DON CIOTTI: “AIDS – ANCHE L’INDIFFERENZA E’ UN VIRUS”

Paolo Borrello ha inviato un messaggio ai membri di Sosteniamo Don Luigi Ciotti e le sue attività.

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Oggetto: Aids, Don Ciotti, “Anche l’indiffernza è un virus”

Ti invio una nota dell’ufficio comunicazione del gruppo Abele, di Manuela Battista, in cui è contenuta una dichiarazione di don Ciotti.
Ciao a presto.
Paolo Borrello

Di Aids si parla sempre meno anche se nel mondo sono 33 milioni le persone colpite dalla malattia, di cui i due terzi nell’Africa subsahariana. La medicina fa progressi, ma non arriva dove il virus è più diffuso, perché l’accesso alle cure non è garantito a tutti. Al Gruppo Abele la celebrazione della giornata mondiale dell’Aids.
Di Aids si parla sempre meno. Una constatazione che viene ribadita a più voci nella giornata mondiale della lotta alla malattia, che quest’anno si celebra per la ventunesima volta. Rispetto ai battages degli anni Ottanta e Novanta, il dibattito e le campagne informative di oggi risultano smorzate, un atteggiamento non confortato dai dati, ricordati per il Piemonte dall’assessore alle Pari opportunità e politiche giovanili del Comune di Torino Marta Levi, nel corso del convegno organizzato all sede dell’associazione Gruppo Abele: «Nel 2008 – ha spiegato l’assessore Levi – ci sono state 322 nuove diagnosi di Aids in Piemonte e il 66% delle infezioni è stata causata da rapporti sessuali non protetti. Circa un terzo delle nuove diagnosi arriva troppo tardi, quando le cure hanno meno efficacia. Siamo di fronte a un calo di attenzione e a una insufficienza nella conoscenza che investe tutte le fasce d’età e che vanifica gli sforzi della medicina nel contenere l’infezione del virus».
Ma al di là della malattia, c’è un altro virus da combattere, quello dell’egoismo e dell’indifferenza, come ha sottolineato don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele: «Siamo di fronte a una crisi dei diritti, dell’etica e della politica che giustifica con la mancanza di denaro prodotta dalla crisi economica l’egoismo con cui si tagliano le risorse nelle politiche sociali e di sostegno alle fragilità. E questo avviene sia a livello mondiale, con la promessa mancata fatta dalla Comunità internazionale nel 2005 di assicurare l’accesso alle cure anche ai Paesi poveri, sia a livello locale, dove è necessario investire di più sulle politiche sociali».
Nel mondo sono 33 milioni le persone colpite dalla malattia, di cui due terzi nell’Africa subsahariana. L’accesso alle cure, lungi dall’essere universale, raggiunge solo il 42% di chi ne ha bisogno.
In una condizione politica, sociale ed economica difficile tuttavia, non è possibile dimenticare chi ha bisogno, ma al contrario – come ha ricordato don Ciotti – «è necessario sentire la necessità di fare di più, anche nel ricordo delle tante persone che abbiamo salutato, nelle nostre accoglienze, sconfitte dalla malattia. Anche a loro, alle storie che ci portiamo dentro, dobbiamo il nostro sforzo e il nostro impegno quotidiani».
Centrale nella cura delle persone colpite dalla malattia è la costruzione di relazioni, caratterizzate dal reciproco riconoscersi, dall’ascolto faccia a faccia, dall’annullamento delle distanze: «questo è vero negli ospedali, nelle nostre comunità – ha proseguito Ciotti -, ma più in generale in ogni altro luogo in cui si instaura una relazione».
“L’altro” come elemento fondamentale nell’affrontare la malattia, come ha sottolineato il vice presidente del Gruppo Abele Leopoldo Grosso: «Se l’altro non mi giudica, mi è vicino, si instaura un legame reciproco riconoscimento». L’io pone allora al centro della relazione il bene dell’altro e questo legame crea fiducia e consente alla persona di progettare percorsi di vita, oltre la malattia.
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DIPENDENZE – LEOPOLDO GROSSO (GRUPPO ABELE) AL CEAS

Hanno presenziato molti operatori di primo piano. Accontentatevi, per ora, di qualche   mio appunto sul seminario. Presto spero che ne stileremo una versione più curata. Se avete integrazioni, correzioni, osservazioni, fatemele avere.

Paolo Teruzzi

                         Sabato 27/10/2007 (ore 9.30 – 13) 

Seminario di riflessione promosso dal Ce.A.S.. Con la partecipazione del dott. Leopoldo Grosso (figura storica del Gruppo Abele e attualmente anche consulente del Ministero della Solidarietà sociale).

“VIVERE LA COMUNITA’ TRA PREVENZIONE E ATTENZIONE ALLA PERSONA”

Leopoldo Grosso, con la consueta chiarezza e semplicità, ha affrontato il tema da una prospettiva storica. Ha ripercorso la storia della comunità in Italia (dagli anni 70 in poi) indicando quattro fasi cui corrisposero anche impostazioni “filosofiche” e pedagogiche peculiari.

Oggi, nella concezione della comunità terapeutica si da per scontata l’individualizzazione degli interventi. La persona è al centro e si opera una sorta di “sartorizzazione”. Si cerca di confezionare un abito tagliato su : a) suoi bisogni  b) sue capacità (risorse e limiti).

Dall’inizio ad oggi, però, la comunità è passata per varie fasi che LG indica schematicamente:

Fase 1 –

Di fronte all’esplodere dell’ emergenza droga si fece una scommessa di tipo essenzialmente educativo. Si aprirono comunità dove si accolse la gente e se ne condivise l’esistenza. Scommessa vinta, nella sostanza. Si dimostrò che il cambiamento è possibile.

Si partì però con uno spontaneismo un po’ selvaggio, con volntari disponibili ma inesperti o poco formati. Si produsse anche una delusione per i numerosi fallimenti. C’era sotto un errore ideologico, un atteggiamento “giustificazionista”, l’idea che riparando i danni prodotti dalla società tutto si sarebbe aggiustato. Si pensò che bastasse una “ct’ sufficientemente buona” (per dirla con Winnicot).

Fase 2 – si passò poi ad una maggiore strutturazione: si importarono metodologie e tecniche (ad es. dagli USA, da DayTop ecc.). In Italia nacque ad es. Progetto Uomo.

Si fece ricorso soprattutto ad apporti di stampo comportamentista. Il fulcro della comunità divenne il rispetto della “Regola”. Si operò una rigida selezione sia degli ingressi che durante il percorso: chi non è disintossicato non entra; chi non mostra motivazione forte non entra; chi sgarra viene dimesso. Così negli anni 80 più della metà di chi accede alla comunità si perde per strada (e spesso  muore anche di overdose; e anche questa è una dolorosa responsabilità di questo modello di lavoro). La ct’ si ingrandisce (spesso accoglie centinaia di persone) e si configura come orizzonte totalizzante (il dentro). Tutto il resto è fuori e deve restare a parte. Solo quando uno avrà finito il percorso parleremo del reinserimento.

Fase 3 – Si sviluppa un maggiore realismo nella concezione della Ct. Si ammette che essa è uno strumento fra gli altri possibili. Si comprende che nella vita delle persone esiste un prima e un dopo la comunità e che il tutto deve “stare assieme”.

Fase 4 (oggi) –

Oggi l’utenza della comunità terapeutica è del tutto diversa.

Molti fruitori di sostanze per un sacco di tempo non accedono neppure ai servizi. Altri si appoggiano ai servizi e fanno percorsi lunghissimi  di assunzione di metadone (nell’ordine di 9/10 anni). Poi scalano lentamente per altri due anni. Intanto vivono, lavorano ecc.

Un gran numero sopravvive in eterno in metadone ma sempre fuori della comunità.

Alla comunità accedono coloro che risultano fortemente problematici per gli stessi SERT. Gente con innesto psicotico, doppie diagnosi, infettivi ecc.

Da sempre si è stati convinti che sia fondamentale la motivazione a stare in comunità. 

Oggi questa richiesta è difficile da declinare di fronte ad una utenza così complessa e fragile.

Con loro come lavori?

La ct si fonda da sempre su progetti di empowerment (riduzione dei limiti e potenziamento delle risorse individuali) e utilizzo del gruppo (come luogo di confronto, stimolo,controllo, auto-aiuto ecc.). Fare gruppo oggi, con questa utenza sembra molto più difficile.

Idem per quanto riguarda il rispetto delle regole. Come fai ad imporne il rispetto a gente che sta così male? Ma la ct non può essere neppure un albergo.

Di fronte a questi dubbi occorre tuttavia tener fermo qualche principio. Ad esempio oggi certamente occorre più negoziazione, ma occorre comunque tentare di stimolare il protagonismo degli utenti (loro devono essere la motivazione e il progetto). Ovviamente persone così fragili chiedono una presenza, un monitoraggio ed un sostegno costanti dell’operatore (che sempre meno starà separato nel suo ufficio).

Oggi un tema centrale sembra essere quello della gestione dell’aggressività. Fronteggiamo un’ aggressività “classica” (quella che nasce dallo star male, dall’astinenza ecc.). C’è poi un’ aggressività “di ruolo” (appresa ad es. dalla strada). Ma c’è un aggressività che nasce dai meccanismi della mente borderline (che vede tutto bianco o tutto nero; che è travolta istantaneamente da un’angoscia indistinta che diventa rabbia esplosiva – vedi lavori recenti di Cancrini). E proprio qui il tema è quello della tenuta dell‘operatore che deve esserci, tenere, offrire una relazione accogliente e contenitiva. 

E poi oggi un altro tema sempre più centrale della ct è quello del reinserimento. Tema che si sviluppa fin dall’ingresso in comunità (se non prima).

Possimo indicare schematicamente (ma utilmente) 4 fattori che favoriscono il buon andamento del lavoro comunitario:

1)     La persona crede nel progetto (condivisione del progetto fin dall’inizio – motivazioni positive). Questo accade anche perché la prospettiva del reinserimento si delinea fin dall’inizio (fin dall’inizio la persona sa che si lavorerà anche per aiutarlo nell’integrazione sociale, lavorativa e abitativa).

2)     Buon legame con lo staff e gli operatori. Buona qualità della relazione: da parte degli operatori c’è alta disponibilità, capacità di mettersi in gioco, ad es. di fronte all’ aggressività. La forte qualità del legame prepara una solida base anche per il reinserimento.

3)     Si lavora da subito (anzi da prima dell’inserimento) per la costruzione della rete (formale: coi servizi ecc.; ma anche informale: con parenti, amici, conoscenti, datori di lavoro ecc.). Lo staff diventa il sostanziale “case manager” (al di là degli incarichi formali che di solito stanno in capo ai servizi).

4)     Buone capacità del soggetto. C’è sempre un gap fra volontà e risorse. Gli operatori  sostengono la persona nella mediazione fra sogni e realtà. Ascoltano i desideri e aiutano la persona a costruirne una realistica messa in pratica. Aiutano nell’insight, nella lettura dei limiti (soggettivi e oggettivi). Ma soprattutto valorizzano le risorse della persona.

C‘è qualche altro elemento favorevole. Oggi, ad esempio, chi arriva in ct è spesso così compromesso da avere desideri normali: un lavoro, una casa, una ragazza (non + desideri di trasgressione come negli anni 70 e 80).

Oggi, con questa utenza, si tratta (più che mai) di lavorare sulla frustrazione ottimale (utile ma sostenibile). Lavorare sui limiti ma soprattutto sulle risorse. Promuovere le diverse risorse individuali (anche mediante percorsi concreti di organizzazione della ct: se hai un ospite bravo in cucina valorizzalo!). Già il gruppo riconosce le risorse di ognuno. L’operatore poi può rafforzare queste risorse valorizzandole in concreto. Tutto ciò serve a  sviluppare identità più complesse (liberando la persona dalla “monoidentità” di tossicodipendente).

Schematicamente si posso indicare queste funzioni della CT:

1)     contenimento (e autocontenimento) grazie allo  staff e al gruppo.

2)     rimodellamento (della persona e dei suoi comportamenti). Utilizzando anche tutto l’armamentario “comportamentista” e delle regole.

3)     Offrire esperienze affettive correttive (rispetto alle relazioni spesso disturbate che la persona ha vissuto prima). Bene favorire l’insight ma occorre anche costruire relazioni buone, rapporti affettivi sani e reciproci.

4)     Costruire una identità alternativa (v. sopra).

Tutto ciò implica un lavoro lungo. E’ bene porre dei termini e immaginare un’uscita tempestiva e autonoma. Ma in molti casi occorre realisticamente un lavoro lungo ed un accompagnamento anche dopo l’uscita. Al di là dei principi corretti per alcuni il cordone ombelicale rimane e non può essere tagliato per molto tempo.

Riflessioni di politica:

emergono nuove povertà. Occorre far riconoscere anche le forme di svantaggio temporaneo sempre più frequenti (anche ai fini di ammortizzatori sociali e assunzioni in coop. sociali di tipo B).

Soprattutto occorre prevenzione e lavoro sul contesto.

Vari interventi poi portano l’attenzione sul tema delle reti e dei territori. Noi facciamo buone prassi ma non riusciamo a farne una cultura da proporre ai cittadini! Anche per questo la società è intollerante e noi rischiamo di collocarci solo in una funzione di controllo sociale (ed i ns. utenti vengono considerati solo per la loro presunta pericolosità sociale).

Invece occorre DARE CULTURA AI TERRITORI. Dobbiamo DIRE ALLA POLITICA CHE NOI FACCIAMO PREVENZIONE CHE PRODUCE VERA SICUREZZA.

   

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