LA MEMORIA DELLA SHOAH

la memoria della Shoah non appartiene solo al popolo ebraico, a tutti coloro che l’hanno vissuta e ai loro discendenti, ma anche a una società civile capace di analizzare una parte triste e dolorosa della propria storia, in cui chi sa ascoltare un testimone, diviene esso stesso traduttore della memoria degli eventi storici, che si devono tramandare alle nuove generazioni…

Laura Tussi

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LA MEMORIA DELLA SHOAH

Dagli eventi alla testimonianza

 

di LAURA TUSSI

 

La ricerca storica inerente la Shoah si è occupata, per lungo tempo, delle vicende riguardanti lo sterminio, la diffusione e l’organizzazione dell’eccidio, le dimensioni della strage, le modalità di realizzazione.

In seguito si è assistito all’ingresso delle storie di vita private, delle singole vicende di persecuzione e di sopravvivenza, che hanno fatto emergere altre dimensioni della soluzione finale.

Nella grande tragedia collettiva, inizia ad imporsi l’analisi della vita quotidiana, lo studio delle trasformazioni dell’ambiente, dei comportamenti, dei vissuti dei perseguitati, dei persecutori e della fascia intermedia degli spettatori.

Nel processo di trasmissione degli eventi storici, subentrano le voci testimoniali, per poi passare alle seconde e terze generazioni della memoria, con le questioni della conservazione e divulgazione della storia.

Si pone il problema di come gestire, classificare, schedare racconti orali, come supporto e approfondimento, nell’epoca della scomparsa fisica dei testimoni diretti. Subentra la necessità di raccogliere tutte le testimonianze dei carnefici e delle vittime, degli osservatori e degli attori che non si possono escludere dai processi di ricostruzione della storia e della memoria collettiva, in quanto la Shoah non è una sequenza definita di vicende e di azioni, ma una continuità di contrattazioni di vite umane, di modalità di sopravvivenza, di ricerca di luoghi adibiti a morte o a protezione.

La soluzione finale consiste nel patteggiare con altri e verificare, in questa dinamica, la capacità, la solidità, la labilità e le lacerazioni di gruppi umani culturalmente caratterizzati.

Lo studio, la documentazione e la trasmissione degli eventi storici connessi alla Shoah implicano un legame diretto con dinamiche di trasformazione sociale, di evoluzione del sistema di valori e di costruzione della società civile stessa.

I temi dell’emancipazione dell’individuo e dell’affermazione dei diritti inalienabili della persona, in relazione con lo sviluppo della democrazia, sono il risultato di un processo di elaborazione illuministica e marxista che ha accompagnato l’evoluzione di una coscienza politica indipendente da strategie di potere.

Questi principi imprescindibili sono stati invece accompagnati dallo sviluppo contraddittorio di intolleranze, razzismi, nazionalismi, fino alla tragedia stessa della Shoah.

Il dibattito sull’identità nelle società contemporanee occidentali si accompagna alla convinzione della necessità di forme di identificazione collettiva che possono sfociare in organizzazioni sociali totalitarie.

Il tema della Shoah deve essere affrontato, considerando che i processi di trasformazione sociale ed economica si connettono a forme diverse di legami con luoghi e dinamiche della geografia e della storia.

L’evento della Shoah si colloca nella complessa relazione fra tradizioni di collettività, di nazioni, di gruppi, di relazioni tra popoli.

Nella Torah, il ricordo non consiste semplicemente nel rievocare e rammentare un evento passato, ma significa riattivarlo, rimembrarlo, in forma potenziata e vitale, nel momento in cui viene rimesso nel circolo della narrazione, in una storia della memoria in cui le libere associazioni assumono un approccio tematico alla Shoah.

La memoria individuale e collettiva diventa sede confusa di connessioni e associazioni di date e avvenimenti, che vedono episodi tragici richiamare alla mente continui eventi drammatici di atrocità sociali e individuali, in un richiamo, in una riproposizione della memoria vicendevole e reciproca. In questo contesto, per la tradizione ebraica, si è liberi solo nel ricordo e la dimensione narrativa, l’evoluzione del racconto, radicati nella memoria, diventano condizioni fondanti della propria esperienza individuale.

La memoria dell’evento non deve essere considerata come particolaristica, ossia riferita solo agli ebrei, in una riflessione solamente ebraica, perché il ricordo della Shoah è attualmente il modello della costruzione civile della memoria, il paradigma a cui si fa riferimento, a livello culturale e politico, per analizzare il passato e il presente occidentali.

La memoria della Shoah non appartiene solo al popolo ebraico, a tutti coloro che l’hanno vissuta e ai loro discendenti, ma anche a una società civile capace di analizzare una parte triste e dolorosa della propria storia, in cui chi sa ascoltare un testimone, diviene esso stesso traduttore della memoria degli eventi storici, che si devono tramandare alle nuove generazioni.

Risulta difficile comprendere come sia stato possibile per i sopravvissuti ritrovare il desiderio e la gioia di vivere, dove la memoria è connessa non solo al passato, ma al futuro, alla capacità di valorizzare le esperienze trascorse e al reinserimento dell’ex deportato in un’idea di società civile.

La Shoah costituisce un cambiamento irreversibile che ha investito la civiltà nei suoi fondamenti.

All’idea di un processo fondato sulla semplice illustrazione degli eventi si oppone la tesi di un’attività di ricerca e di elaborazione di un ricordo collegato alla conoscenza, di una formazione connessa alla più ampia promozione della coscienza civile e democratica, in modalità di analisi delle realtà, in cui trovi spazio una memoria storica, dove risultino collegati valori di riferimento e conoscenza degli eventi.

 

Laura Tussi

 

LA PEDAGOGIA DELLA SHOAH

Cara Amica, Caro Amico,

 

Moni Ovadia sostiene che l’antisemitismo prevede un nemico non per posizione, ma per definizione, ossia un nemico ontologico, per essenza umana e per pensiero altro, nella concezione del nazismo che è senza precedenti nelle altre dittature...

Laura Tussi

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LA PEDAGOGIA DELLA SHOAH

 

di Laura Tussi

 

Moni Ovadia sostiene che l’antisemitismo prevede un nemico non per posizione, ma per definizione, ossia un nemico ontologico, per essenza umana e per pensiero altro, nella concezione del nazismo che è senza precedenti nelle altre dittature.

La Shoah diviene oggetto di fiction televisive e cinematografiche; è indagata e trattata in innumerevoli opere narrative; viene analizzata nel tentativo di enucleare concettualmente e razionalmente il suo mistero che resta indecifrabile. È accaduto, nella vicenda storica dell’umanità, un evento mostruoso, enorme, non solo per la quantità delle vittime, ma anche per il numero di colpevoli, di complici sottomessi e obbedienti, di indifferenti ottenebrati, obnubilati e alienati dal sistema del terrore nazista. L’esigenza spasmodica di comprendere conduce dalla storia alla microstoria, degenerando persino nella pornografia della Shoah, nella morbosità dell’incesto storico, di fantasie maniacali fino al recondito delle fosse comuni e delle camere a gas, nel fetore nauseabondo del male, nel gusto del proibito, nell’umiliazione dei corpi nudi. Una pornografia della Shoah che alimenta una distanza abissale rispetto alla sobrietà del racconto di Primo Levi, elaborato come faticosa conquista e riflessione pacata e cogente di razionalità, trattenuta come lucida e disincantata e sobria forma di pudore, che è monito attivo e militante, fra memoria delle atrocità del passato e insensibilità per la xenofobia contemporanea.

La lezione della storia deve sempre tradursi in un interrogativo attuale che si ponga domande sulla nostra disponibilità a sopportare nuovamente la discriminazione e l’esclusione del diverso, prima ridotto a ospite ingrato ed indesiderato e poi destinato all’eliminazione.

La pedagogia della Shoah rappresenta uno strumento prezioso che deve adeguarsi alla novità del contesto multietnico, suscitando interrogativi, nel promuovere comportamenti, inducendo sempre a mettersi nei panni dell’altro. Altrimenti i propositi didattici e culturali di immedesimazione nella tragedia ebraica possono risultare controproducenti.

La didattica della storia ha stabilito una giornata della memoria in cui questo tema viene trattato nelle scuole, cercando di evitare il rischio dell’ostentazione della celebrazione.

Una soluzione all’errore della retorica dell’Olocausto è l’insegnamento da parte dei testimoni in percorsi didattici che prevedano la narrazione autobiografica. L’importanza della memoria di vita e dell’autonarrazione risulta compresa in un approccio didattico di pedagogia narrativa finalizzata a reagire all’alienazione del razzismo e della xenofobia. La Shoah sembra incomprensibile e si sono addotte spiegazioni economiciste, psicologiste che si fermano ad un punto, oltre il quale subentra il demoniaco, il diabolico, la barbarie.

Attraverso la pedagogia dell’internamento si comprendono fenomeni di espropriazione, alienazione e violenza, dove il campo di sterminio diventa un laboratorio pedagogico per “costruire soggetti distrutti”, quale ossimoro e contraddizione da cui nasce un’antropologia dove si costruisce un setting pedagogico, in cui si sviluppano pratiche di contrasto, in una pedagogia della resistenza minimale e infinitesimale. Adorno sostiene che “dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesie”, dove invece occorre rimemorare, fare memoria, ripresentificare il tempo nel diritto all’ascolto dei testimoni, con il dovere di capire, di ricordare e chiedere continuamente il perché.

Primo Levi nell’opera “I sommersi e i salvati” evidenzia l’importanza attuale e contemporanea della testimonianza, con la narrazione che diviene riscatto della propria individualità.

L’Associazione Nazionale Ex Deportati ANED ha intrapreso una ricerca sulla deportazione femminile, sulle donne deportate, più deboli e per questo più restie a testimoniare e a raccontarsi, dove, secondo Levinas, il nazismo si è avventato contro “il volto dell’altro”.

I testimoni e gli insegnanti sono in rapporto con la comunità educante per la trasmissione di memoria storica fra le generazioni. La scuola è al centro della comunità educante attraverso la memoria della testimonianza che rappresenta il filo rosso educativo che unisce i vari enti di attività culturale e di ricerca.

La scuola è una comunità di ricerca volta a mantenere attuali i valori costituzionali. Nel 1996 il ministro dell’istruzione inserisce la storia contemporanea nell’ultimo anno delle scuole superiori, dove si ripresenta la difficoltà di coniugare la memoria individuale e collettiva e l’impegno per gli insegnanti nel dialogo tra generazioni. Dalle riflessioni di Moni Ovadia, esponente e cultore della tradizione ebraica Yddish, nei suoi discorsi in teatro e in pubblico, si evince che la forma di resistenza più straziante e lancinante concepibile dalla mente umana si rivela tramite il mezzo sublime della follia creativa, della creatività artistica, nella pedagogia della resistenza, per la salvezza e sopravvivenza della dignità umana, contro la barbarie e la violenza, perché il carnefice non potrà mai reprimere la dimensione umana individuale e lo spirito creativo. Infatti nella simbologia del popolo ebraico risulta presente il senso del dio vivente in ogni creatura, concetto opposto rispetto ai canoni nazisti che propongono simboli di morte e tenebre, nell’oscurantismo della ragione, mettendo al bando le opere culturali. Nella retorica di regime sussiste una crudele dicotomia tra vita e morte, cultura e ignoranza, tenebre e luce, vitalità e annientamento, differenza e omologazione.

Un’interpretazione biblica cita che se non ci fosse la dimenticanza, l’uomo penserebbe alla propria morte, nella scelta traumatica tra memoria e oblio. Nel capitolo terzo del Qoelet si dice che vi è tempo per fare memoria e tempo per astenersi dal ricordo, dove il momento dell’oblio può mettere in discussione il passato.

A livello sociale, si giunge all’esigenza di smemoratezza, occultando le fonti storiche e riabilitando i colpevoli. Attualmente sussiste un mare magnum di stimoli, informazioni, notizie, attraverso i mezzi informatici, i musei, gli archivi, i media, per cui siamo immersi nei ricordi, ma in poca memoria e scarsa capacità e strategia selettrice, dove subentra mancanza di riflessione critica rispetto alla confusione. Le distorsioni della memoria comportano l’imbarbarimento generale nelle relazioni interpersonali, nel conflitto etnico e nella pretesa purezza della superiorità razziale, nel conflitto di civiltà dopo il fatidico 11 settembre, come “profezia che si autodetermina”, nell’oblio che predica la xenofobia, dimenticando quando gli stranieri, gli extracomunitari e i dannati della terra eravamo noi.

Laura Tussi