Haiti abbandonata

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pubblicata da Notizie Libere il giorno lunedì 6 dicembre 2010 alle ore 22.09

 

 

Haiti abbandonata

 

Haiti è stata abbandonata a se stessa, i donatori internazionali non hanno fatto quasi niente per rispettare i loro impegni. I fondi promessi dagli USA sono ancora bloccati al congresso, mentre l’amministrazione e i repubblicani si rimpallano la responsabilità del ritardo. Alla metà di luglio era stato consegnato solo il 2% degli aiuti promessi. Nel mondo reale, dove i poveri potrebbero passarsela meglio se i ricchi promettessero meno e mantenessero di più, non c’è motivo di credere che le cose possano andare in un altro modo. Nonostante i discorsi sul significato globale del terremoto ascoltati dopo il 12 gennaio, e nonostante le manifestazioni di solidarietà che ci sono state in tutto il mondo, il sisma è scomparso presto dalle prime pagine dei giornali. Fuori dell’isola e della sua diaspora, il terremoto è diventato una questione che interessa solo gli attivisti per i diritti umani, gli operatori finanziari, i funzionari dell’ONU e quelli dei governi dei paesi donatori.

Le cinque fasi dell’elaborazione di un dolore individuate da Elizabet Kubler-Ross – rifiuto,rabbia,negoziazione,depressione e accettazione – sono una generalizzazione discutibile di come gli esseri umani affrontano la prospettiva della loro morte imminente. Ma si può sostenere che le catastrofi naturali nel mondo povero, come il terremoto di Haiti, provochino nel mondo ricco alcune fasi di reazione abbastanza prevedibili:

  • Shock
  • interesse intenso 
  • forti pressioni perché si faccia qualcosa
  • poi una fase di calma quando i politici annunciano azioni immediate
  • poi la notizia passa in secondo piano e infine viene dimenticata.

Nel caso delle catastrofi naturali, i governi dei paesi donatori – e i loro cittadini che mettono mano al portafoglio – si comportano come monogami seriali: all’inizio sono ossessionati, ma prima o poi si calmano e passano oltre.

Inoltre è dimostrato che l’interesse dei cittadini donatori del mondo ricco di solito dipende dalla pubblicità che si fa di alcuni eventi, rappresentandolicome disastri di dimensioni epocali. In un mondo, dove quasi tutte le organizzazioni, per quanto animante da nobili ideali, pensano in termini di marchio e di pubbliche relazioni, minimizzare non è una strategia valida. Vendiamo le tragedie degli altri più o meno come vendiamo i detersivi. I costi morali sono un’altra cosa. Un sistema d’interventi di emergenza basato sulle notizie gonfiate, che come altre forme di marketing dipende dall’illusione della novità e quindi ha bisogno di esser continuante alimentato, è destinato a generare brevi sprazzi di attenzione e di impegni superficiali.

Esistono gruppi di pressione che chiedono di portare aiuti di emergenza e di promuovere lo sviluppo nei paesi poveri. E il successo delle ong legate a un fede religiosa e di quelle laiche. Ma questi gruppi si fanno sentire soprattutto in base a quello che viene raccontato dai mezzi d’informazione. Fichè Haiti è sulle prime pagine dei giornali, si mobilitano subito. Quando smette di essere al centro dell’attenzione, si dedicano a un’altra crisi.

Articolo estrapolato dal pezzo di David Rieff. The new republic Internazionale n.874.

 

 

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