messaggio di Don Paolo Farinella, prete

DON PAOLO A TUTTE LE AMICHE E AGLI AMICI DI FACEBOOK
 Oggi alle 10.02
Care Amiche e Amici,
il solito pacco del mercoledì, oggi anticipato a martedì perché domani non esisto per dedicarmi alla revisione dell’imminente mio prossimo libro che s’intitola “Il padre che madre”. Se qualcuno vuole essere cancellato, me lo dica e sarà fatto. Un abbraccio a tutti.
Paolo Farinella, prete

Nota previa:
Il giorno 1 novembre, Solennità dei Santi e il giorno 2 novembre Memoria dei defunti: ho celebrato la Messa anche per tutti i defunti di tutti coloro che sono iscritti nella mia rubrica e che sono amici di Facebook , quasi una “parrocchia virtuale” di amici e di amiche. Coloro che non sono credenti non se l’abbiano a male perché non è un tentativo di annessione, ma solo un modo mio di dirvi che vi sono amico: non ho oro o argento, ma vi do quello che ho: la mia fede e il mio essere prete che condivido con tutti, senza distinzione.


La lenta agonia della Democrazia e della Chiesa e una speranza

di Paolo Farinella, prete
Care Amiche e Amici,
Spedisco questa e-mail, corredata di liturgia (solo per chi l’ha chiesta). Ad oggi l’e-mail è spedita a n. 833 indirizzi. Mi scrivono ancora alcuni chiedendomi ragione della loro esclusione della Ripeto: alcuni non ricevono perché ho perduto oltre 2.000 indirizzi che lentamente sto ricostruendo. Vi invito a dire Nome, Cognome e Città. A coloro che lo hanno chiesto, invio la liturgia di domenica prossima, 32a del tempo ordinario del rito latino (non ambrosiano).

Dalla mia amica Ornella ricevo la cronaca del Corriere della Sera del 1 Novembre 2009 sulla commemorazione a Campo della Gloria del cimitero monumentale di Milano in memoria dei caduti partigiani a Milano, a cui ha partecipato anche l’Arcivescovado di Milano nella persona di Mons. Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano il quale, come ha fatto altre volte, non ha risparmiato critiche all’attuale governo, affermando senza mezzi termini che «Si assiste a una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica». Di seguito riporto non la cronaca del Corriere della Sera, che come tutti sanno è un noto covo di comunisti del Kgb, ma l’intero discorso di Mons. Gianfranco Bottoni a nome dell’arcivescovado della Diocesi di Milano e quindi si suppone con l’autorizzazione del card. Dionigi Tettamanzi.

Intervento [testo integrale] di Mons. Gianfranco Bottoni
La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza.
È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare.
La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire: campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti…
Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva “eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale.
Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente.
Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.
Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.
Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia – e, per chi crede, dinanzi a Dio – avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo.
L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo “libera e democratica”. – Fine intervento


APPELLO A QUANTI LEGGONO

L’intervento di don Gianfranco Bottoni ha provocato la reazione ringhiosa della destra fascista di Milano con una aggressione verbale virulenta, come è costume da quelle parti. Credo che sia obbligo morale di tutti noi fare giungere una parola di sostegno, specialmente in un momento in cui nella «chiesa gerarchica» rifulge il silenzio come metodo.
Chi volesse mandare un segnale, un parola di sostegno a don Gianfranco Bottoni può farlo al seguente indirizzo:
ecumenismo@diocesi.milano.it

Io ho inviato il seguente messaggio
Da: Paolo Farinella [mailto:paolo_farinella@fastwebnet.it] – Inviato: lunedì 2 novembre 2009 22.18
A: ‘ecumenismo@diocesi.milano.it – Oggetto: Paolo Farinella, prete – Grazie a don Bottoni

Caro don Gianfranco Bottoni,
sono un prete di Genova e ho appena letto il suo intervento del 1 novembre 2009 al cimitero di Milano in rappresentanza dell’Arcivescovo di Milano. Le sono grato per le parole che ha detto e per le profonde verità che non ha taciuto. Oggi la Chiesa è accusata di “tacere” per convenienza, mentre nelle sue parole ho sentito l’anelito della verità che libera e della profezia che si appella alla coscienza. Il suo intervento merita di entrare tra i documenti più significativi di questo secolo sul senso che un credente deve avere dello Stato, del Diritto, della Democrazia, per noi strumenti attraverso i quali lo Spirito agisce nella Storia e ci chiama a rendere ragione della speranza che è in noi. Grazie per questa sua testimonianza che partecipo anche ad altri.
Un abbraccio fraterno, suo Paolo Farinella, prete – Parrocchia S. Torpete – Genova


Postilla a margine

1. I fascisti della giunta fascista Moratti hanno reagito a muso duro perché per loro la «chiesa» è buona, simpatica e amabile solo quando o parla bene di loro o tace. D’altra parte il loro capo e padrone dichiara che non si dimetterà nemmeno di fronte a duna condanna per corruzione di giudice e inveisce livido che i giudici buoni sono quelli che gli danno ragione. Speriamo di poterlo vedere piegato alla giustizia e possibilmente in carcere. Ormai la maggioranza è alla rappresentazione finale di un gioco tra bande che dominano lo Stato e ognuno cerca di arraffare come e più che può.
2. «Se cambia la maggioranza si va al voto» [finto e manomesso, logicamente]. No. Se cambia la maggioranza, come è auspicabile, non si va al finto-voto perché il nostro ordinamento costituzionale è di tipo parlamentare e non presidenziale e quindi il presidente della Repubblica deve esperire ogni alternativa possibile. Solo se non è possibile formare una maggioranza parlamentare, si va al voto. Solo allora, con buona pace del Nano.
3. Noi intanto siamo in attesa che il Pd faccia i comoducci suoi, distribuisca le cariche secondo il manuale Cencelli, ripeschi il passato e si decida di scendere nella mischia per sparigliare le carte e proporre finalmente un programma di partito alternativo, di sinistra, popolare e laico.
4. Rigurgiti e vomiti in Italia di una riedizione del Ku Klux Klan: anni di politica leghista e berlusconista e finiana sullo “straniero” come nemico; sui comunisti mangia bambini; e frequentazioni di amici del Kgb come Putin, hanno prodotto in Italia il frutto maturo della follia che eccita i castrati nostrani.
5. Stefano Cucchi, in custodia cautelare, è morto per le percosse e l’abbandono curativo. Ho per le mani una perizia di un medico sulla morte di un altro carcerato su cui stiamo valutando quale via dire perché non si può tacere diventando complici. Coloro che hanno votato la legge sull’idratazione e nutrimento forzati, hanno lasciato morire un uomo per mancanza di nutrimento e idratazione. Io e altri 40 preti siamo accusati dalla Congregazione del Clero per avere firmato un appello puntuale su questi temi. Come mai ora lo (s)governo e la Chiesa tacciono? Perché nessuno grida “assassini” ai responsabili del carcere che hanno torturato (vedi registrazione pubblicata su tutti i giornali), anzi «massacrato» e per buon peso hanno lasciato morire per denutrizione e disidratazione un uomo affidato alla loro custodia perché fosse rieducato?
6. Sul versante ecclesiastico, ho chiesto che la mia risposta ai cardinali Bertone & Bagnasco fosse pubblicata sullo stesso giornale che ha pubblicato le loro missive: non ho avuto risposta. E’ la prova che si coltiva la verità parziale, quella che interessa e che fa comodo. A questo punto il problema è loro e non più mio.
7. Sto riflettendo sulla risposta da dare a Bagnasco in merito all’intervento della Congregazione del Clero inerente l’appello pro Eluana Englaro. Per ora è tutto nella testa che sta quagliando. Desidero dare una risposta non troppo articolata, ma chiara e lineare. Dovrò perdere un po’ di tempo, ma pazienza.
A tutti un abbraccio.

Genova, 4 novembre 2009 (anniversario n. 94° dell’inizio del primo macello mondiale, di cui si salva solo il Piave che ancora oggi mormora e bofonchia e mugugna: «passa lo straniero Berlusconi». No! Non passerà!).
Paolo Farinella, prete

Allego il mio articolo su la Repubblica del 1 novembre 2009-11-02

Se la Gerarchia cattolica smarrisce la Chiesa
di don Paolo Farinella
[pubblicato su la Repubblica/Il Lavoro (locale) 1 novembre 2009, p. XVII con il titolo:
«Cari Vescovi, le processioni vi illudono i fedeli ormai camminano da soli»]

Da tre settimane provo ad inserirmi nella corrispondenza tra il prof. Vittorio Coletti e il prof. Enrico Musso (la Repubblica dell’11 e 13-ottobre 2009) sul tema posto dal primo, riguardo alla candidatura del secondo e alle motivazioni etiche di supporto. Non ci sono riuscito a motivo di emergenze sempre in agguato. Mi riprometto di farlo: per le votazioni regionali c’è ancora tempo. Ora mi preme rispondere al prof. Coletti sul suo pezzo di domenica 25 ottobre dal titolo «Per chi lavora la Chiesa» e, nella pagina dei commenti, «Se la Chiesa ufficiale è lontana dalla gente». Dichiaro che mi sento perfettamente interpretato dal prof. Coletti che ha sintetizzato non solo il mio pensiero, ma anche i miei sentimenti e le motivazioni che li hanno sostenuti nelle mie esternazioni.
Il problema di fondo è proprio questo: da che parte sta la gerarchia cattolica in questo frangente storico in cui assistiamo alla deriva dell’etica politica o dell’etica «tout-court»? Come si giustifica la riluttanza di eminenti uomini di Chiesa ad intervenire nel lupanare che ha invaso la nostra società per merito di un presidente del consiglio che smania di avere rapporti intimi con il Vaticano e la «Chiesa che conta», professando la sua [spuria] cattolicità, salvo poi infognarsi in giochi di prostituzione, in relazioni con minorenni, in compravendita di giudici, di testimoni, di sentenze giudiziarie, di senatori e forse anche di droga e di mafia? Possibile che tutto abbia un prezzo secondo la logica berlusconiana che col denaro si compra tutto, anche la dignità morale e il silenzio dei vescovi?
Il cardinale Bagnasco dice che il suo collega Bertone «ha compiuto semplicemente il suo dovere istituzionale». Desidererei conoscere dove è scritto che un prete abbia come missione «il dovere istituzionale». So per certo che il prete, e quindi a maggior ragione il cardinale, deve essere integro non solo nel suo intimo, ma anche nel suo apparire pubblico e non può usare una doppia morale. Se di fronte all’ignominia di un presidente di consiglio, corrotto, corruttore, spergiuro per la dottrina cattolica, falso e utilizzatore finale di prostitute, di giudici, di sentenze e di «lodi» su misura, uomo malato che usa la falsità e la bugia come metodo di sistema, che in cambio di favori sessuali promette posti di ministra e di deputata, può un cardinale soprassedere e inaugurare come se niente fosse una mostra che – guarda caso – si chiama «Il potere e la grazia»? Il dovere istituzionale vale la missione del prete?
Nessuno dei due cardinali mi ha fatto – né poteva farmi – un solo appunto in materia di fede definita, di morale o di disciplina ecclesiastica. Lo sa bene il cardinale Bagnasco con il quale ho una frequentazione costante e al quale riconosco l’autorità di vescovo che può dimettermi o trasferirmi o sospendermi. Egli però sa anche, che, qualora lo facesse, deve farlo nella debita forma canonica e per motivi inerenti il mio esercizio ministeriale. Sulle materie opinabili la sua opinione o quella del Segretario di Stato ha lo stesso identico peso della mia o di chiunque altro. Hanno risposto stizziti, in coppia e in modo ufficiale sul bollettino della Curia di Genova perché si sono sentiti toccati sulla carne viva e sanno che il mondo cattolico è lontano mille miglia dalla «politica» di convenienza e di opportunità che in questi tempi sia il Vaticano che la Cei perseguono. Essi sanno che c’è in atto uno scisma nella Chiesa che mette in luce il dramma della crisi dell’autorità che ha perso ogni sua incidenza sul tessuto vivo della gente comune. Non si illudano con le folle delle processioni o degli eventi religiosi misti a folclore perché da tempo i cattolici praticanti hanno imparato a camminare da soli e hanno lasciato che i loro «pastori» andassero per la loro strada, se è vero che i loro documenti non lasciano impronte e ognuno ormai è «faber moralium suorum».