Resistenza. Roger Absalom e la “strana alleanza” tra militari alleati e contadini/e italiani/e

Museo Storico della Liberazione 12 agosto alle ore 17.11 Rispondi
Antonio Parisella –
Resistenza. Roger Absalom e la “strana alleanza” tra militari alleati e contadini/e italiani/e

La triste notizia me l’ha data qualche giorno fa Mario Setta, un amico di Sulmona (AQ) impegnato nel Liceo scientifico “Enrico Fermi” e nelle edizioni Qualevita alla benemerita edizione di memorie sul vissuto popolare durante la fase di passaggio in Italia della seconda guerra mondiale e delle Resistenza: anche Roger Absalom ci ha lasciato diverso tempo fa (il 9 ottobre 2009). Mi sono meravigliato perché nel mondo accademico, in genere, le notizie circolano con una certa rapidità, ma non per questo non ne sono stato seriamente colpito. Nonostante la sua età – doveva aver superato gli 85 anni – sembrava un intramontabile: chi nel suo e nostro mestiere è legittimamente maestro, sembra sottratto alle regole ferree della fisiologia umana. E Roger Absalom maestro lo era di certo. Da tempo, superata l’età del pensionamento, aveva chiesto e ottenuto dalle autorità accademiche della Sheffield Hallam University di restare in servizio per dedicarsi all’orientamento degli studenti, per addestrarli al metodo scientifico di ricerca.
Era stato ufficiale britannico durante la campagna d’Italia ed aveva ben conosciuto direttamente le realtà e gli ambienti resistenziali italiani, soprattutto di campagna e di montagna. A me, oltre trent’anni fa, lo aveva presentato Lamberto Mercuri, scomparso lo scorso anno in questi giorni, che era stato partigiano del Partito d’Azione e che aveva operato in Abruzzo e in Piemonte collaborando con gli inglesi nelle Special Force. Ma, mentre poi Lamberto Mercuri – che era anche segretario generale della FIAP – si era dedicato allo studio dei rapporti tra Resistenza e Alleati secondo il tradizionale approccio di storia politica e militare, Roger Absalom era stato maestro perché aveva innovato fortemente gli studi, affrontando i rapporti tra società e popolazioni rurali e prigionieri alleati secondo un’originalissima prospettiva, nella quale entravano e si mescolavano storia sociale, antropologia storica e culturale e psicologia sociale.
A partire dal 1975, l’ho incontrato in oltre una decina di convegni nazionali e locali degli Istituti storici della Resistenza ed ho avuto occasione – particolarmente a tavola – di apprezzare, oltre alla sua cultura e alla chiarezza del suo percorso di ricerca, il suo carattere aperto e disponibile, la sua simpatia e la sua ironia pungente. Dalla fine della guerra, oltre a percorrere in lungo e in largo gli archivi inglesi e americani – particolarmente quelli della Allied Screening Commission – percorse in lungo e in largo anche le campagne (soprattutto dell’Italia centrale) alla ricerca dei protagonisti e delle protagoniste dell’opera di salvataggio di oltre 10.000 prigionieri alleati evasi dai campi di prigionia dopo l’8 settembre 1943 e di altri militari (soprattutto piloti superstiti di aerei abbattuti o agenti in missione speciale paracadutati o sbarcati). Voleva conoscere da vicino e in profondità le mentalità collettive, le culture popolari e le sensibilità profonde delle popolazioni rurali e i caratteri ambientali, territoriali ed economici delle campagne. Ma, aggiungeva ironicamente, un’attrazione irresistibile la esercitavano su di lui il buon formaggio e il vino rosso.
Affidò via via i risultati delle sue ricerche a numerosi saggi, articoli, interventi, relazioni a convegni, che poi confluirono in una basilare opera di sintesi di trent’anni di lavoro: “A Strange Alliance. Aspects of escape and survival in Italy 1943-1945”, Olschki, Firenze 1991. Essi furono per me fondamentali per le riflessioni sulla “sopravvivenza nella libertà” e sulla “lotta non armata nella Resistenza”, che furono alla base del mio libro “Sopravvivere liberi. Riflessioni sulla storia della Resistenza a cinquant’anni dalla Liberazione”, Gangemi, Roma 1997: egli lo accolse con entusiasmo e lo presentò e sostenne con decisione nella sfortunata partecipazione al “Premio Ignazio Silone”, che mi fu negato – di fatto – con un pretesto.
Volendo sempre essere legato ai dati materiali e sensibili della realtà, Roger Absalom giunse a stimare che fu tra il 4% e il 5% della popolazione rurale ad essere coinvolto nell’opera di accoglienza e di salvataggio di ben oltre 10.000 militari alleati: essi furono accolti, rifocillati, vestiti, calzati, nascosti, protetti, ospitati, alimentati a rischio della propria esistenza. Ma egli non si illudeva né illudeva che questo fosse l’unico comportamento né il prevalente: infatti, come in ogni fenomeno sociale, ci si trova di fronte ad una sorta di scala graduata di atteggiamenti molteplici, che va – da un lato – dalle scelte consapevoli ed eroiche di affrontare il sacrificio e la morte per proteggere i militari nascosti, a – dall’altro – al tradimento per necessità o per scelta affidandoli nelle mani dei nazisti. Tuttavia, ciò non doveva impedire di cogliere che, attraverso quell’accoglienza, la società rurale reagì ad un grande impatto storico – “unico” lo aveva definito – dal quale sarebbero sortiti effetti e comportamenti sia a breve che a medio e lungo periodo. Da parte delle popolazioni rurali vi fu una sorta di scoperta – nelle storie dei militari alleati – di un “altro mondo”, una realtà umana che svelava e apriva ad una modernità che non era con esse aggressiva e, anzi, bisognosa di tutto. E mettevano a loro a disposizione la materialità di quanto possedevano e disponevano, ma anche il patrimonio immateriale di conoscenze geografiche, economiche, naturalistiche, ambientali, climatiche, ecc. che avrebbero loro permesso di vivere e sopravvivere, nascondendosi e spostandosi, secondo le necessità. Tra contadine/i e militari alleati si saldò una “reciproca appropriazione” che li portò a sentirsi parte di un destino comune.
Ed è qui che si inserisce la originale proposta metodologica (che va ben oltre il caso concreto) di Roger Absalom. Per avere piena consapevolezza di ciò che avvenne, egli ci dice che non è stata sufficiente la pur indispensabile ricostruzione storico-documentaria negli archivi, ma è stata necessaria l’indagine partecipata sul campo per cogliere i nessi che si stabilirono tra gli eventi della guerra (e l’apparire improvviso dei prigionieri in fuga) e sedimentazioni più profonde delle culture popolari, delle mentalità collettive, delle psicologie sociali, delle religiosità popolari. Tra le altre, qui possiamo ricordare (a volte in coppie contastanti): tradizione di ospitalità/diffidenza verso gli estranei; istintive strategie di sopravvivenza (sopratttto femminili); diffidenza/subordinazione nei riguardi delle autorità; ambivalenza (credulità/rielaborazione) nei confronti del clero; religiosità popolare; capacità di sacrificio/calcolo del rischio.
A innescare i comportamenti e a orientarli verso effetti, che talora avrebbero superato il pur benemerito salvataggio di tante persone per proiettarli nel medio e lungo periodo, sarebbe stata una graduale e diversamente profonda percezione della guerra come apertura millenaristica verso una sorta di palingenesi da tempo attesa. Nelle aree mezzadrili, nelle quali i germi della modernità erano già in parte stati immessi, ciò avrebbe accelerato quei processi di autonomia sociale e culturale dai quali sarebbero emerse sia le lotte contadine del dopoguerra, sia le trasformazioni produttive e sociali più recenti, che ne avrebbero fatto le aree di economia più flessibile e ad alto valore aggiunto.
Due ultime annotazioni. I militari alleati, a liberazione avvenuta, iniziarono a premere ed insistere sulle autorità militari unglesi e statunitensi perché si rendesse giustizia e si riconoscesse l’operato e il sacrificio di chi la meritava – per essi – più di chiunque. Ma fu tutto vano: ebbero al massimo un attestato di carta. Gli stessi, una volta liberi, tornarono spesso in Italia, talora con regolarità, per trascorrere le loro ferie e talatra vi si stabilirono definitivamente, concorrendo – loro e loro discendenti – a quel popolamento angloamericano di molte aree ex mezzadrili, soprattutto in Toscana.

GIORNI DELLA MEMORIA AL MUSEO STORICO DELLA LIBERAZIONE

Tipo:
Rete:
Globale
Inizio:
sabato 23 gennaio 2010 alle ore 9.30
Fine:
domenica 21 febbraio 2010 alle ore 20.00
Luogo:
Roma, Via Tasso 145

Descrizione

MUSEO STORICO DELLA LIBERAZIONE
00185 ROMA – Via Tasso 145
www.viatasso.eu; info@viatasso.eu
tel. 067003866, fax 0677203514

GIORNO DELLA MEMORIA
27 gennaio 2010

La presidenza e il comitato direttivo del Museo storico della Liberazione restano fermi nella convinzione che il periodo 1943-1945 e, più in generale, della seconda guerra mondiale, rappresenta una fase tragica ed oscura della storia dell’ Europa, dell’Italia e di Roma perché cartterizzato non solo dalla guerra combattuta dagli eserciti, scatenata dall’aggressione nazista all’Europa, ma anche dalla Shoah e – in Italia – dalle leggi razziali e dalla persecuzione fascista dei cittadini ebrei, che pure costituiscono il massimo della violenza distruttrice del totalitarismo nazista contro l’umanità. La caratteristica dell’aggressione nazista come guerra totale, guerra programmaticamente estesa a colpire popolazioni civili a alla costruzione del Nuovo ordine europeo, destinato a mutare i rapporti storici fra i popoli d’Europa e i loro connotati culturali e civili, le loro identità più profonde, e stabilire tra essi gerarchie etnicamente fondate e sostenute dall’organizzazione totalitaria del potere, colpì anche gli italiani e le italiane e molti e molte fra essi hanno dovuto subìre la deportazione, l’internamento militare, la prigionia, la morte, le stragi e le persecuzioni politiche e razziali. Era una politica dello sterminio e della schiavizzazione che colpì con durezza, in maniera cinicamente stratificata, ogni popolazione che con la macchina nazista venne a contatto, con la destinazione di alcuni alla disumanizzazione e di altri alle eliminazione fisica. Ma, in Italia come in Europa, donne e uomini di ogni nazione e credo, con le armi o senza le armi, a fianco degli eserciti combattenti, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. In tal modo, hanno contribuito a garantire ai popoli d’Europa e al popolo italiano la salvezza e la sopravvivenza ed a creare le condizioni della loro libertà e della loro democrazia.
Per queste ragioni, la presidenza e il comitato direttivo del Museo storico della Liberazione ci tengono a riaffermare che – in armonia con le finalità previste dalla legge istitutiva 14 aprile 1957 n, 277 – il compito di narrare i fatti e di promuovere la riflessione sulla storia del nazismo e del fascismo suo alleato – indicati dalla legge istitutiva del Giorno della memoria 20 luglio 2000, n. 211 – non può limitarsi alla pur meritoria attività di cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di un solo giorno ma, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, per fruttificare deve consolidarsi in attività didattica e formativa continua e multidisciplinare, suscettibile di far comprendere come la minaccia totalitaria e razzista avesse minacciato l’umanità stessa dei popoli d’Europa, aggredendo la dignità della persona umana in ogni dimensione dell’esistenza. Ma, nello stesso tempo, capace di spiegare come in ogni strato e gruppo sociale, in ogni comunità religiosa, in ogni ramo della scienza, dell’arte e della letteratura, in ogni attività della produzione e del lavoro, la resistenza della sopravvivenza abbia creato le basi della resistenza per la liberazione. Allora, il Museo, fedele al suo compito istituzionale di assicurare al patrimonio storico nazionale la più completa ed ordinata documentazione di quel periodo e di quegli evanti, ha la piena coscienza che – come testimonia la frequente presenza di visitatori di ogni paese d’Europa e di fuori Europa – riferendosi alla popolazione di Roma, ne rappresenta la lotta che costituisce uno specifico modo di esprimere una lotta comune ai popoli che vivevano nel continente e un momento di una lotta per l’affermazione – anche nel presente e nel futuro – dei diritti di tutti gli uomini, di tutte le donne e di tutti i popoli. Così il dare testimonianza delle persone, dei gruppi sociali, dei movimenti politici e di tutte le vittime di quelle oppressioni e di tutti i partecipi di quelle lotte, non serve solo a diffondere di esse una conoscenza cristallizzata nel tempo, ma a scoprire in essa i semi e le radici da trapiantare e far fruttare nel nostro tempo, nei nostri gruppi e nelle nostre associazioni, nei nostri movimenti, nelle nostre aggregaziuoni sociali e civili, nelle nostre istituzioni.
Non aver perduto la speranza della possibilità di un mondo e di un’umanità migliori fu quello che sorresse nell’abominio dei lager i deportati, di fronte ai fucili spianati i condannati a morte, nella solitudine e nel gelo delle notti d‘inverno i partigiani in montagna e nel chiuso di soffitte e cantine quelli di città, nelle case di campagna le donne che coraggiosamente ospitavano i fuggiaschi, nei monasteri le suore che salvavano bambini ebrei. Questo oggi, domani e sempre vogliamo ricordare e trasmettere.

INIZIATIVE 2010

Poiché dal 2001 gli ultimi giorni di gennaio ed i primi di febbraio sono diventati un periodo in cui la riflessione sugli eventi ricordati viene promossa con varie iniziative culturali ed educative, anche il Museo – in collaborazione con altri soggetti – mette a disposizione del suo pubblico e dei suoi amici una serie di iniziative differenziate e dirette a riflettere insieme e aproporre la riflessione alle più giovani ed ai più giovani.

23 gennaio: PARMA, Centro studi Movimenti (via Testi 4), ore 10,30-17. il Giorno della Memoria al Corso di perfezionamento “Fonti orali e metodi della ricerca per la comunicazione audiovisiva”. Michele Guerra, “Non vedere l’Olocausto: “Shoah” di Claude Lanzmann” (con proiezioni); Primarosa Pia, “Trascrivere, ascoltare, interpretare [le testimonianze di deportati e deportate]: ragione ed emozione; “Nata due volte. Storia di Settimia Spizzichino ebrea romana” (Italia 2005, 60’), video documentario di Giandomenico Curi, discussione con l’autore

23 gennaio – 13 febbraio: SCHIAVE DUE VOLTE. Storie di prostitute forzate nei Lager nazisti
A – Mostra storico-documentaria “Sex-Zwangsarbeit in NS-Konzentrationslagern” (Prostituzione forzata nei campi di concentramento nazisti)” promosssa da “BE FREE. Cooperativa sociale di donne per la lotta contro tratta, violenze e discriminazioni”, con la collaborazione del gruppo “Die Aussteller” di Vienna e dal gruppo della Universität der Künste Berlin. Prima esposizione assoluta in Italia.
B – 27 gennaio e 12 febbraio: eventi di approfondimento con studiose, operatrici sociali, esponenti di cultura e politica

24 gennaio: “Pedalando nella memoria”. Il VI Memorial ciclistico dedicato a Settimia Spizzichino (unica abrea romana superstite dalla deportazione), promosso dalla Provincia di Roma, dal Comune, dai Municipi I, IX e XI, e con l’adesione dell’Uisp, (Unione italiana sport per tutti), farà la consueta tappa al Museo, dove Giuseppe Mogavero e Antonio Parisella ricorderanno la figura di Elvira Sabbatini Paladini, vicepresidente e direttrice del Museo, di recente scomparsa

26-28 gennaio: Günter Demmig, “Memorie d’inciampo a Roma”, a cura di Adachiara Zevi, in collaborazione con ANED (Associazione Nazionale ex Deportati); ANEI (Associazione Nazionale ex Internati); CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea); Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane e i Municipi I, II ,VI, IX, XVI, XVII. Patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Roma, alto patronato del Presidente della Repubblica.
Come in altre città d’Europa, sui marciapiedi delle loro ex residenze l’artista posizionerà 30 Stolpersteine (pietre d’inciampo) che ricordano deportati razziali, politici e militari. (prima realizzazione in Italia).
A – martedì 26 gennaio, ore 11.00, Casa della Memoria e della Storia, via San Francesco di Sales 5: presentazione alla stampa.
B – giovedì 28 gennaio, ore 9.30: via della Reginella 2: inaugurazione.

26 gennaio, ore 9,30-12,30: il dr. Alessio D’Amato, consigliere della Regione Lazio, consegna in omaggio copie di Anne Frank, Diario, (Einaudi, Torino) alle scuole prenotate per le visita al Museo; gli omaggi verranno ripetuti alle classi in visita per tutta la settimana.

31 gennaio, ore 17,30: LA DEPORTAZIONE DIMENTICATA. “Giacere sul fondo: dramma di siciliani deportati nei campi di concentramento, rappresentazione messa in scena da Paola Roccoli, in coillaborazione con TEATRARTE, teatro e arti visive (Palermo) (da confermare)

18 o 19 febbraio, ore 18: Auditorium dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi (Palazzo Antici Mattei, Via Michelangelo Caetani): “I Lagerlieder di Carlo Marinuzzi, concerto. Esecuzione pianistica a quattro mani di Cinzia Facchini e Rossella Rubini della composizione realizzata dall’autore combinando i canti (soprattutto russi e dell’Europa Orientale) appresi nel campo d’internamento e trascritti con materiali di fortuna, con interventi di Annamaria Marinuzzi, Massimo Pistacchi e Antonio Parisella, in collaborazione con Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi. (prima esecuzione pubblica)

via tasso – museo storico della liberazione

VIA TASSO: IL MUSEO SI RACCONTA

A tutti gli invitati a VIA TASSO: IL MUSEO SI RACCONTA

Museo Storico della Liberazione 10 dicembre alle ore 15.49 Rispondi
Museo Storico della Liberazione
VIA TASSO: IL MUSEO SI RACCONTA
A DIECI ANNI DALL’ATTENTATO AL MUSEO
Luogo:Roma, Via Tasso 145
Ora:domenica 13 dicembre 2009 9.30.00
resterà esposta fino al 17 gennaio
ingresso libero e gratuito
per orari e altro cfr. www.viatasso.eu

Aspettiamo coloro che hanno detto che parteciperanno, e anche coloro che erano indecisi/e. Chiediamo a tutti/e di girare l’informazione e l’invito a loro amici ed amiche. In dieci anni, ciò che ci ha motivato ad andare avanti e a non mollare nonostante il peso personale e la stanchezza, oltre che le convinzioni, è stata la rispondenza ed il consenso popolare. Senza soldi riusciamo a fare qualcosa, senza sentirvi vicini/e no.

VIA TASSO: IL MUSEO SI RACCONTA

VIA TASSO: IL MUSEO SI RACCONTA

Tipo:
Rete:
Globale
Inizio:
domenica 6 dicembre 2009 alle ore 9.30
Fine:
domenica 17 gennaio 2010 alle ore 19.30
Luogo:
Roma, Via Tasso 145

Descrizione

VIA TASSO: IL MUSEO SI RACCONTA

23 novembre 1999, quasi a mezzanotte una bomba esplose davanti al portone di Via Tasso 145, sede del Museo storico della Liberazione. Per miracolo non fu una strage: a distanza di pochi metri, dietro un fragile muro di forati, ci sono i tubi e i contatori del gas. La paura fu molta ed anche i vetri rotti. Ma niente di più. A rivendicare la prodezza fu un sedicente “movimento antisemita” o “movimento antisionista”, nel quale non pochi vollero riconoscere la stessa mano di un gruppo di estrema destra, arcinoto alle cronache per le sue scritte sui muri romani e per certe azioni dimostrative di suoi leader.
La solidarietà giunse al Museo da ogni parte d’Italia e dall’estero, dalle istituzioni, da ogni gruppo sociale e dalle più svariate provenienze ideali e religiose. Il successivo 8 dicembre – nel corso di una giornata nonstop “Via Tasso a porte aperte” circa 3500 persone (1 romano su 1000) visitarono il Museo e la strada fu a lungo piena di capannelli. Fatto clamoroso: a fare da servizio d’ordine (finché fu possibile) e da guida ai visitatori furono – senza il minimo incidente – dei giovani della Comunità abreaica con la kippaa in testa e giovani di alcuni centri sociali con la kefiah al collo. Artisti intervennero per testimoniare la loro solidarietà con canzoni, recitazioni di poesie, letture di brani. Fu allora che, visitandolo per la prima volta, Moni Ovadia pianse dicendo: “Si tratta di uno dei più significativi luoghi europei della memoria dell’oppressione nazista”.
A partire da quegli avvenimenti, a testimoniare che da quell’azione sconsiderata non si fecero intimorire né il presidente sen. prof. Paolo Emilio Taviani né la direttrice Elvira Sabbatini Paladini, né i nuovi collaboratori e dirigenti del Museo, l’impegnodel/per il Museo prese nuovo slancio, con una crescita vertiginosa delle visite (soprattutto scolastiche) da poco meno di 9000 a oltre 16000 l’anno, con manifestazioni, mostre, conferenze, proiezioni, presenze in manifestazioni ed eventi di rilievo, ricerche scientifiche, collaborando non solo con organizzazioni partigiane ed antifasciste, ma con organismi quali Amnesty International, ASAL, Medici contro la tortura, e stabilendo rapporti con istituzioni culturali italiane e non, quali la Fondazione ex campo di Fossoli, il Museo del Deportato di Prato, il Museo Cervi di Gattatico, la Fondazione Ferramonti di Tarsia per lo studio dell’internamento civile, la Casa della memoria dell’ex campo di prigionia di Servigliano, l’Associazione Italo-Greca di Cefalonia, la Scuola di Pace di Montesole, la Fondazione Villa Grimaldi per la pace e i diritti umani di Santiago del Chile, l’Istituto per la memoria di Buenos Aires, Associazioni giapponesi di insegnanti, di donne per la pace e di perseguitati politici antifascisti, Associazioni statunitensi e tedesche di e per insegnanti, ed altre ancora.

Il ricordo di quegli eventi sarà affidato ad una mostra che – con documenti, fotografie, cartografie, riproduzioni di opere d’arte – ricostruisce e narra la vicenda del luogo, dell’edificio, del comando di polizia e carcere nazista e del Museo (con le sue fasi di alto e basso): un excursus non solo nella storia urbana di Roma e della occupazione nazista e della Resistenza, ma anche delle fasi della costruzione della memoria pubblica dell’Italia repubblicana. In quaranta pannelli, attraverso la percezione dei luoghi e degli spazi, i volti dei carnefici e delle vittime, le testimonianze degli artisti presenti nella prigione, la narrazione dei protagonisti della trasformazione in Museo, le accoglienze della stampa, i documenti della crisi degli anni del silenzio, i profili degli autori della rinascita, le fotografie dei visitatori illustri e dei ragazzi delle scuole, le tracce delle attività svolte, storie consolidate e problemi aperti vengono presentati al visitatore per coinvolgerlo nel pensare e progettare il futuro dell’istituzione e dell’esposizione, che sarà quale i cittadini e le cittadine chiederanno che sia e come le nuove generazioni hanno bisogno che sia. Memoria indelebile della lotta contro l’oppressione nazifascista e la minaccia alla vita del nostro popolo, dalla quale – tra le mille patrie d’Europa – è risorta anche la nostra patria ed ha preso forma la Repubblica democratica.