una piccola antologia in facebook

CERCATE IL GRUPPO “Facciamo una piccola antologia” IN FACEBOOK E ADERITE! PAOLO
DALL’AMICA GERMANA PISA 

Descrizione: La proposta è di inserire passi dei libri che amiamo: di romanzi, poesie, saggi; ma anche di condividere articoli che abbiamo ritenuto interessanti. Grazie!

Germana Pisa Arricchiamo la nostra “piccola antologia”!Basta un copia e incolla…Certamente avrete qualcosa di scritto che vi sta a cuore, e che vorreste condividere. Grazie

Solo per una volta, uno scritto mio con cui raccontai in un sito un articolo letto quasi cinque anni fa e che non ritrovo nell’originale. II paese di Luz. C’è un paese dove le persone non riescono piu’ a sognare e dove una strana atmosfera di paura aleggia intorno. E’ un paese del Portogallo e si chiama Luz, come quello che l’ha preceduto. Sì, perché prima c’era questo paese di Luz, fatto di tante casette bianche tutte vicine e poi c’era la chiesa nella piazza e nella piazza le panchine sotto gli alberi e gli anziani sostavano nell’assolato pomeriggio e facevano interminabili chiacchierate. C’era anche, naturalmente, il piccolo cimitero, dove riposavano gli antenati. Un bel giorno, anzi, un brutto giorno, qualche Autorità decise che il paese doveva scomparire sott’acqua: si era progettata una diga, enorme..quella diga e il suo bacino d’acqua sono, adesso, infatti, i più grandi d’Europa. Certo animati da tutte le buone intenzioni, le Autorità pensarono che, per non far soffrire troppo gli abitanti di Luz, costretti a veder scomparire sott’acqua il loro paese, bisognava ricostruire per loro un paese uguale in tutti i particolari; solo qualche chilometro piu’ in la’. E cosi’ fecero. Cosi’, adesso, il nuovo paese di Luz ha le sue case tutte bianche come lo erano le antiche, ha la sua piazza e la Chiesa e le panchine e gli alberi stanno crescendo. Le case sono uguali in tutti i particolari, sono, anzi, un po’ piu’ grandi e hanno qualche comodità in piu’ al loro interno e anche all’esterno: ognuna ha il suo giardino nel retro e c’è posto per l’automobile. Ma una grande tristezza aleggia sul paese e gli abitanti denunciano uno strano male: alcuni non riescono piu’ a sognare, altri non escono di casa, le strade sono deserte e i cani vi si aggirano un po’ inquieti e straniti, forse contagiati dalla strana solitudine che si respira intorno. Dicono le cronache che il luogo dove sorgeva il paese originario ora è un isolotto sulla cui cima spunta un albero. Essendo il nuovo Luz sistemato su di una collinetta, da lì si puo’ vedere ancora il luogo dove sorgeva la vecchia Luz le cui case sono state distrutte per non contaminare le acque, ma anche perché, nei periodi in cui il bacino non fosse stato colmo, gli abitanti avrebbero potuto vedere le loro antiche case e psicologicamente sarebbe stato intollerabile. Pero’, anche cosi’, le cose non vanno molto bene e gli abitanti non sognano piu’ Sì, ci sono molte cose che non vanno, per esempio il signor Marcelino prima aveva le sue piante da frutto che aveva coltivato tutta la vita ed ora non piu’..ci vuol tempo perche’ crescano gli alberi! E poi c’è un altro particolare…I cari defunti che riposavano nel piccolo cimitero di Luz l’Antica vengono trasferiti poco per volta nel nuovo ..”Muovere i morti riapre le ferite..” dice donna Josephina. Si dice che il paese avra’ uno sviluppo turistico e che le cose cambieranno, ma intanto le persone non hanno piu’ i loro sogni e le loro radici e non sognare e non riconoscersi piu’ fa morire lentamente. —– Nota: nota: la storia del paese di Luz è raccontata dal quotidiano Il Manifesto del giorno 22 gennaio 2005

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13 ore fa · Partecipa

Germana Pisa

Germana Pisa Amin, Samir (Il Cairo, 1931). Ha diretto il “Forum du Tiers Monde” a Dakar ed è stato promotore del “Forum Mondiale des alternatives” precursore dell’attuale movimento antiglobalizzazione. Ha insegnato in molte università ed è stato consigliere economico di vari Paesi africani. Autore di libri e saggi tradotti in numerose lingue, ha pubblicato tra gli altri: Lo sviluppo ineguale (1977), La gestione capitalistica della crisi (1995), Il sistema mondiale del secondo Novecento (1997)…

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Germana Pisa

Germana Pisa George, Susan. Americana, è dal 1994 cittadina francese. Studiosa di Scienze sociali, economista è direttrice del Transnational Institute di Amstrdam sulla mondializzazione. Susan George è anche vicepresidente della francese ATTAC, l’associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e ha fatto parte della dirigenza di GreenPeace International. E’ tra i massimi esponenti del pensiero antiglobal. Fra i suoi scritti: Il boomerang del debito, Ed. Lavoro/Iscos, 1992; Il Rapporto Lugano, Trieste, Asterios, 2000.
Per notizie aggiornate sulla sua attività vedi
http://mi.org/george/index.htm

Mostra tutto08 luglio alle ore 9.04 · Segnala

Germana Pisa
“Globalizzazione” è una parola trappola. Figura nel titolo d’innumerevoli conferenze e dibattiti e la utilizziamo tutti senza spirito critico. Diventiamo così vittime di un’impresa ideologica ben riuscita. Questa parola dà l’impressione che tutti gli uomini – e tutte le donne – di tutte le classi sociali, di tutti i Paesi del pianeta siano uniti in un solo movimento, che marcia verso qualche Terra Promessa. E’ esattamente il contrario. La parola “globalizzazione” maschera la realtà, è una parola che designa in effetti una esclusione necessaria e sistematica. Non è una marcia dell’umanità verso un avvenire radioso: permette al contrario all’economia mondiale di prendere il meglio e di mollare il resto (è meglio in inglese: To take the best and leave the rest). Così, tutti gli individui, tutte le imprese, tutti i Paesi sono in concorrenza, gli uni con gli altri, mentre regioni intere, come la maggior parte dell’Africa, e immense regioni dell’Asia e dell’America Latina – ma anche del Nord del mondo – restano completamente escluse dal sistema. Anche nelle regioni più sviluppate, gli individui possono essere esplusi dal sistema in ogni momento[….] Susan George

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08 luglio alle ore 8.54 · Partecipa

Germana Pisa
Pur riferendosi a fatti realivi a fine anni ’90 del secolo scorso, questo testo conserva la sua attualità * “Il numero del 28 marzo del New York Times contiene un articolo molto istruttivo sulla strategia politica statunitense. Il suo contenuto è riassunto in un’eloquente immagine che prende un’intera pagina: un pugno guantato con i colori della bandiera americana, con la seguente didascalia: “Ciò di cui il mondo ha bisogno adesso – Perchè la globalizzazione funzioni. L’America non può aver paura di agire da superpotenza onnipotente quale è”. La ragione degli annunciati pugni è esposta in questi termini: “La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnel Douglas, il progettista degli F15. E il pugno invisibile che tiene al sicuro il mondo, per la tecnologia di Silicon Valley, si chiama Esercito americano, Forza aerea, Marina militare e marines”. L’autore di queste righe non è un provocatore burlone, ma nientemeno che Thomas Friedman, il consigliere di Madeleine Albright. Siamo molto lontani dal discorso ecumenico propagandato da affascinanti economisti sul mercato che si autoregola come garante di pace. La classe dirigente americana sa che l’economia è politica, e che sono le sue relazioni di potere – potere militare incluso – che comandano il mercato. Non ci sarà “mercato globale” senza un impero militare americano, dicono – dato che il succitato articolo è solo uno tra centinaia. Questa franchezza brutale senza dubbio è resa possibile dal fatto che i media sono sufficientemente controllati perchè gli obiettivi strategici del governo non siano sottoposti a dibattito; la libertà di espressione – libertà che spesso tocca il burlesco – si applica solo a questioni riguardanti gli individui e, al di là di essi, ai conflitti all’interno della classe dirigente, resi perfettamente opachi in queste condizioni. Non c’è alcuna forza politica in grado di combattere il sistema e illuminare un pubblico manipolato con tale consumata facilità. Più singolare è il silenzio delle potenze occidentali che, fingendo di non leggere la stampa d’Oltreoceano (non oso pensare che non abbiano idea di ciò che dice) impediscono ai loro avversari persino l’accenno all’esistenza reale di una strategia globale di Washington[….]” * Samir Amin da “Antologia del dissenso” (vedi)- Orizzonti politici e culturali del movimento antiglobalizzazione – edizioni Intra Moenia – 2001

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08 luglio alle ore 8.45 · Partecipa

Germana Pisa

Germana Pisa Shiva Vandana (di cui pubblicato qui un estratto- parzialissimo – di scritti dal n. 26 del mensile “Terra viva” – Inter Press Service Roma – traduzione di Alessio Surian)…è direttore della “Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy”, una rete mondiale di ricercatori specializzati in agricoltura e sviluppo sostenibili. E fra i membri del “Third World Network” (TWN) rete internazionale specializzata in sviluppo e relazioni Nord-Sud con sede a Penang, Malesia. Il TWN pubblica il bollettino in inglese e spagnolo “Third World Resurgence” sulle questioni dello sviluppo e la rivista “Third World Economics”. Tra i suoi scritti “Monocolture della mente”, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

Mostra tutto08 luglio alle ore 8.23 · Segnala

Germana Pisa
“L’associazione armoniosa con la terra che ha caratterizzato le millenarie pratiche agricole delle donne viene oggi minacciata dall’attuale modello agricolo militare-industriale. La maggior parte del pianeta, per la maggior parte della sua storia, ha soddisfatto i suoi bisogni elementari grazie a un’agricoltura centrata sulle donne. In questo tipo di agricoltura le conoscenze vengono condivise; le altre specie e le piante non vengono considerate “proprietà”, ma parenti; la sostenibilità si basa sul rinnovo della fertilità della terra e sulla rigenerazione della biodiversità e delle specie. In questo contesto non c’è posto per monocolture basate sull’ingegneria genetica e sul monopolio dei semi sulla base del diritto internazionale alla proprietà (IPR, intenational property right). Le pratiche agricole dominanti mostrano crescenti caratteri di mascolinizzazione, appropriandosi di risorse e diritti delle donne relativi all’agricoltura di sussistenza e presentandosi come le sole alternative per sfamare il mondo. In realtà le nuove biotecnologie creano insicurezza alimentare e morte per fame, sprecano risorse con monocolture, mantenute utilizzando intensi incentivi. Monocolture e monopoli simboleggiano una mascolinizzazione dell’agricoltura. La mentalità di guerra alla base dell’agricoltura militare-industriale è evidente nei nomi assegnati agli erbicidi che distruggono le basi economiche per la sopravvivenza delle donne più povere nelle aree rurali del Terzo Mondo. Gli erbicidi prodotti dalle imprese Monsanto sono battezzati: “Farla finita”, “Machete”, ecc.. Un’altra ditta – l’American Home Products – chiama i suoi erbicidi “Pentagono”, Squadrone”, “Vendetta” ecc… Questo è linguaggio di guerra. La sostenibilità si basa sulla pace con la terra. L’applicazione più diffusa dell’ingegneria genetica in agricoltura è la resistenza agli erbicidi, cioè la coltivazione di specie resistenti agli erbicidi. Un esempio sono i prodotti Monsanto chiamati “Round Up Ready Soya and Cotton”. Quando vengono introdotti nei sistemi agricoli del Terzo Mondo favoriscono l’aumento dei prodotti chimici e quindi un maggior numero di problemi ambientali. Inoltre distruggono la biodiversità che rappresenta la base per il sostentamento delle donne in ambito rurale. Ciò che per Monsanto sono erbacce, per le donne del Terzo Mondo sono cibo, foraggio e medicine. Per millenni le donne hanno mantenuto la continuità dei semi nonostante guerre, inondazioni, carestie. La mascolinizzazione della biodiversità ha portato ad utilizzare tecnologie violente che impediscono ai semi di germinare in tempo di raccolti. Si tratta di una tecnoologia descritta come “Terminator tecnology”. La germinazione a termine è un mezzo per accumulare capacità e capitali e per espandere mercati. Mentre i mercati crescono per Monsanto, si riduce l’abbondanza della natura e quella a disposizione degli agricoltori. Quando seminiamo preghiamo: “Possa questo seme essere eterno”. Viceversa Monsanto e il Dipartimento per l’agricoltura del governo degli Stati Uniti ripetono: “ Che questo seme sia a termine in modo che i nostri profitti e il monopolio siano eterni”.[…] * Testo pubblicato nel libro: Antologia del dissenso – Orizzonti politici e culturali del movimento antiglobalizzazione – a cura di Giulio De Martino – edizioni IntraMoenia (Napoli) Il volume contiene scritti di: Frantz Fanon,Malcom X, Angela Davis, Il Manifesto, Helder Camara, Ghassan Kanafani, Kendal Nezan, Tariq Alì, Alex Zanotelli, Rigoberta Menchù Tum, Tenzin Gyatso (XIV Lama del Tibet), Predrag Matvejevic. (per il capitolo “I dannati della terra”. scritti di: Paul Baran e Paul M. Sweezy, Camillo Torres, Helder Camara, Ernesto Che Guevara, Susan George, Harry Claver, Sub-comandante insurgente Marcos, (per il capitolo”Le lotte di liberazione)” scritti di: Noam Chomsky, Ignacio Ramonet, Toni Negr, Samir Amin, Serge Latouche, Bejamin R. Barber, Riccardo Petrella, Bernard Cassen (per il capitolo: “La formazione dell’Impero”. scritti diPaul Lafargue, Ivan Illich, Barry Commoner, Samir Amin, Comitato Ecclesiale Italiano, Giovanni Franzoni, Riccardi Petrella (per il capitolo: Il principio anticapitalistico) scritti di: Mahatma Gandhi, Aldo Capitini, Lorenzo Milani Comparetti, Giulio Girardi, Ernesto Balducci, Susan George (per il capitolo: Il principio della pace e della non violenza) scritti di: Pierre-Joseph Proudhon, Paul Goodman, Herbert Marcuse, Pier Paolo Pasolini, Michel Foucault, Alberto Magnaghi, Jacques Derrida, Jeremy Rifkin, Vandana Shiva, Alexander Langer (per il capitolo:Libertà, diversità, comunanza) scritti di: James O’Connor, Forum Mondiale delle Alternative, Vittorio Agnoletto, Documento dei movimenti sociali riuniti a Porto Alegre (per il capitolo: Il movimento e la sua storia).

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07 luglio alle ore 16.49 · Partecipa

Germana Pisa
La cicala e il grido del cielo Sei la colonna sonora dell’estate però non ti ho mai visto in faccia. Pratichi il mimetismo e se qualcuno si avvicina al tuo ricovero taci di colpo, per sottrargli traccia. Il tuo rumore è rauco, lento, cadenzato; quasi raspassi il sole in un giorno ideale da bucato. Chè appena arriva l’ombra il tuo tamburo ammutolisce, le lamine vibranti giacciono inerti: il paesaggio non respira più, grido del cielo che svanisce. Quella sgradita sinfonia che sgorgava dalla terra screpolata martellando il cervello nell’ora più accaldata, ora mi manca. Il tuo silenzio pare un avvertimento: l’ombra ha trionfato sulla luce e si riaffaccia lo sgomento. * La fine del frustone Qui in bassa Toscana ti chiamano frustone, ma vanti molti nomi: milò scursòn bissa carbòn. Sei agile e veloce, coda filante e testa ovale; fiero e mordace, la tua eccessiva estroversione è prima fonte del tuo male. Ieri, ad esempio, che bisogno c’era di visitarci sul fare della sera? Due amiche leggevano tranquille adagiate sul sofà, quando una massa fredda e nerastra si è mossa sinuosa tra le loro gambe. Strilli e richiami hanno mobilitato tutti, chiamati alla caccia del serpente, orrido biacco, disturbatore della quiete. Tu eri venuto soltanto perchè mosso dalla sete, ignorando che di fronte ai rettili l’uomo non ama fare distinzioni: poco gli importa che ti nutra di sauri, uccelli, roditori; tu sei un serpente e in quanto tale verrai punito – come che sia, a priori. Sconcertato dal baccano di legni e ferri che battevano per terra, decisamente impreparato ad affrontare quella concitata guerra, hai sporto la tua testa da una crepa del muro in cui ti eri rifugiato e male te ne incolse – il colpo netto di una vanga, un breve brivido del ventre e il povero frustone giacque per sempre senza forze. * L’enigma del cane Il problema non è tanto che io parlo e lui non mi capisce. Semmai il contrario: il vero enigma è il cane, che tutto sa di me e mai ne riferisce. *** da: “Animali in versi” di Franco Marcoaldi Giulio Einaudi editore Gli Struzzi

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23 giugno alle ore 22.04 · Partecipa

Germana Pisa

Germana Pisa James Hillman (Atlantic City, 1926), cui si devono i più significativi fra gli sviluppi attuali della psicologia di derivazione junghiana, si è formato al Trinity College di Dublino e poi all’Università di Zurigo. Nel 1970 ha assunto la direzione di Spring Publications. “Il codice dell’anima” è stato pubblicato per la prima volta nel 1996. Di Hillman sono apparsi presso Adelphi anche Saggio su Pan (1977), Il mito dell’analisi (1979), Re-visione della psicologia (1983), Anima (1989), La vana fuga dagli Dei (1991), Fuochi blu (1996), Puer aeternus (1999), La forza del carattere (2000), L’anima del mondo e il pensiero del cuore (2002), Il sogno e il mondo infero (2003), Un terribile amore per la guerra (2005).

Mostra tutto14 giugno alle ore 14.00 · Segnala

Germana Pisa
Il codice dell’anima – di James Hillman dal cap. 1 -La teoria della ghianda e la redenzione della psicologia- “Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa. Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Alcuni di noi questo “qualcosa” lo ricordano come un momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha colpiti con la forza di un’annunciazione: Ecco quello che devo fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono. Questo libro ha per argomento quell’annuncio. O forse la chiamata non è stata così vivida, così netta, ma più simile a piccole spinte verso un determinato approdo, mentre ci lasciavamo galleggiare nella corrente pensando ad altro. Retrospettivamente, sentiamo che era la mano del destino. Questo libro ha per argomento quel senso di destino. Tali annunci e tali sensazioni determinano una biografia con altrettanta forza dei ricordi di violenze terribili; solo che quegli enigmatici momenti tendono a essere relegati in un angolo. Le nostre teorie, infatti, danno la preferenza ai traumi, e al compito che essi ci impongono di elaborarli. Ma, nonostante le offese precoci e tutti i “sassi e dardi della oltraggiosa sorte”, noi rechiamo impressa sin dall’inizio l’immagine di un preciso carattere individuale dotato di alcuni tratti indelebili. Questo libro ha per argomento la potenza di quel carattere[…] * Il codice dell’anima – Gli Adelphi, marzo 2009

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14 giugno alle ore 13.54 · Partecipa

Francesco Samorè
I suoi occhi-gemme di pupa enunciarono a tutti quei maschi di poca cena il nome d’una felicità tuttavia possibile; d’una gioia, d’una speranza, d’una verità superordinata alle cartoffie, ai muri squallidi, alle mosche secche sul soffitto, al ritratto del Merda. Dello Smargiasso impestato. Forse, povera creatura, l’aggettivo che tanto si conviene al defecato maltonico doveva declinarsi per lei? No, non pareva malata: se non di fame, di bellezza, di pubertà, di sporcizia, di sfrontataggine, di abbandono. Forse di sonno, di stanchezza. C.E. Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957).

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12 giugno alle ore 21.44 · Partecipa

Germana Pisa
La Tv aveva assunto negli Stati Uniti, sin dalla fine della guerra mondiale, uno sviluppo straordinario, come uno dei principali prodotti della riconversione post-bellica. Tuttavia, mentre dilagavano i programmi commerciali, la pubblicità, i quiz e l’intrattenimento, i giornali televisivi restarono sacrificati nella durata e nell’efficacia, almeno fino al 1963, quando passarono da quindici a trenta minuti (spot pubblicitari compresi). Il complesso dei mezzi di comunicazione risentiva del clima aspro della guerra fredda tra Est e Ovest, in cui il ruolo degli intellettuali e dell’informazione era stato efficacemente definito dal presidente Eisenhower nel 1953: “La lotta nella quale la libertà è oggi impegnata è letteralmente una lotta totale e universale…E’ una lotta politica…E’ una lotta scientifica…E’ una lotta intellettuale…E’ una lotta spirituale…Perché la posta di questa lotta totale, nel suo senso più profondo, non è né il suolo, né il cibo, né il potere, bensì l’anima stessa dell’uomo”. Sul piano della struttura economica, l’afflusso di ingenti investimenti del Pentagono nel campo della comunicazione e dell’informatica contribuirà a determinare quella che anni dopo il senatore J. William Fulbright, a capo di una famosa commissione d’inchiesta, denuncerà come una parziale “militarizzazione dell’informazione”. Sul piano dell’orientamento ideale, c’era una generale identificazione, affermatasi nei decenni e consolidatasi durante la seconda guerra mondiale, tra il sistema dell’informazione americano e la politica – anzi, “la missione” – mondiale degli Stati Uniti. Negli affari interni era presente, è vero, un margine di autonomia critica, che si manifestò in alcune coraggiose denunce del “New York Times” contro gli eccessi della caccia alle streghe del senatore McCarthy. Totale era invece la coincidenza di punti di vista in politica estera e militare. In quest’ottica e in questo clima fu vissuta dall’opinione pubblica americana la guerra di Corea (non ancora coperta dalle immagini tv), giudicata sostanzialmente un prolungamento del conflitto armato degli anni ’40 con il dispotismo asiatico e le sue crudeltà (i “musi gialli” della retorica anti-giapponese nei film sulla guerra conclusa nel ’45), e insieme il primo atto di uno scontro inevitabile con “i rossi”, fossero essi sovietici o cinesi. Scontro tra il bene e il male, tra il mondo delle nazioni civili (il corpo di spedizione americano combatteva, come avverrà quarant’anni dopo nel Golfo, sotto l’insegna dell’Onu) e la barbarie, la guerra di Corea fu seguita senza conflitti e senza dubbi dall’informazione. Ne rimasero in ombra, ancor più che nella successiva vicenda vietnamita, le radici nazionali, mentre in primo piano emergevano solo i motivi di contrapposizione ideologica. Anche per questo, sul reale svolgimento degli eventi bellici si ricordano oggi più le immagini eroiche della fiction di Hollywood che gli scarni resoconti giornalistici, scritti o documentari. Al punto che, secondo la definizione dell’esperto Usa di storia coreana Bruce Cumings, quella combattutasi nella penisola asiatica sul trentottesimo parallelo andrebbe definita, prima ancora che una “guerra dimenticata”, una “guerra sconosciuta”. In Corea le corrispondenze dei giornalisti erano state sottoposte alle stesse restrizioni, dettate dalla censura militare, del secondo conflitto mondiale. Questo non avvenne invece in Vietnam. Gli inviati potevano seguire le truppe, parlare con i soldati, spedire i loro reportage senza bisogno di nessun visto speciale. Questo, lo abbiamo rilevato, non portò tuttavia, almeno per tutta una fase, ad una maggiore spregiudicatezza critica, né ad una informazione più autonoma e penetrante. Il sistema dell’informazione era considerato, nel suo complesso, più adulto e capace di autoregolamentazione. Alla censura si era sostituita, nel cimento degli anni della guerra fredda, una autocensura che derivava dal senso di appartenenza dei comunicatori della tv e della carta stampata alla comune “missione americana”. Secondo l’analisi di Hallin, come una sorta di branca del governo, con atteggiamento definito “responsabile”, l’informazione accettò “il linguaggio, le prospettive e l’agenda dell’establishment”. Gli eroi dei reportage erano i piloti. L’intervista televisiva metteva in luce, nei pochi secondi concessi dal mezzo, il loro radicale e insieme casalingo punto di vista: “Qual è l’utilità dei bombardamenti aerei?”. “Risparmiare la vita degli americani”. “Non ti dà fastidio sparare sulle popolazioni civili e uccidere degli innocenti?” “Certo ma è necessario”. L’offensiva terrestre del 9 febbraio 1966 fu seguita per la catena televisiva Abc dal famoso Dean Brelis. Ecco il suo resoconto: “Gli uomini coraggiosi hanno bisogno di leader. Questo è un leader di uomini coraggiosi. Il suo nome è Hal Moore. La sua città è Bardstown, nel Kentucky. E’ sposato, è padre di cinque figli (a questo punto si vede in primo piano l’immagine di Moore n.d.r.)…Essi sono i più grandi soldati del mondo. In effetti, sono i migliori uomini del mondo. Sono preparati, disciplinati. Tremenda è la loro motivazione. Sono venuti qui per vincere”. A questo punto la telecamera inquadra l’anchor man della Abc Dan Rather, che parla del colonnello Moore: “E’ l’eroe di novembre della Ia Drang Valley, fremente nell’attesa di un altro scontro, frontale”. Le distruzioni di obbiettivi civili erano al massimo considerate un “fatale errore”, più frequentemente un inevitabile corollario della guerra (come, trent’anni dopo, i “danni collaterali” nel conflitto del Golfo). Ecco Jack Perkins (Nbc) che racconta e spiega la distruzione di un villaggio vietnamita: “Questa non è insensibilità, né distruzione deliberata…In questa zona ogni cosa è stata per anni vietcong…L’intero villaggio ha combattuto contro di noi, e dunque l’intero villaggio è stato distrutto”. Anche il noto Walter Cronkite, conduttore dagli studi della Cbs (prima di recarsi in missione lui stesso in Vietnam) divulgava senza nessuna presa di distanza critica “il giudizio dell’amministrazione Johnson” secondo cui i comunisti vietnamiti del sud “governavano con il terrorismo”. Di fronte alla tragedia di un autobus che aveva urtato contro una mina, il suo messaggio televisivo (14 febbraio 1966) fu: “Bene. Oggi la guerra ci ha fornito un maledetto esempio di quel terrorismo”. Per tutto un periodo, le proteste contro la guerra erano considerate come un atto ostile, antipatriottico. Peter Jennings, notiziario Abc del 27 ottobre 1965: “Mentre gli americani combattono e muoiono in Vietnam, ci sono certuni, in questo paese, che simpatizzano con i vietcong”. A coloro – una minoranza via via crescente, ma pressoché invisibile – che sollevavano pubblicamente qualche dubbio, gli speaker e gli intervistatori chiedevano, retoricamente, se “erano mai stati là”. Il loro dissenso infatti, se non derivava da malafede, non poteva che essere frutto di superficialità ed ignoranza. In realtà, come si incaricheranno di dimostrare gli eventi successivi, era proprio il sistema dell’informazione che nascondeva all’opinione pubblica la natura della guerra. Quando le immagini e i racconti, infatti, consentirono all’opinione pubblica, almeno in parte, di “andare a vedere là”, giudizi e sentimenti di massa, fino ad allora sostanzialmente consenzienti con l’avventura bellica, mutarono nel profondo. dal saggio: “Sotto la notizia niente” – di Claudio Fracassi – cap. IV, par. 2: “La lotta per l’anima dell’uomo” – edizioni Avvenimenti Vedi anche: http://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=31

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12 giugno alle ore 17.03 · Partecipa

Germana Pisa
Dal brano che descrive l’incontro di Montag, – ex milite del fuoco, fuggito per avere conservato libri nella sua casa; scoperto, per essersi ribellato e aver dovuto uccidere per salvarsi… – con gli uomini-libro, nella foresta… * […]benvenuto tra noi nel regno dei morti..” Montag fece un accenno di assenso e Granger riprese: “Tanto vale che tu faccia la conoscenza di noi tutti, ora. Questo è Fred Clement, ex titolare della cattedra Thomas Hardy nell’università di Cambridge, prima che questa diventasse un Istituto di tecnologia atomica. Quest’altro è il professor Simmons dell’University College, Los Angeles, specialista delle opere di Ortega y Gasset; il professor West, qui, ha svolto una bell’attività nel campo dell’etica , ch’è una disciplina antichissima, ormai, per la Columbia University molti anni or sono. Quanto al reverendo Padover, questo qui, nel dare una serie di conferenze, una trentina d’anni fa, perse tutto il suo gregge per le idee esposte, da una domenica all’altra. Fa il vagabondo con noi già da parecchio tempo. Quanto al sottoscritto: pubblicai un libro dal titolo: “Le Dita nel guanto; del giusto rapporto tra l’Individuo e la Società”, per cui, eccomi qua, come vedi. Benvenuto, Montag!” “Ma io non appartengo al vostro mopndo “ disse finalmente Montag, adagio. “Io sono stato solo un idiota per tutta la mia vita!” “Oh, siamo avvezzi a cose del genere. Tutti noi abbiamo commesso la specie giusta di errori, diversamente non saremmo qui. Quando eravamo singoli, separati individui, non avevamo altro che una gran rabbia in corpo. Io presi a pugni un milite del fuoco, venuto a bruciare la mia biblioteca, anni fa. Da allora, sono un fuorilegge. Vuoi dunque essere dei nostri, Montag?” “Sì” “Che cosa hai da offrire?” “Nulla. Credevo di avere parte dell’Ecclesiaste e forse un po’ dell’Apocalisse da dare, ma ormai non ho nemmeno più questi..” “Il libro dell’Ecclesiaste sarebbe una cosa magnifica. Dove lo avevi?” “Qui” e Montag toccò la fronte. “Ah!” sorrise Granger, annuendo. “Che cosa c’è di male? Non è giusto forse?” disse Montag “Più che giusto: perfetto!” Granger si volse al Reverendo: “Abbiamo un libro dell’Ecclesiaste?” “Uno solo. Presso un certo Harris, a Youngstown” “Montag” e Granger strinse forte la spalla di Montag. “Sii prudente, abbi cura della tua salute. Se dovesse accadere qualcosa a Harris, TU sei il libro dell’Ecclesiaste. Vedi come sei divenuto importante da un minuto a questa parte?” “Ma non me lo ricordo più!” “No, niente mai si perde veramente. E poi conosciamo qualche sistema per liberarti dei tuoi disturbi di trasmissione” “Ma ho già tanto cercato di ricordare!” “Non sforzarti oltre. Ti ritornerà in mente, quando ne avremo bisogno. Tutti noi abbiamo la memoria fotografica, ma sprechiamo l’intera esistenza a imparare a rimuovere le cose che in questa nostra memoria si contengono. Il nostro Simmons qui ha lavorato per vent’anni sul problema ed ora abbiamo il metodo mediante il quale ricordiamo tutto quanto s’è letto una volta. Ti piacerebbe, uno di questi giorni, Montag, leggere La Repubblica di Platone? “Ma certo!” “Sono io “La Repubblica” di Platone. Vuoi leggere Marc’Aurelio? Il professor Simmons è Marc’Aurelio.” “Molto lieto” disse Simmons “Piacere” disse Montag “Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel malvagio libro politico: “I viaggi di Gulliver”! E quest’altro è Charles Darwin, e questo è Shopenhauer, e questo è Einstein, e questo al mio fianco è Albert Schweitzer, un pensatore di gran cuore, davvero! Qui ci siamo tutti, Montag.: Aristofane, il Mahatma Gandhi, Gautama Buddha, e Confucio, Thomas Love Peacok, Thomas Jefferson, Lincoln, se permetti. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni”. Tutti intorno risero sommessamente. “Impossibile” disse Montag “Oh, possibilissimo anzi” rispose Granger con un sorriso. “Perché anche noi siamo dei bruciatori di libri. Leggevamo i libri e poi li bruciavamo, per paura che ce li trovassero in casa. I microfilm non servivano, eravamo sempre in viaggio, non volevamo dover sotterrare il film in attesa di tornare. Sempre il rischio di essere scoperti! Meglio tenersi tutto quanto in testa, dove nessuno può venire a vedere o sospettare nulla! Noi siamo tutti pezzi e bocconi si Storia, letteratura, codice internazionale, Byron, Tom Payne, Machiavelli o Gesù Cristo, ecco tutto. Ed è tardi. Ed è scoppiata la guerra. E noi siamo qui, nella foresta, e la città , tutta avvolta nel suo mantello di mille colori. Che cosa pensi, Monta?” “Penso di essere stato un demente a cercare di ottenere le cose coi miei metodi, seminando libri nelle case degli incendiari per poi denunciarli” “Tu hai fatto quello che dovevi fare. Il sistema, se applicato su scala nazionale, avrebbe dato ottimi risultati. Ma il nostro metodo è più semplice e, crediamo, migliore. Tutto quello che vogliamo fare è conservare intatta, al sicuro, la cultura che pensiamo ci occorrerà. Non abbiamo alcuna intenzione per il momento di incitare o infuriare chicchessia. Perché, se saremo uccisi, la cultura sarà distrutta forse definitivamente[…]”

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09 giugno alle ore 22.13 · Partecipa

Mariangela Gallazzi
Ciao come va’? Da un libro che mi è stato regalato durante il ricovero ho tratto una sorta di testamento biologico ironico da condividere con voi … Il libro è di Felice Campanello ,intitolato”L’albero che divento’ un’ aquila” “ISTRUZIONI IN FAMIGLIA” Qualunque cosa mi succeda, se la vita si fermasse,per esempio,mi raccomando; un po’ di prudenza.Mettetemi pure nella cassa, come si fa’ di solito, ma ogni tanto agitate, shakerate, anzi.Dopo qualche scossone chissa’ che non mi risvegli e chieda un caffe’ o un bicchiere di vino bianco fresco di cantina. Ma se proprio non dovessi riaprire gli occhi e l’ unica soluzione fosse il cimitero, la lapide col mio nome e cognome, e le due date fatali, di ingresso e di uscita, ho un altro favore da chiedervi. Quando verrete a trovarmi versate del vino intorno alla tomba.Due, tre bicchieri, non di piu’. Da morti non bisogna bere tanto; quel che basta per dimenticare di essere sottoterra e per sopportare il freddo che fa’ nella bara….. Continua cosi’ ironizzando ve lo suggerisco!!

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31 maggio alle ore 12.41 · Partecipa

Mariangela Gallazzi
Trovo interessante trascrivervi delle righe tratte da “FERMATI TANTO COSI'” di Matteo Bianchi …Forti delle esperienze precedenti e armati di pazienza,cominciammo i tre viaggi in pulmino per trasbordare l’ intera pattuglia al circo. Mentre Alberto eCarlo facevano la spola ,io,Martino e Marco accompagnavamo i bambini ai posti assegnati. Quando l’ operazione fu’ completata ci mischiammo in mezzo a loro per cercare di contenerli in attesa dell’inizio. Le luci lampeggiarono. Lo spettacolo stava per cominciare. Giusto in tempo. Personalmente non sapevo più cosa escogitare per tenere i bambini a posto. Martino stesso sollievo nello sguardo, mi sorrise un era ora! Squilli di trombette. Entrarono gli artisti in parata partirono i fasci di luci colorate. Bastò questo ingresso rumoroso e spettacolare per ipnotizzare i bambini. Tutti tranne uno,Renzino, al suono della musica a volume altissimo, si era terrorizzato. Senza preavviso alcuno,aveva lasciato il suo posto e mi si era buttato in braccio”Aiuto! Andiamo via!” gridò. Cercai di calmarlo,”Stai tranquillo,E’ solo la musicaun po’ forte, ma adesso finisce” dissi. Poi lo feci voltare verso la pista.”Ci sono anche i pagliacci, guarda che bello.” Non ci fu verso.”Aaaaarghh, ho paura,ho paura andiamo via!”riprese subito a urlare,e, affondòla testa nel mio petto, con la forza di tutto il terrore che aveva dentro, e io, che non sapevo cos’ altro fare, cominciai ad abbracciarlo stretto e cercare di trasmettergli quella tranquillità che aveva perduto.All’ inizio sembrò uno sforzo inutile,Renzino continuava ad ansimare fra le mie braccia, mugolando”Portamivia. Portami via. Portami via” con l’osse ssivita’ che lo contraddistingueva.Poi pian piano, si lascio’ andare e si calmo’. Aggrappa to a me’con le dita affondate nella mia schiena, la faccia persa nel mio maglione, le gam be rannicchiate sopra le mie.Sentivo letteralmente il b attito del suo cuore rallentare,da muscolo impazzito a orologio regolare, e il respirotornare dolce. Ma tutto senza cambiare posizione, senza staccarsi un secondo,e mi fu chiaro senza bisogno di profezie , che non avrebbe abbandonato la presa per il resto dello spettacolo,che il solo modo per mantenere quella serenita’ riconquistata era affidarsi totalmente a me. In quel momento percepivo chiaramente come per quel bambino io fossi tutto: l’ unica forza in grado di proteggerlo salvarlo,riportarlo alla pace. Mi tornarono in mente le definizioni dei testi di psicologia, • quando parlavano del”senso di onnipotenza” che i piccoli attribuiscono ai loro genitori. Renzino ora stava confidando nella mia misera onnipotenza e io provavo uno strano senso di responsabilita’mista a gratitudine per la quale avrei affrontato anche un intera nottata in quella scomoda posizione.Non riuscii piu’ a vedere molto del circo, a quel punto. Ma chi se ne fregava.Avevo il mio numero speciale da ammirare; doppio salto mortale con pace ritrovata.E il respiro di Renzino che si addormentava era per me uno spettacolo molto piu’ emozionante….

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31 maggio alle ore 12.36 · Partecipa

Germana Pisa

Germana Pisa …L’ho capito quasi tutto il testo della storiella in calabrese!! Due compari seduti in piazza sono avvicinati dala Fortuna che promette di fare ricco quello dei due che…e qui mi areno un po’….cavalcherà un asino? (porta pazienza devo rileggerlo:-)) Uno dei due dice all’altro di fare una certa cosa che avra’ il doppio della somma….L’altro accetta…Poi chiede alla Fortuna di accecarlo di un occhio. La Fortuna allibisce: “Come, ti potrei fare ricco e tu mi chiedi di renderti cieco di un occhio?!”
E il’uomo dice: Sì, ma voglio che il mio amico lo accechi di tutte e due gli occhi. E cos’ avvenne…

Mostra tutto24 maggio alle ore 20.46 · Segnala

Battista Giovanni Bartalotta
Proviamo a vedere se il testo è comprensibile così com’è.

23 maggio alle ore 18.37 · Partecipa

Germana Pisa

Germana Pisa …usando “crea nuovo argomento” può essere un modo…Quindi, indicando: poesia, romanzo, saggio…E così via. Oppure…
Ne parleremo
notte!

22 maggio alle ore 22.21 · Segnala

Germana Pisa

Germana Pisa …bellissima idea, la tua certo!
Ma intanto, ti propongo di pubblicare un testo nell’idioma di Calabria:-)
ci pensavo, prima…
Io non sono certa di poter ricambiare però, ma se ai nostri amici iscritti l’idea piacesse…:-)

22 maggio alle ore 20.06 · Segnala

Germana Pisa

Germana Pisa Battista, grazie del consenso per il cambio del titolo. …Sui contenuti, o sarei del parere di non dare indicazioni, ma di continuare così; ma dimmi il tuo punto di vista:-)!

22 maggio alle ore 18.20 · Segnala

Battista Giovanni Bartalotta

Battista Giovanni Bartalotta Se fossimo di più si potrebbe pensare ad antologie tematiche. Ma fino a che saremo in due – nui nda cantamu e nui nda sonamu (si comprende, vero?)- si dice in Terronia – sarà molto difficile realizzarle.
Ragioniamone.

22 maggio alle ore 18.19 · Segnala

Germana Pisa

Germana Pisa Gianni Rodari nasce ad Omegna nel 1920; compiuti gli studi magistrali si avvia alla carriera dell’insegnamento elementare. […]Uomo schivo, meticoloso nell’appuntare le sue idee più disparate, ci ha lasciato un’enorme quantità di scritti che vanno dagli articoli giornalistici, agli appunti sparsi, alle favole e filastrocche per bambini e per adulti; ha curato inoltre l’edizione italiana delle fiabe di Andersen negli anni Settanta in qualità di ricercatore. Le sue prime prove di scrittore per bambini risalgono al periodo milanese; nel 1947 sul “Giornale della domenica” scrive racconti e filastrocche, tessendo preziosi contatti con i «suoi» lettori, che, in una sorta di dialogo intergenerazionale gli offrono spunti e sottopongono questioni di ogni tipo […]

Mostra tutto22 maggio alle ore 18.07 · Segnala

Germana Pisa
Il dittatore Un punto piccoletto superbioso e iracondo, “Dopo di me – gridava – verrà la fine del mondo” Le parole protestarono: “Ma che grilli ha pel capo? Si crede un Punto-e-basta, e non è che un Punto-a-capo””. Tutto solo a mezza pagina lo pintarono in asso, e ilmondo continuò una riga più in basso. *** L’accento sull’A “O fattorino in bicicletta dove corri con tanta fretta?” “Corro a portare una lettera espresso arrivata proprio adesso” “O fattorino, corri diritto, nell’espresso cosa c’è scritto?” “Cè scritto – Mamma non stare in pena se non ritorno per la cena, in prigione mi hanno messo perchè sui muri ho scritto col gesso. “Con un pezzetto di gesso in mano quel che scrivevo era buon italiano, ho scritto sui muri della città “Vogliamo pace e libertà”. “Ma di una cosa mi rammento, che sull’ -a- non ho messo l’accento. “Perciò ti prego per favore, va’ tu a correggere quell’errore, e un’altra volta, mammina mia studierò meglio l’ortografia”. *** Problemi di stagione ”Signor maestro, che le salta in mente? Questo problema è un’astruseria, non si capisce niente: trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della libertà, il volume della felicità… Quest’altro poi È un po’ troppo difficile per noi: Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati? Saremo certo bocciati”! Ma in maestro che ci vede sconsolati: “Son semplici problemi di stagione. Durante le vacanze Troverete la soluzione”. *** Le filastrocche pubblicate – tratte da un’edizione Einaudi degli anni ’80 di “Filastrocche in cielo e in terra”- sono parte dell’argomento:” La famiglia punto-e-Virgola”…

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22 maggio alle ore 17.33 · Partecipa

Germana Pisa

Germana Pisa Raniero La Valle (Roma, 22 febbraio 1931) è un giornalista, politico ed intellettuale italiano.
Dopo la laurea in giurisprudenza, diventa direttore de Il Popolo, fino a quando, nel 1961 viene chiamato a dirigere L’Avvenire d’Italia, quotidiano cattolico bolognese che, durante gli anni del Concilio Vaticano II, diventa u
no dei più prestigiosi organi di informazione sull’evento. Si dimette dalla direzione del giornale nel 1967, negli anni difficili del post-Concilio, in cui iniziò la spinta “normalizzatrice” delle tendenze progressiste […]
[…]Nel luglio 2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana”, che si propone anche il rilancio della partecipazione politica e dei valori fondati del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria (tra i primi cento firmatari compaiono le firme di Rita Borsellino, Giovanni Galloni, Giovanni Franzoni, Adriano Ossicini, Robe

Mostra tutto22 maggio alle ore 17.28 · Segnala

Germana Pisa
Le due Italie Di Raniero La Valle Mentre in Italia si discuteva della riforma della legge elettorale, per portare a termine – come dicevano alcuni – la cosiddetta “transizione italiana”, venivano resi noti i documenti segreti del Ministero degli Affari esteri inglese delle altre Cancellerie, dai quali risultava la malversazione di cui nel 1976 è stato vittima il sistema politico italiano da parte degli Alleati occidentali, onde fosse scongiurata in Italia una partecipazione comunista al governo. Un ricercatore italiano, Mario J. Cereghino, ha passato varie settimane negli edifici dei National Archives inglesi, dove si possono ora aprire i faldoni che contengono i documenti del Primo ministro e del Foreign Office, a cui per legge dopo 30 anni è stato tolto il segreto. Da questi atti appare come nel 1976 i problemi della politica interna e delle elezioni parlamentari italiane erano diventati problemi della politica internazionale, militare e di “intelligence” delle maggiori potenze occidentali, come si vede a cominciare dal documento principe del Foreign Office del 6 maggio 1976 (un mese prima delle elezioni legislative che segnarono un balzo innanzi del PCI) intitolato: “Italia e comunisti: opzioni per l’Occidente” ; e tra le opzioni c’era l’ipotesi (poi scartata) di azioni di supporto a un “coup d’Etat” o ad altre operazioni sovversive. Da tali documenti risulta l’assoluta indisponibilità delle Cancellerie occidentali (dal segretario di Stato Kissinger al premio Callaghan, al cancelliere Schmith, al presidente francese Giscard dEstaing) ad accettare un accesso dei comunisti al governo in Italia e una permanenza, in tal caso, dell’Italia nella NATO, e la ricerca dei modi per impedire che ciò accadesse. La cosa poi si risolse, com’è noto, con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Che relazione c’è tra la legge elettorale oggi in discussione e la tragedia italiana di alcuni decenni fa? La relazione consiste nel fatto che oggi le resistenze, anche a sinistra, a tornare a una logica di rappresentanza attraverso un limpido sistema elettorale proporzionale, e la spinta, invece, verso il maggioritario e il bipartitismo, quale si esprime anche nel referendum Guzzetta per il peggioramento della legge Calderoni, sono motivate con l’assunto che “non si può tornare indietro: non si potrebbe tornare cioè a quel sistema proporzionale che è stato vigente in Italia nei primi 55 anni della Repubblica, considerata la cattiva prova che quel sistema avrebbe dato di sé fino a sfociare nella crisi degli anni ’80, 90. Ora, i documenti londinesi – se pure ce ne fosse stato bisogno – dimostrano che il cattivo funzionamento del sistema democratico italiano , fino al collasso finale, non fu dovuto affatto al sistema elettorale e all’ordinamento istituzionale, ma fu dovuto al fatto che potenti forze, interne ed internazionali, ne intralciarono i meccanismi e impedirono che gli assetti politici si evolvessero secondo la naturale dinamica del sistema, escludendo in via di principio che potessero realizzarsi alternative di governo conformi ai risultati elettorali. Anzi quel sistema dei primi decenni della Repubblica mostrò la massima versatilità permettendo, una volta respinta la legge-truffa, sia governi monocolore democristiani, sia governi di centro, sia governi di centro-sinistra, sia governi di “apertura a sinistra”, sia governi “di grande coalizione” assicurando, pur nella variabilità delle formule e nel frequente rinnovarsi dell’esecutivo, la “governabilità” del Paese – tanto salda da confinare col regime – e l’impetuoso sviluppo dell’economia e del costume italiano. E pur con tutte le critiche che si possono fare alle pratiche politiche e al sistema dei partiti di quegli anni, bisogna riconoscere che i rapporti tra le diverse forze che si confrontavano, anche duramente, in Italia,furono improntati a un alto grado di civiltà politica; e nel momento critico tutte furono concordi nella condanna della lotta armata e del terrorismo;tutte, anche in quei frangenti, furono ossequienti alla democrazia, e tutte più o meno consapevolmente furono tributarie di una cultura politica che dall’esperienza della Resistenza e dell’uscita dal fascismo aveva tratto motivi di tolleranza, di solidarietà, di umanesimo. In ciò sistema elettorale-politico e sistema di valori erano coerenti. E’ su questa situazione composita e su questi delicati equilibri politici che ha fatto irruzione, dopo la rimozione del muro di Berlino e la fine del bipolarismo internazionale, la pretesa di cambiamento del regime istituzionale repubblicano e di una torsione del sistema verso tipologie maggioritarie, bipolari e da ultimo bipartitiche, con una dichiarata volontà di passare, in nome del primato della funzione di governo su ogni altra articolazione della vita democratica, da una democrazia della rappresentanza a una democrazia dell’investitura. Non è qui il luogo per argomentare come tale sterzata obbediva all’esigenza dei poteri esistenti di perpetuarsi e riciclarsi per rimanere immutati nella nuova situazione caratterizzata dal venir meno della motivazione anticomunista; ci interessa qui piuttosto osservare le conseguenze di tale svolta. Può darsi che tra i fautori di questo rivolgimento – a cui ha dato man forte la quasi totalità del sistema mediatico – ci fossero quanti in buona fede pensavano a un semplice aggiornamento in senso efficientistico delle regole del gioco, senza che ciò dovesse influire sulla qualità della democrazia, sulle culture politiche e sugli usi di convivenza del Paese. E in effetti quando a partire dal 1992 si è cominciata la predicazione a favore della democrazia del conflitto, della governabilità senza lacci e lacciuoli, quando si sono bollate come perverse le vecchie mediazioni e “consociazioni”, quando si è fiaccato il sistema elettorale e politico nella camicia di forze del bipolarismo coatto, del maggioritario che nega le minoranze, e nella forma di un conflitto estremo, dove la vittoria degli uni comportala fine degli altri, nessuno si è reso conto che non si instaurava solo un nuovo regime, ma un’altra cultura e un altro modello di convivenza sociale”. E invece, lentamente all’inizio, e poi in modo sempre più incalzante al procedere dell’esperienza, si è manifestato come il cambiamento dell’impianto istituzionale ed elettorale non fosse affatto innocuo e indolore, ma operasse in profondità nella mentalità e nell’immaginario collettivo: mentre si sradicavano valori acquisiti nella coscienza popolare, veniva a determinarsi un’altra cltura, non necessariamente democratica, e un altro stile di convivenza e di rapporto tra i cittadini non solo nella vita pubblica ma,per contagio, anche nella vita privata. Ciò che è venuto a caratterizzare questa nuova cultura e nuova modalità di rapporti è un più alto tasso di violenza, una semplificazione dualistica e manichea del conflitto politico, l’incapacità e poi la formale ricusazione di ogni forma di dialogo, l’insofferenza per la stessa presenza ed esistenza dell’altro e il licenziamento dell’idea stessa di “bene comune”. E’ bastato un quindicennio, con il potente concorso di tutti i mezzi di comunicazione sociale, ed ecco che la vecchia cultura è stata distrutta e si è affermata la nuova[…] Frammento dal saggio di Raniero La Valle contenuto nel libro a scrittura collettiva dell’editore Chimienti di Taranto, e intitolato: “La dittatura della maggioranza”

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22 maggio alle ore 17.26 · Partecipa

Battista Giovanni Bartalotta

Battista Giovanni Bartalotta Sono d’accordo col cambio del nome. Germana pensi che bisognerebbe dare delle regole per restringere il campo dei suggerimenti? O si va a ruota liberà?

21 maggio alle ore 21.32 · Segnala

Germana Pisa
Giugno 2001 “…And the moon be still as bright” Faceva così freddo quando misero piede per la prima volta fuori del razzo, che Spender cominciò a raccogliere gli aridi stecchi marziani e accese un focherello stento. Non parlò di festeggiare l’avvenimento; si limitò a raccogliere gli sterpi, ad appiccarvi il fuoco e a vederlo ardere. Nel bagliore che illuminava l’aria sottile di quel mare prosciugato di Marte, l’uomo si volse a guardare di sulla spalla e vide il razzo che li aveva portati fin là tutti quanti, il comandante, capitano Wilder, Cheroke, Hathaway, Sam Parkhill e lui, attraverso i silenti e tenebrosi spazi stellati, a sbarcare su quel pianeta morto e sognante. Jeff Spender attese il baccano. Guardò gli altri uomini e attese che si mettessero a ballare e urlare di gioia. Ciò sarebbe accaduto appena lo stordimento di essere i “primi” uomini scesi su Marte si fosse dissipato. Nessuno diceva nulla, ma erano in molti a sperare che l’altra spedizione, forse, si fosse perduta e questa, la Quarta, fosse la spedizione per eccellenza, quella che aveva avuto ragione di Marte. Non volevano il male di nessuno, con questo. Ma se ne stavano là a pensarci, a pensare agli onori e alla gloria, mentre i loro polmoni si assuefacevano alla esilità dell’atmosfera, che quasi ti ubriacava, se ti muovevi troppo. Gibbs si avvicinò al focherello appena acceso e disse: “Perché non usiamo il fuoco chimico della nave invece di questi sterpi?” “Non importa” disse Spender, senza alzare gli occhi su di lui. Non sarebbe stato giusto, quella prima notte su Marte, fare troppo baccano, introdurre un oggetto strano, luminoso e sciocco come una macchina termica. Sarebbe stata una specie di bestemmia importata. Ci sarebbe stato tempo, poi, per quel genere di cose; tempo di gettare i barattoli vuoti di latte condensato nei nobili canali di Marte, tempo di vedere vecchie copie del New York Times svolazzare, rotolando, frusciando, sulle desolate distese grigie degli antichi fondi marini; tempo per le bucce di banane e le carte unte delle merende all’aperto fra le delicate rovine delle antichissime città delle valli di Marte. Molto tempo per tutte queste cose. E un lieve brivido interiore lo scosse al pensiero.[…] Ray Bradbury

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20 maggio alle ore 17.10 · Partecipa

Germana Pisa
Titolo dell’articolo di Alberto Negri, tratto dall’inserto culturale de “Il Sole 24 Ore” : Birmania ai lavori forzati”- La prefazione al libro – di Cecilia Brighi – è di Savino Pezzotta e di Walter Veltroni. Baldini Castoldi Dalai l’editore – Milano 2006 – pagg. 310 – euro 16,50 * Birmania ai lavori forzati Gli effetti devastanti della globalizzazione quando manca la democrazia Di Alberto Negri Capelli lunghi, musicista di heavy metal, Tin Ko appartiene alla borghesia privilegiata di Rangoon, con le amicizia giuste tra i militari e le alte sfere. La musica è il suo passaporto per uscire dalle atmosfere grigie della famiglia e dalla cappa plumbea della dittatura. La politica non lo interessa, il suo mondo di note e passione è come una bolla che lo tiene lontano dalla realtà. Ma un giorno il fragile diaframma che si è costruito si spezza. La tv dell’esercito gli chiede la colonna sonora per un filmato. Nel buio della sala di montaggio esplodono le immagini: i militari circondano interi villaggi, afferrano donne e bambini che vengono gettati nel falò di cherosene, uomini e ragazzi vengono invece risparmiati e deportati per essere utilizzati come lavoratori forzati. Sullo sfondo le macerie delle abitazioni rase al suolo e incendiate, compresa la scuola, l’ospedale, la chiesa. Una lezione, con sottofondo musicale, per chi vuole ribellarsi. Dalla sala di regìa reclamano il video: bisogna trasmetterlo la sera stessa, la gente deve imparare che non si sfida una casta di militari al potere dal ’62. Tin Ko afferra una bottiglia di acido che accartoccia e divora la pellicola. Non gli resta che la fuga con la giovane moglie per non tornare mai più a Rangoon. Quella di Tin Ko è una delle mille storie raccolte nel libro di Cecilia Brighi, dedicato alla Birmania; un lucido, documentato, appassionato gesto d’amore verso un popolo in gabbia, uno squarcio sull’altra faccia della globalizzazione che si nutre di autocrazie, lavoro forzato e minorile, di diritti umani e sociali negati, di analfabetismo e povertà. Un atto di accusa esplicito anche alle ambiguità della grande politica, che non guarda foto, non legge storie e non ne vuole sentire. I numeri, per quanto asettici, illuminano una realtà devastante: quasi mezzo secolo di dittatura militare ha prodotto 4 milioni di persone deportate, private del lavoro, della famiglia, della terra, due milioni di rifugiati in Tailandia, 180.000 bambini soldato, migliaia di donne stuprate. Della Birmania sappiamo poco, forse ci fanno sapere poco, e non riusciremmo neppure immaginarla se non ci fosse lei. Aung San Suu Kyi, la paladina della libertà, un volto delicato alla Audrey Hepburn ma una volontà d’acciaio, la cui effigie in Campidoglio in questi giorni attira lo sguardo anche dei visitatori più distratti. Cecilia Brighi racconta di lei, del movimento pacifista, dei sindacati e soprattutto di milioni di birmani che come San Suu Kyi sono dietro le sbarre, soffocati da un sistema che con il controllo capillare di polizia e servizi segreti non lascia scampo. Eppure con questo Paese, dal regime intollerante e intollerabile, povero ma ricco di gas naturale, pietre preziose, legname pregiato, si fanno affari. Soltanto gli Stati Uniti hanno dichiarato da anni un embargo commerciale; l’Europa ha preferito una risposta “sfumata”, che non colpisca gli interessi energetici di multinazionali come la Total, che partecipano allo sviluppo di pipeline costruite con il lavoro forzato dei deportati e oppositori mandati allo sbaraglio come sminatori, in violazione di ogni norma internazionale sul lavoro. La Cina, finora, ha accettato il regime birmano, perché le conviene, impedendo qualunque condanna del Consiglio di Sicurezza, appoggiata peraltro da un nutrito drappello di Paesi con la fedina sporca nel campo dei diritti umani e civili, che praticano il lavoro forzato e minorile esercitando un dumping sociale ed economico globalizzato. I diritti d’autore di questo libro sono devoluti alle organizzazioni democratiche e al sindacato clandestino birmano: alcuni dei rappresentanti dell’opposizione parteciperanno a un convegno internazionale a Torino dal 10 al 15 luglio. Una buona opportunità per informarsi e svegliare le coscienze sul caso birmano. * Cecilia Brighi, “Il Pavone e i generali. Birmania: storie di un Paese in gabbia”, prefazione di Savino Pezzotta e Walter Veltroni, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006, pagg. 310, euro 18,50.

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18 maggio alle ore 17.37 · Partecipa
BELLO, VERO?!

una piccola antologia in facebookultima modifica: 2009-12-10T22:49:08+01:00da paoloteruzzi
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