Il Piacere e il Male – Incontro con l’antropologa Giulia Sissa

 
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venerdì 3 dicembre · 17.30 – 19.30

Luogo Auditorium della Fondazione Banca del Monte, Piazza San Martino, Lucca

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Il Piacere e il Male – Incontro con l’antropologa Giulia Sissa

L’incontro con la professoressa Giulia Sissa, antropologa e filosofa, si pone lo scopo di indagare in profondità un fenomeno sociale quale quello dell’abuso di droga e di alcol che tocca non solo e non più i giovani, ma fasce sociali e generazioni diverse tra di loro.
Giulia Sissa, ricercatrice del Cnrs francese, è ora docente alla UCLA (University California Los Angeles); profonda conoscitrice del mondo antico, traccia il persorso filosofico sul tema del piacere.
Sissa afferma che il piacere è negativo e il desiderio è insaziabile. Per comprendere il desiderio dell’uomo occidentale di oggi che lo porta alle mille dipendenze parte da Platone. Perché Platone? Perché è il primo ispiratore del paradigma “bulimico”: che riguardi cibo, sesso, alcol o danaro, il desiderio desidera se stesso, si esaurisce nel suo stesso appetito, ma soprattutto è per sua essenza negativo; illusorio ed effimero, coincide con una sensazione di vuoto che, appena colmata, si riaccende. Quale migliore descrizione dell’ossessione del “buco” o dello “sniffo”, che induce il tossico a cercare una dose dalla quale non otterrà godimento ma solo liberazione dal dolore della crisi di astinenza?
Ma fermarsi a Platone significa cogliere solo l’abisso del drogato, ignorando il piacere reale che la droga regala prima di trascinare le proprie vittime nell’inferno della dipendenza. Trascurare questo secondo aspetto, come fanno le campagne di dissuasione che si limitano a demonizzare la droga, scrive Sissa, significa indebolire la nostra capacità di combatterla. Quindi l’autrice suggerisce una seconda genealogia del piacere, che parte dalla concezione stoico-epicurea: se non degenera nella crapula, insegna Epicuro, il piacere non è qualcosa di illusorio e negativo, colui che soddisfa con moderazione i propri desideri conosce un piacere reale. Ma questo vale anche per le droghe? Thomas de Quincey ne era convinto, durante gli otto anni in cui riuscì a godere le delizie del laudano senza sprofondare nell’assuefazione. Ma anche per lui l’assuefazione è infine arrivata. Dunque aveva ragione Platone?
La risposta di Sissa è duplice: sì, nel senso che la sua descrizione della negatività del desiderio coglie perfettamente l’esperienza della tossicodipendenza; no, nel senso che l’idea secondo cui il desiderio sarebbe per sua natura smisurato è sbagliata. Per sostenere questo giudizio articolato, l’autrice convoca Freud che non crede alla platonica insaziabilità del desiderio: insaziabile è solo il desiderio nevrotico, regressivo. Al contrario, l’adulto impara ad applicare il principio di realtà, che non è rinuncia al piacere bensì differimento della soddisfazione immediata per ottenere un piacere futuro.
Sissa vede insomma un Freud capace di assumere l’insegnamento di Epicuro senza dimenticare quello di Platone. E il platonismo emerge, non a caso, di nuovo in relazione alla droga. A lungo consumatore di cocaina, Freud impara a sue spese che il piacere della droga è piacere nevrotico che l’assuefazione trascina fatalmente verso l’abisso. Ecco dunque la ricetta “freudiana” contro la droga: non disconoscere il piacere reale che certe sostanze procurano all’inizio, ma rinunciarvi in nome del principio di realtà, visto che rinunciare significa preservare il piacere futuro dalla dolorosa ipoteca della dipendenza..