominia di un presidente di consiglio, corrotto, corruttore, spergiuro per la dottrina cattolica, falso e utilizzatore finale di prostitute, di giudici, di sentenze e di «lodi» su misura, uomo malato che usa la falsità e la bugia come metodo di sistema, che in cambio di favori sessuali promette posti di ministra e di deputata, può un cardinale soprassedere e inaugurare come se niente fosse una mostra che – guarda caso – si chiama «Il potere e la grazia»? Il dovere istituzionale vale la missione del prete?
Nessuno dei due cardinali mi ha fatto – né poteva farmi – un solo appunto in materia di fede definita, di morale o di disciplina ecclesiastica. Lo sa bene il cardinale Bagnasco con il quale ho una frequentazione costante e al quale riconosco l’autorità di vescovo che può dimettermi o trasferirmi o sospendermi. Egli però sa anche, che, qualora lo facesse, deve farlo nella debita forma canonica e per motivi inerenti il mio esercizio ministeriale. Sulle materie opinabili la sua opinione o quella del Segretario di Stato ha lo stesso identico peso della mia o di chiunque altro. Hanno risposto stizziti, in coppia e in modo ufficiale sul bollettino della Curia di Genova perché si sono sentiti toccati sulla carne viva e sanno che il mondo cattolico è lontano mille miglia dalla «politica» di convenienza e di opportunità che in questi tempi sia il Vaticano che la Cei perseguono. Essi sanno che c’è in atto uno scisma nella Chiesa che mette in luce il dramma della crisi dell’autorità che ha perso ogni sua incidenza sul tessuto vivo della gente comune. Non si illudano con le folle delle processioni o degli eventi religiosi misti a folclore perché da tempo i cattolici praticanti hanno imparato a camminare da soli e hanno lasciato che i loro «pastori» andassero per la loro strada, se è vero che i loro documenti non lasciano impronte e ognuno ormai è «faber moralium suorum».