PADRE PINO PUGLISI, UCCISO OGGI DALLA MAFIA

Ti invio un intervento del senatore Giuseppe Lumia, in ricordo di don Puglisi, pubblicato da “Liberainformazione”.
Ciao a presto.
Paolo Borrello

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Il 15 settembre del 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, davanti al portone di casa veniva ucciso dalla mafia, per mano del killer Salvatore Grigoli, don Pino Puglisi. Una figura a me molto cara, che mi ha accompagnato da giovanissimo nel mio impegno associativo in Azione Cattolica e nel volontariato. Con lui in particolare, insieme a tanti altri giovani universitari, ho trascorso uno dei periodi più intensi e significativi della mia vita quando don Pino era assistente del gruppo Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) di Palermo ed io il presidente. Ci accumunava l’idea che la scelta religiosa non potesse e non dovesse essere interpretata come una delimitazione di campo, ma piuttosto un modo di essere e di agire in tutti gli ambiti della realtà, nessuno escluso: dal culturale al sociale, dall’economico al politico. Secondo lo stile dell’incarnazione, del dialogo, della condivisione, della ricerca comune di ciò che favorisce lo sviluppo integrale della persona umana.

Di don Pino ci colpiva la capacità di mettersi subito in relazione con chi incontrava e di attivare immediatamente energie ed entusiasmo attorno ad un’idea, ad un progetto. La sua fede si traduceva in un impegno quotidiano al servizio della persona e della comunità. Tanto mite e umile, quanto tenace e determinato, non conosceva ostacoli quando si trattava di salvaguardare la dignità dei più deboli ed emarginati, soprattutto se bambini. Trasferito nella parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, iniziò un importante lavoro con i ragazzi e le famiglie del quartiere. Brancaccio era, ed è ancora, una delle zone a più alta densità mafiosa della città. Uno di quei quartieri a rischio, dove i giovani possono cedere facilmente al richiamo criminale di Cosa nostra. Qui il degrado economico e sociale, infatti, rappresenta il brodo di coltura ideale della mafiosità e dell’illegalità.

In un posto abbandonato dallo Stato, dove tutto viene controllato dalle famiglie mafiose dei Graviano, don Pino irrompe con la sua semplicità, il suo sorriso dolce, il suo amore per la giustizia, la legalità, la solidarietà. La scelta religiosa si fa impegno per un’opera di evangelizzazione e promozione umana volta ad ottenere diritti e non favori, a far sì che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, ad aiutare la gente a liberarsi dal giogo mafioso che umilia e abbrutisce. Si rifiuta di far gestire le feste patronali ai boss che fino ad allora decidevano orari, spettacoli, fuochi d’artificio. Durante le omelie, di fronte agli stessi mafiosi seduti sui banchi della parrocchia, don Pino parla della necessità di ribellarsi alla mafia perchè contro le persone ed il Vangelo.
Con il Centro Padre Nostro don Pino voleva dare ai giovani la possibilità di un posto sano dove giocare, fare sport, studiare e crescere insieme agli altri: un percorso di crescita ed emancipazione da un contesto arido e negativo, dove fino ad allora ai ragazzi non era stata offerta nessuna alternativa.

Per la mafia, il Centro e l’opera di Padre Pino Puglisi rappresentavano un’insidia. La mafia ha paura dell’istruzione e dell’educazione più di quanto ne abbia del carcere. Don Pino aveva scardinato un sistema culturale, aveva messo in crisi quello che gli studiosi chiamano il “sentire mafioso”. Nessuno poteva permettersi di insidiare il dominio di Cosa nostra, neanche un prete.
Quando il 15 settembre del 1993 ricevetti la notizia dell’assassinio di don Pino per me fu un colpo durissimo. La rabbia e lo scoramento però non ebbero il sopravvento e non poteva essere altrimenti dati i suoi insegnamenti. Oggi il ricordo di don Pino è una memoria feconda che ci spinge a non perdere mai la speranza, a fare ognuno la nostra parte fino in fondo, perché come ripeteva don Pino “se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…”.

20/3 il video di don ciotti a milano

Roberto Li Castri 21 marzo alle ore 18.16
XV^ GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO CONTRO LA MAFIA – MILANO 20 MARZO 2010 – INTERVENTO DI DON CIOTTI PRESIDENTE DI LIBERA

Vedi il videoclip su youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=P4T1LL6gcHM

grazie

DON CIOTTI: I BENI CONFISCATI SONO COSA NOSTRA

Firma l’appello: “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra” di don Luigi Ciotti
post pubblicato in Mafie, il 25 novembre 2009

Con l’emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria l’impegno preso con la legge 109/96 rischia di essere tradito. La proposta potrà permettere la vendita dei beni confiscati che non riescono a essere destinati entro tre o sei mesi. Firma l’appello di libera
Firma l’appello: Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra

Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell ‘impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

Per aderire all’appello clicca qui
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1780


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